La dottoressa Cippi

Nella mia memoria ci sono tre ricordi intensissimi, così intensi da essere rivissuti come fossero appena avvenuti non appena sono richiamati alla memoria. Tre ricordi, uno per ciascuna delle mie donne. Virna, che si staglia all’ingresso della chiesa, con il sole che la illumina da dietro ed un sorriso meraviglioso stampato in volto. Giulia, nel porta enfant placidamente addormentata con il dito in bocca mentre cammino nel piazzale del Policlinico Gemelli verso l’auto, per portarla a casa. Elena in braccio al ginecologo dopo la mia irruzione nella sala parto della clinica, con una cresta di capelli nerissimi e lunghissimi tutti dritti in testa alla Elvis.

Da piccoline Giulia e Elena avevano per soprannome Patata e Cipolla. Nel tempo, Cipolla è diventato Cippi Ciappi e poi semplicemente Cippi. Sono due persone diverse come i loro soprannomi. Tanto è calma e distaccata Giulia, quanto è passionale ed emotiva Elena. Tanto è minuta Giulia, quanto è “tanta” Elena.

In realtà molto è apparenza, perché conoscendole bene si somigliano moltissimo, al di là delle impressioni superficiali, pur mantenendo le proprie peculiarità individuali. Ma non voglio star qui a fare il panegirico delle differenze, perché qui si parla della dottoressa.

Sono stati mesi molto duri, perché senza entrare in troppi dettagli è stata impegnata su
più fronti, in modo intenso. Ed è stata profittevole su tutti. Certo lo stress si è fatto sentire, ma alla fine i risultati sono arrivati tutti. Per primo, quello di questa laurea.

E devo dire che la sua pervicacia (eufemismo per testardaggine ;)) ha avuto ragione praticamente su tutto. Si è incaponita per studiare la tesi come e più di un esame, ma è riuscita a portare a casa il massimo dei voti e ha fatto una discussione semplicemente strepitosa.

Ha avuto fiuto nel pescare una professoressa e un tema interessante, ha avuto accortezza nel trattare il tema (la crisi della rappresentanza politica in Italia) in modo chiaro e professionale, e ha avuto la costanza di studiarlo sino ad impadronirsene per trattarlo.

Su instagram ho avuto modo di documentare questa laurea con delle foto, che l’hanno resa, per me, una laurea web 2.0. In realtà era un modo, oltre che per documentare, per tenere a bada l’emozione. Che è arrivata come una valanga rotolante per il pendio del mio stomaco. Che non pensavo sarebbe arrivata così intensa. #einvece.

E invece mi sono trovato a guardarla mentre discuteva la tesi e pensare ai riti di passaggio. Alla ritualità delle tribù che prevedono delle prove per poter essere accettati nel mondo adulto. E ho pensato al giorno della mia, di laurea. Al fatto che per me quella è stata la prima volta nella quale avevo fatto qualcosa senza l’aiuto (al netto del supporto logistico e dell’appoggio morale) dei genitori, è stata la prima volta in cui non potevo rivolgermi a loro per un consiglio, per una dritta, perché tutto il corso di laurea era ostrogoto per loro. Ma solo mentre guardavo lei discutere la tesi, con una proprietà di linguaggio e una sicurezza straordinarie (in realtà sapevo benissimo che si stava lacerando ma potevo vederlo solo io, e con me le persone che la conoscono molto, molto bene, perché l’apparenza era di una persona leggermente tesa ed emozionata come è normale che sia, ma sicura e spigliata), solo mentre la guardavo ho realizzato che in realtà il momento della laurea è realmente un rito di transizione, che sancisce e consacra il passaggio allo status di adulto. Non per gli altri, ma per se stessi. E se la mia laurea rappresentava una novità in famiglia, essendo i miei genitori diplomati, Cippi ha due genitori entrambi laureati, ma il rito di passaggio resta. Perché è la fine di un ciclo. Anche ora che i nostri illuminati governanti hanno pensato bene di ristrutturare tutto secondo modelli anglosassoni che non ci appartengono e sono culturalmente distantissimi da noi. In USA o nel Regno Unito, una laurea triennale ha una precisa collocazione dal punto di vista professionale, e la specialistica quindi assume un significato differente. Qui la triennale non vale assolutamente nulla, e la specialistica successiva è praticamente obbligatoria.

Ma. Ma nonostante tutto questo, la laurea marca una linea profonda, tra il prima e il dopo, tra la ragazza e la donna (e qui potrei partire con un pippone esagerato su yin e yang ma ve lo risparmio). E vedere Cippi che veniva proclamata dottoressa, entrando di diritto nel mondo adulto, mi ha fatto venire il groppo in gola.

Qualche tempo fa, con felice intuizione, Virna ha detto che le ragazze da giovani virgulti che erano si sono trasformate in alberi. Sono strutturate, hanno sani principî, dirittura morale, senso di responsabilità. Erano dei fuscellini, ora sono delle querce, ben piantate a terra.

E una delle due querce oggi è anche dottoressa. E scusate se è poco.

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24 pensieri su “La dottoressa Cippi

  1. angyerry

    :”( spero di poter regalare presto anch’io ai miei una simile gioia… Glielo devo così tanto 😦 . Sei un uomo speciale, un amico speciale e un papà speciale. Mi sento onorata di avere l’occasione di conoscerti. Buona notte..:”(

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  2. Hariel

    Leggendoti sorridevo immaginandoti emozionato con il cellulare a mano a far foto con la mano tremolante…e hai fatto venire il nodo in gola pure a me…
    a me che da anni mollo e ripiglio gli studi e che adesso mi aggrappo alla voglia di finire più per dare soddisfazione ai miei genitori che a me stessa. E anche a quel sant’uomo del mio fidanzato che mi sostiene in questo mio “non voler mollare più” e finire il prima possibile per rincorrere un altro sogno. Sei riuscito a emozionarmi ingegnere! E dico davvero. Difficilmente qualcuno riesce a farmi leggere un post sorridendo da sola come una matta, ed è il caso di Gy, e difficilmente qualcuno riesce a farmi venir giù le lacrime, e questo è il caso. Le tue figlie, ne sono certa , sono orgogliose , quanto te, di avere il padre che sei. Sai..credo tu debba avere nella tua memoria ancora un pò di ricordi a riguardo… avrai il battito a 1000 nel portarle all’altare, se ci andranno…e a 2000 il giorno in cui diventerai per la prima volta nonno!! 😛

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  3. Bibi

    comunque hai una figlia che è una santa, se io fossi stata al posto suo, con tutto l’amore del mondo ma quell’aifon te l’avrei mangiato piuttosto che vederti tutto il tempo a fare cliclic intorno

    ma io sono una pazza isterica ❤

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  4. tittisissa

    “Ma solo mentre guardavo lei discutere la tesi, con una proprietà di linguaggio e una sicurezza straordinarie …, ho realizzato che in realtà il momento della laurea è realmente un rito di passaggio, che sancisce e consacra il passaggio allo status di adulto. Non per gli altri, ma per se stessi. Perché è la fine di un ciclo”. Leggerti qui, mi ha fatto tornare alla mente di quando anche io, molto giovane come la tua Elena, nella preistoria quando ancora non esistevano lauree brevi, ho affrontato coraggiosamente il passaggio all’età adulta. Ricordo come se fosse ieri le parole di mio padre, le stesse che tu scrivi qui rivolgendo il pensiero a tua figlia, ricordo l’emozione e lo stupore nel vedermi (ma solo apparentemente) sicura e “sciolta” senza imbarazzi. Ricordo lo stupore, perchè fino a quel momento papà aveva pensato a me come alla sua bambina. Allora l’aifon non esisteva e lui non aveva potuto “fermare” il momento, la mia immagine. Ma poi, in privato, a quattr’occhi, mi aveva confessato queste sue emozioni, lui che conosceva perfettamente le mie sebbene io non le avessi mai esternate e sebbene lui non sapesse che il sostegno a tutto quell’ambaradan era sempre solo stato lui, ed anche un pizzico di malinconia al pensiero che ero diventata una donna. Aveva avvertito forte il mio cambiamento, benchè io non mi sentissi affatto cambiata. Mi sono commossa nel seguire su Instagram il tuo attento reportage fotografico sull’evento perchè ricordavo lui, che ogni volta che sto male, ha male anche lui e che quando ho partorito, aveva le doglie con me. La sua figura mi accompagna da sempre e la sua ombra mi protegge. “Qualche tempo fa, con felice intuizione, Virna ha detto che le ragazze da giovani virgulti che erano si sono trasformate in alberi. Sono strutturate, hanno sani principî, dirittura morale, senso di responsabilità. Erano dei fuscellini, ora sono delle querce, ben piantate a terra”. Questo lui aveva pensato di me, con orgoglio celato. Anche se io no, una quercia non sono stata mai. Forse sono rimasta un fuscello, protetta da lui che invece lo è, da sempre. Un fuscello che però resiste alle intemperie. Con fatica. E posso ancora crescere, con il suo aiuto, e diventare quercia.
    Caro Max, tu non lo puoi sapere, ma vederti lì con l’aifon tutto emozionato mi ha fatto sentire quanto ti sono vicina. Fai bene ad essere orgoglioso delle tue ragazze. Insieme a Virna avete fatto un ottimo lavoro e spianata la strada, per quanto sia umanamente possibile, ai vostri teneri virgulti.
    Posso solo scrivere, per concludere ‘sta filippica, che Elena ha sentito e sente per te, e magari un giorno ti confesserà, ciò che io ho sentito per il mio papà.

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  5. gluci77

    La prima cosa sono i complimenti ad Elena per il risultato raggiunto e per quella bella luce che le si legge negli occhi. Poi c’è un abbraccio ai suoi genitori… perchè è vero che esserlo non è facile e che non sempre tutto l’impegno basta a far sì che la pianticella cresca forte e diritta, ma averne di forti alle spalle, capaci di trasmettere valori e amore per la serietà e l’impegno, è importantissimo. Infine penso a mio padre… che avrebbe tanto voluto anche me dottoressa, ma non mi ha mai rinfacciato nulla se le cose sono andate diversamente. Che mi ama lo stesso anche se probabilmente in questo l’ho deluso e molto. E che qualche anno più tardi ha capito comunque che ero diventata una donna… quando è entrato in quella stanza d’ospedale e ha visto per la prima volta suo nipote…

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  6. Ema

    echeccos’è tutta sta malinconia?!?
    da padre posso dire che nessun figlio ti delude mai (al netto di cose estreme, tipo genocidi). da figlio posso dire che nonostante tutto non ho mai deluso mio padre. se cerchiamo, come figli di far “piacere” a mammà e papà o come padri/madri di far fare ai nostri figli ciò che abbiamo o non abbiamo fatto/raggiunto, vivremo tutti (ben tregenerazioni) infelici.
    l’equilibrio, come genitore e come figlio, sta tutto nel passare da uno stato all’altro, mantenendo una certa calma, un certo distacco: quello che ci deve interessare è che la progenie sia “autonoma, sicura e felice”. certo, la faccio facile, tanto dispensare punti di vista picchiettando selvaggiamente sulla tastiera, è comodo-comodo…
    i riti di passaggio (e mettiamoci dentro tutto, anche quando cominciano ad andare a scuola, eh) sono pietre miliari, utili per suddividere il tempo in un prima e dopo, peccato che i passaggi siano incrementali… certo il “momento” sancisce qualcosa: “marchia” in un qualche modo la persona, ma tua figlia, in questo caso, era “donna” anche prima, solo che il passaggio da bimba, ragazza, donna avviene in modo talmente continuo che non te ne rendi conto se non lo àncori a un evento. forse…

    ps: dopo tutte queste belle parole, ritengo che un figlio juventino non lo meritavo, ma a 6 anni ho ancora speranza di raddrizzarlo. e se a scuola non prenderà il massimo dei voti lo diseredo. e se non si sposerà con una bionda bella-carina-dolce-e-buona non andrò al suo matrimonio, e se non si laurea lo coricherò di legnate. etc etc etc 🙂

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    1. tittisissa

      Ciao Ema, sei sempre saggio nei tuoi commenti. E hai ragione quasi su tutto. In particolare sul fatto che per un genitore che ti considera per tutta la vita come suo figlio, occorre che il “passaggio” venga determinato da un avvenimento. Come per Elena la laurea. Avviene in un attimo…guardi tua figlia e realizzi che è cresciuta, è adulta, matura. Anche se naturalmente la sua crescita è graduale e costante e comprendi che sei tu, genitore, a guardarla adesso con occhi diversi. Hai meno ragione, ahimè, sulla speranza di raddrizzare quello juventino di tuo figlio. Sei senza speranza. Sallo subito. Così soffri meno 😉

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  7. yliharma

    me la ricordo anch’io come un rito di passaggio, emozionantissima, soprattutto poi le strette di mano dei prof, i complimenti, e quella firma, l’ultima firma, a sancire un percorso lungo e faticoso…anche se non è stata una mia scelta quella di laurearmi (io avrei fatto una scuola di restauro…ma i miei genitori entrambi laureati mi hanno dato un diktat…) e ho faticato contro la noia, è stato uno dei periodi più belli e intensi della mia vita, non lo cambierei con niente altro 🙂
    congratulazioni alla dottoressa!!!!

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  8. Wish aka Max Autore articolo

    Cerco di rispondere a tutti in un solo commento.
    Non esiste delusione per un genitore. Non nel senso che si è inteso in alcuni commenti. Io sarei ugualmente felice se Cippi anziché laurearsi avesse intrapreso qualunque altro cammino. Il mio orgoglio nasce dal fatto che LEI è felice. Se mai delusione ci sarà, sarà nel non vederla felice. Ma sarà una delusione riflessa, non indotta da una presunzione di sapere cosa sarebbe stato giusto o sbagliato fare. Il vero orgoglio nasce dal fatto di vederla trasformata da fuscello in quercia. E’ questo il vero passaggio; il problema è che, per come siamo strutturati e per come ragioniamo, il passaggio deve essere “agganciato” a qualche evento. Ma in realtà l’evento è solo una scusa…

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