Il coraggio di cui abbiamo bisogno

Una delle cose belle di Internet è che si scoprono persone interessanti, con belle idee e capacità di rappresentarle in modo immediato ed intuitivo. È il caso di Anna in questo post, dove parla di come sia riuscita, con tenacia, volontà, passione e capacità, a inventarsi un lavoro. Il suo post, che è completamente autocontenuto, nasce però come una sorta di risposta ad un articolo, citato nel post, che si trova qui.

Nell’articolo l’autrice racconta il disagio di vivere con un introito di circa trecento euro mensili, costretta a farsi pagare l’alloggio dai genitori, che a ventotto anni non è esattamente il massimo della vita. Due cose mi hanno colpito. La prima è che l’autrice se la prende con la generazione precedente, innescando quella che io chiamo una “guerra tra poveri”; la seconda è che nei commenti all’articolo gli autori hanno allargato il perimetro della guerra tra poveri, dividendosi in due fazioni, una pro e una contro l’autrice.

Anna infine, nel suo post, con rara acuità visuale, identifica quella che lei stessa definisce una terza via. Né piangersi addosso perché si guadagnano 300 euro al mese, né sparare addosso a chi ha deciso di inseguire i propri sogni, ma inventarsi un lavoro. La mia riflessione, leggendo tutto il papiello, di primo acchitto è stata che è molto corsggioso e degno di ammirazione chi si inventa un lavoro, ma allo stesso tempo che non sempre questo processo è possibile. Pensavo a una delle mie figlie, quella che studia giurisprudenza. Lei ha iniziato questo corso di studi perché la giurisprudenza le piace. È come per me la matematica, una di quelle passioni che non si riescono a spiegare a persone che sono fuori dal giro. Ricordo l’imbarazzo nel vedere gli occhi sgranati dell’interlocutore al quale tentavo di spiegare la bellezza del ragionamento logico, la purezza della dimostrazione di un teorema, la soddisfazione di raggiungere una tesi partendo da un’ipotesi. Lì ho capito che ci sono passioni inspiegabili per chi non le condivide e ho imparato ad accettarle senza capire. E una sola raccomandazione ho fatto alle mie figlie al momento di intraprendere un percorso universitario è stata di scegliere una facoltà che le entusiasmasse. I ragionamenti del tipo “faccio la facoltà x perchè ho oiù possibilità di lavorare” non portano, secondo me, da nessuna parte.

Ma sto divagando. Quel che volevo dire è che in ambito giurisprudenziale vedo complesso ricorrere all’inventiva per cercare di risolvere il problema del lavoro. E questo è vero in tantissimi altri ambiti. Ovviamente, parlo di inventiva come quella che ha usato Anna, che le ha consentito di rimanere all’interno di un alveo che fa parte della sua sfera di interesse. E’ di tutta evidenza che un laureato in giurisprudenza può fare l’ambulante, ma non è questo il concetto. Il concetto è di rimanere agganciati alla sfera lavorativa che interessa, considerandola come un grande edificio del quale l’entrata principale è sbarrata, o meglio è a noi preclusa, e per entrare si deve ricorrere magari alla scalata di un muro. Ma l’edificio che ci interessa è ben delimitato, e cambiare edificio non risolve il nostro problema.

Queste considerazioni mi portano anche a dire che la situazione in cui ci troviamo, come Italia, come Europa, e in generale come Occidente, è assolutamente grottesca. Il lavoro è la base di tutte le carte costituzionali moderne, ed è anche la base della dignità di ciascuna persona. Dignità. Una parola che sta diventando desueta. Quel sentimento tale per cui ci si sente di contribuire a qualcosa, piuttosto che un peso morto. E il fondamento su cui basare la propria progettualità. Il lavoro non può essere trasformato in vero e proprio caporalato, dove non conta la professionalità, la competenza, la dedizione, ma conta il prezzo della prestazione, e basta.

Io faccio parte di quella generazione con la quale se la prende la ventottenne che vive con trecento euro. A lei vorrei spiegare che la mia generazione è fregata tanto quanto la sua, perché io ricordo distintamente che le persone che avevano la mia età quando io avevo 28 anni erano in una fase lavorativa di grande tranquillità, nella quale non dico che aspettavano la pensione e basta, ma sicuramente non avevano più ambizioni carrieristiche, quel che dovevano dimostrare lo avevano dimostrato, e magari si preoccupavano di addestrare qualche giovanotto di belle speranze che si affacciava in quel momento sul mercato del lavoro. Oggi io mi trovo in una situazione per cui mi pende sulla testa la spada di Damocle del “costi troppo, con quello che mi costi tu prendo un tot di giovani in apprendistato o a progetto”, e devo quotidianamente dimostrare che vale la pena di tenermi.

Per questo parlo di guerra dei poveri, perché credo che il vero problema sia altrove.
A mio avviso ci sono vari livelli di problemi. C’è un livello che investe l’intero sistema occidentale, ed è il modello di sviluppo che necessita di un PIL in crescita. C’è un livello europeo, ed è una unione monetaria basata solo ed esclusivamente sulla finanza. E c’è un livello italiano, che è la totale assenza di senso dello stato, da parte di tutti, nessuno escluso. Un apparente succedaneo del senso dello stato è l’evidente voglia di associazionismo, ma è per l’appunto apparente, visto che l’albo professionale degli spazzolatori di gatti è diverso da quello degli spazzolatori di cani. L’associazionismo visto in questo modo è molto vicino al corporativismo, che tende a privilegiare l’interesse dei soli appartenenti alla corporazione senza guardare minimamente al di fuori.

E allora, come se ne esce?

Se ne esce avendo a disposizione tante persone coraggiose come Anna. Che non si arrendono e non si abbattono, e non caricano l’ostacolo a testa bassa ma cercano di girargli intorno. Magari la massa di queste persone sarà in grado di cambiare le regole del gioco, magari ci troveremo persone così in posizioni chiave per decidere le sorti del paese, magari queste persone riusciranno a far comprendere a tutti che esiste un bene superiore di comunità a fronte del quale gli interessi personali devono fare un passo indietro.

E spero che le mie figlie facciano parte di questa schiera di coraggiosi.

10 pensieri su “Il coraggio di cui abbiamo bisogno

  1. pani

    uh! Ci sarebbe da discutere a lungo qui.
    La guerra tra i poveri c’era ai tuoi tempi, c’era ai miei e sempre ci sarà. Quello che comincia a darmi un po’ fastidio è vedere gli ex 68ttini che hanno tradito gli ideali che professavano allora e magari adesso si comportano molto peggio di coloro che volevano abbattere.
    Mi dà profondamente fastidio quella generazione che ora se ne sta beata in pensione ed ha pure il coraggio di decidere le sorti del nostro futuro. Sì, insomma, tanto per capirci, coloro che hanno dai 60 anni in su a mio parere dovrebbero fare un grande esame di coscienza.
    Che poi magari sono gli stessi che hanno fondato cooperative di lavoro e ti pagano 3,5 euro all’ora per fare l’usciere in un’azienda. 28 euro a fine giornata, 560 euro al mese.
    Come è possibile? Come si può permettere una cosa del genere? Uno potrebbe dire: sì, è un lavoro stupido, in fondo la persona non fa niente, sta lì, ferma e accoglie gli ospiti, qualche visitatore, qualche cliente. Ma allora, se è un lavoro stupido significa che puoi anche farne a meno, o no?
    Io credo che una prima vera riforma del lavoro sarebbe quella del salario minimo garantito: qual è la soglia minima per non essere povero? 1000 euro? Ecco, penso che nessun lavoro praticato per 160 ore al mese possa essere retribuito con una cifra inferiore

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Il commento precedente è solo una parte del mio pensiero. Mi trovo molto in accordo con quanto dici, e lo stesso ragionamento si può estendere a lavori pagati in modo analogo, tipo gli operatori di call center. Ed era esattamente questo il discorso che facevo relativamente alla difficoltà di trovare una terza via. Io vedo da vicino i ragazzi fortunati, quelli che hanno potuto studiare e che hanno una professionalità, per cui se hanno coraggio, qualcosa possono inventarsi. Ma chi questa fortuna non l’ha avuta, e vuole semplicemente un lavoro dignitoso con il quale guadagnarsi da vivere, cosa deve fare?
      Per quanto attiene all’esame di coscienza, credo dovremmo farlo tutti quanti. Abbiamo consentito ad un imprenditore senza scrupoli di fare il bello e il cattivo tempo per quasi un ventennio, è per questo che parlavo di corporazioni, sicuramente in questo quasi ventennio c’è stato qualcuno che ha avuto il proprio tornaconto, fottendosene del bene comune. E se il regime di tassazione è così elevato è solo perché tantissime persone le tasse non le pagano, e nel momento in cui il debito pubblico non può più finanziare la spesa, ecco che arrivano le stangate. Sui soliti noti, perché lì il prelievo è assicurato.

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  2. tittisissa

    Chissà perchè si confonde troppo spesso il concetto di “cosa pubblica” con quello di “cosa di cui non frega a nessuno”.
    Questo fa si che tutto ciò che in effetti riguarda ognuno di noi sia sempre di nessun interesse per la classe politica e cioè per tutti. Perchè chi stabilisce le regole del gioco sono loro. Dopo l’ultimo ventennio in cui a tutto si è pensato, fuorchè al bene comune, ci ritroviamo in una situazione a dir poco disastrosa, dove il debito pubblico altissimo deve essere ripagato con ulteriori aumenti al limite dello scandaloso, da coloro che già pagano ed hanno pagato. Sempre. Mentre coloro che non pagano continuano a fare i loro porcissimi comodi. Le difficoltà delle famiglie italiane sono direttamente proporzionali ai sacrifici che vengono loro richiesti. Il paese è immobile. La vergogna e l’indignazione stanzionano.
    Le tasse che sono le più alte in Europa, bloccano di fatto la crescita del paese e il lavoro per milioni di giovani diventa sempre più difficile da trovare. Ed io sono molto preoccupata. Con il lavoro che faccio, vedo il peggio della gente, cioè la parte che riguarda i propri soldi. Anche coloro che fino a pochi anni fa avevano delle certezze, date da un lavoro sicuro ed un tetto sulla testa, praticamente le famiglie medie della mia generazione, oggi le vedono crollare miseramente. La preoccupazione per il futuro dei propri figli (ed io che ne ho uno simil-adolescente sono del gruppo!) è talmente alta che molta gente si ritrova ad indebitarsi per consentire ai propri ragazzi di investire nel loro futuro.
    A mio parere si è tornati a quando la scuola era solo per chi se la poteva permettere. Sono migliaia i giovani che escono dall’università e si ritrovano con contratti precari che non permettono loro di fare investimenti sul proprio futuro. Decidere quindi di mettere su famiglia, di acquistare un immobile, ma anche di mettere al mondo un figlio, slitta di anno in anno e ci si ritrova a quarant’anni senza alcuna vera certezza alla quale aggrapparsi.

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Il paese è immobile. Ecco. Questa è la frase che mi ha colpito, e che secondo me rappresenta meglio quanto stiamo vivendo. Gli unici sussulti di dissenso vengono da persone terribilmente omologate e di apparato: Di Pietro, Bossi, Grillo. Mi sembrano i socialdemocratici di quando avevo vent’anni… Il che mi porta a pensare che non sia dissenso ma parte del gioco. Il gioco si chiama “quanto guadagno se gestisco qualcosa”. E il qualcosa è piccolo a piacere.

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  3. pani

    io è da anni che vo’ predicando…
    Il vero problema è il decadimento morale. Da una crisi economica in qualche modo ne vieni fuori, magari con le ossa rotte ma poi ci si riprende. Da una crisi morale uscirne è molto più difficile e questo male ormai si è diffuso ogni dove, anche nelle piccole cose, nei gesti quotidiani. Quando vedo della brava gente, dove, per brava gente intendo l’allenatore di calcio di mio figlio (parlo di qualche anno fa), impegnato nel sociale e nel volontariato, scartare il pacchetto di sigarette e gettare a terra l’involucro di carta e la stagnola…ecco, mi dico che qualcosa non va. Quando vedo gente di buona famiglia che dalle automobili lancia di tutto: fazzoletti, pacchetti vuoti, cartacce…ecco, mi ribolle il sangue.

    Sempre parlando di cicche riporto un altro esempio. Ieri ho pulito il breve tratto di strada che porta a casa mia, un tratto di strada privata ma comune fra tre case. L’ho ripulito dalle erbacce perché se non lo faccio io non lo fa nessuno. Ho scoperto un cimitero di mozziconi di sigarette: quelli del condominio vicino, prima di entrare a casa gettano la cicca. Dai una, dai due, ora la stradina ne è piena.
    Questo per dire che la cosa pubblica inizia appena fuori dal portone di casa e le persone già cambiano, se ne fregano. Se la cosa è mia la curo, se la cosa è nostra ci penserà qualcun altro.

    Questo è un esempio banale, potrei proseguire con esperienze ben più forti e sconvolgenti. Tuttavia credo che le persone si posano valutare dalle piccole cose. Così come, se rubo 10 euro mi viene poi facile rubarne 100.

    Ma perché dico tutto questo? Uhm…forse sono andato fuori pista🙂

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Non sei affatto fuori pista, secondo me. Anche io sono anni che predico invano. L’esempio delle cicche fa il paio con la macchina parcheggiata in seconda fila davanti al giornalaio quando 10 metri più in là ci sarebbe posto, con la fila disordinata dove nel mucchio che si forma il più furbetto arriva prima ad essere servito, e via così, guardando sempre e soltanto al proprio micro-mini orticello, e chi se ne frega se per renderlo rigoglioso dobbiamo bruciare quello accanto. Così non si va da nessuna parte.

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  4. Anna

    Rispondo qui al pingback manuale🙂
    Ringrazio di nuovo per i complimenti, ma mi sembra eccessivo vedere persone come alla testa del Paese😉 Posso solo dire che ho deciso di scommettere sulla passione, per sentire meno la fatica e – perdonate il linguaggio da baci perugina – “lanciare il cuore oltre l’ostacolo”.

    Non so quale indirizzo faccia tua figlia, supponiamo sia civile, diritto del lavoro. Butto lì un esempio: si stanno creando molte associazioni di persone in cassa integrazione, licenziate, che non hanno mai avuto la liquidazione, ecc. Tra di loro sicuramente c’è qualcuno/alcuni che hanno bisogno di assistenza legale. Un giovane avvocato/praticante potrebbe mettersi in contatto con loro e rappresentarli (dato che i sindacati… lasciamo perdere và…); con un’unica causa per 15 assistiti le spese si ammortizzano. Certo vuol dire fare una causa per guadagnarci poco o niente, ma è un inizio e questa è un’epoca dove gli “inizi” non li regalano, bisogna saperseli creare. A Roma ci sono più avvocati che nell’intera Francia, se uno aspetta l’avvocato senior che “abbracci sotto l’ala protettrice” il giovane e promettente praticante…

    Sono tutte terze vie…

    Grazie ancora per l’ascolto!

    Anna

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