Quando un prete e un ragazzino ti insegnano qualcosa

ADG-funeraleIeri sono stato ad un funerale. E’ morto un collega, con lo scooter, all’ora di pranzo. Su una strada che io ho percorso centinaia di volte, con tutti i mezzi e a tutte le velocità possibili, anche molto, molto oltre le prescrizioni del codice. Una strada dove non riesco a capacitarmi che possa succedere qualcosa, visto che è un gigantesco rettilineo. Forse il vento, che era forte, forse una distrazione, chissà. C’erano tantissimi colleghi, com’è ovvio, e com’è altrettanto ovvio e come sempre accade in questi casi, si parlava dell’accaduto. Due considerazioni, delle tante ascoltate, mi hanno colpito. Una relativa all’età, a 47 anni è “una vita lasciata a metà”. E mi ritrovo molto in questo, perché a 47 anni, con due figli di 14 e 10 anni, di cose da fare, da dire, da insegnare, da sperimentare, ne hai ancora tante. L’altra relativa alla moglie, compagna di vita, che lo saluta la mattina, totalmente inconsapevole del fatto che sarà l’ultimo saluto. E ho pensato al non detto, alle piccole miserie umane quotidiane che ci occupano la mente in modo così intenso, deviando la nostra attenzione dai fondamentali. E alla tortura costituita dal pensiero di tutto quello che avrebbe voluto dire, di tutto quello che avrebbe voluto fare, dei sospesi che rimarranno tali, dei gesti inespressi.

Il prete è una persona intelligente. Due cose mi hanno favorevolmente impressionato. La prima è l’omelia, nella quale non si è lanciato in voli pindarici, ma si è limitato a leggere. Ha letto un passo di una pièce teatrale, “Processo a Gesù”, di Diego Fabbri, che riporto in fondo al post, se qualcuno la vuole leggere. Nel pezzo che ha letto si parla di una persona che racconta il dramma di perdere una persona cara nel fiore degli anni, nel suo caso un figlio, e del processo di identificazione con la figura sacra prima, e di consolazione nella religione poi. Un pezzo sobrio, senza sentimentalismi eccessivi, senza richiami dogmatici. Un pezzo consolatorio. E poi ha letto delle cose molto personali, che riguardavano un pellegrinaggio fatto con loro. Si vedeva che c’era una conoscenza profonda, e si sentiva tutta la sofferenza dell’uomo, costretto a esercitare un ruolo che non avrebbe voluto svolgere, in quel momento. Non mi capita spesso di esprimere giudizi lusinghieri sui preti, ma questo mi è sembrato una gran bella persona.

E per l’appunto, l’altra cosa che mi ha colpito è che alla fine della messa ha riferito che in molti gli hanno chiesto di parlare e di dire delle cose, ma che quel giorno avrebbe lasciato la parola solo (cito testualmente) “a Luca, al grande Luca”, il figlio. 14 anni, come detto. Un bel gesto, di grande rispetto per la famiglia. E Luca è veramente un grande, ci ha impartito una lezione di umanità straordinaria. Ha parlato della sua sofferenza, ma anche della speranza. Dell’odio per la divinità, ma anche della consolazione. In un discorso di pochi minuti ha riassunto tale e tanta di quella saggezza da lasciare tutti a bocca aperta. E io mi auguro che la fede sia per loro un sostegno, un sostegno che li aiuti ad andare avanti e a non cadere nella disperazione. Ognuno trova la consolazione come può, in situazioni così drammatiche avere una fede salda e forte può essere un grande aiuto.

Qui di seguito il pezzo letto durante l’omelia.

Un momento. Perché anch’io voglio dire quel che hanno già detto la signora, lì… e il giovanotto: non ce lo dovete toccare, Gesù. Noi non abbiamo l’intelligenza per stare delle giornate intere a ragionare… Noi siamo poveri… e semplici, e Gesù lo sentiamo, lo conosciamo, chiedo scusa, come fosse uno dei nostri. È il nostro tesoro. E allora non dovete toglierci questa sola cosa che abbiamo, ma che per noi è tutto. Gesù è tutto, per noi! Oh! Io sono una madre, lavoro qui, nel teatro – spazzo… le pulizie – oh! prendo proprio due soldi, e mi danno un buco di casa…

Eh! Che sono una madre con un figlio morto, volevo dire. Una vedova. Le madri alla mia età non dovrebbero lavorare, se avessero ancora il figlio… Io ho ascoltato tutto — non ho capito tutto, però la madre… la Madonna… l’ho capita, e mi son detta: «anch’io sono un po’ come lei…». Per carità, per carità… non è che io faccia dei paragoni. Mi perdoni, sa… Io mi son permessa di venire avanti… così pubblicamente… perché non capita mai di incontrarsi con la madre di Gesù a faccia a faccia… così come stasera….

Anche mio figlio un bel giorno se ne andò… I figli, buoni e cattivi, se ne vanno tutti… È un destino. Non mi disse nemmeno dove. Non portò via niente… perché non c’era niente da portar via da noi…  Quando si rifece vivo era un altro uomo. Io non lo potevo capire più. Era andato via biondo e mi ritornava per così dire, più scuro di capelli, e cupo, pensieroso, chiuso… Avevo perfino un po’ di timore di guardarlo, sapete com’è coi figli che vi diventano degli sconosciuti… oh! Rimase lì in casa, senza far niente. Lì in casa, e diceva certe parole, coglievo certe frasi… noi stiamo attente a tutto! Che discorsi, che discorsi, Dio mio! e non potevo capire. E quando si comincia a non capire più i discorsi dei figli è finita. Si deve star zitte, e aspettare.

Oooh! E una notte, battono. Chi è? Vengono a prenderlo, perché, dicono, è un sovversivo. Non domandatemi se era di questi, di quelli o di quegli altri… non importa proprio saperlo per quel che sto per dirvi… credetemi. Io dico: ma come un sovversivo? Mio figlio, che sta chiuso in casa? Che ha detto? Che ha fatto? Quelle solite domande… Portato via, scomparso, l’unico figlio. Un momento fa c’era. Dormiva. Dopo un momento… non c’è più! E poi mi mandano una carta: che è morto. Da non crederlo… da dar di volta il cervello… Non c’è più… ma io lo sento parlare, lui che non parlava mai con me… lo sento perfino chiamare. Voi, signori del processo, voi prima, avete parlato dei miracoli, ho sentito: ci sono, non ci sono, sono veri, sono falsi… un gran discutere… Io non lo so se ho capito, ma posso dire che a me è successo proprio un miracolo. Io ho detto prima che da un certo momento in poi, mio figlio era diventato come uno sconosciuto, per me… ma ecco che dopo la morte, mentre l’ammazzavano all’improvviso è resuscitato… resuscitato dentro di me. Me lo son sentito vicino, vivo, proprio come se fosse vivo e avesse confidenza in sua madre… Parla, dice quello che per anni non ha mai detto – le cose meravigliose… le parole che dice… e i sentimenti che mi confida, sapeste! E io so, ormai, lo sento, lo so, vi dico, lo so! che non passerà molto tempo che lo rivedrò, ci rivedremo, perché è vivo, è ancora vivo… Non è una favola… è una cosa vera, proprio vera, come se si toccasse… una certezza. C’è, là, in un posto, in un altro posto, ed è vivo! C’è, e mi aspetta, e ci ritroveremo… è così! È così! Io volevo dirvelo, ecco… Loro ci aspettano! Queste sono le sole cose che contano in questa nostra vita disgraziata! Non le toccate! Sono le sole che abbiamo… Siate buoni, signori giudici, siate un po’ buoni verso il Salvatore… e verso di noi… Buoni… buoni, buoni.

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26 pensieri su “Quando un prete e un ragazzino ti insegnano qualcosa

  1. elinepal

    Ecco. Mi sono fatta un pianto. Mi dispiace Wish, mi sembra che la vita in questo momento ti stia chiedendo tante lacrime. Però cogli la grandezza che c’è anche nel dolore. E questa è cosa buona e giusta. Un prete che legge un brano teatrale in chiesa merita l’applauso. Tu meriti un abbraccio….

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  2. itacchiaspillo

    Com’è difficile parlare della morte!
    E’ difficile quando tocca chi non ti aspettavi.
    E si dice che “non se lo meritava”. Ma chi lo merita??
    Mi sa che quel ragazzo di 14 anni è diventato uomo tutto d’un tratto…

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Sai, purtroppo la risposta a “chi lo merita?” è “Tutti”. Nel senso che questa è veramente l’unica certezza che abbiamo. Siamo di passaggio. Solo che in certi casi sembra che il passaggio sia troppo breve. E quando è così, ci si sente maggiormente messi di fronte alla nostra morte, come se ci specchiassimo e dietro di noi vedessimo la signora con la falce. Memento mori, ricordi? Lo avevi postato tu un po’ di tempo fa. E sì, Luca è un uomo. E che uomo.

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  3. ђคгเєl

    quando certe cose toccano persone a noi vicine è sempre difficile esprimersi.
    un figlio maggiore, pur se di soli 14 anni si ritrova in questi casi a diventare grande. E’ un’istinto naturale mi sa. Suo papà dall’altro saprà guidarlo in questo cammino,ne sono certa.

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  4. tittisissa

    Quante volte mi sono ritrovata a fare le tue stesse considerazioni..
    Un uomo esce di casa e non ne fa più ritorno, lasciando dietro di se un vuoto incolmabile ed un profondo cambiamento nelle persone che gli sono state accanto quotidianamente.
    Forse, vivere ogni giorno assaporandone il vero gusto, come se fosse l’ultimo, è davvero un buon consiglio da seguire.
    Inoltre due pensieri, uno ciascuno per i due uomini che hai citato.
    Non ho grande stima della categoria ecclesiastica, per cui un prete del genere, al di là del ruolo, mi si rivela come uomo intelligente e di apprezzabile sensibilità e lo dico come una che ha cambiato commossa il proprio avatar per ricordare don Andrea Gallo, dopo la sua recente scomparsa. Senza aver stima, lo confesso, per gli “uomini di chiesa”.
    Il secondo pensiero, probabilmente derivante dal fatto che ho un figlio adolescente che rivedo nei volti di tutti i ragazzi di cui sento parlare, va a quel piccolo grande uomo, che ha dovuto suo malgrado imparare troppo in fretta a fare l’uomo di casa, lasciandosi alle spalle definitivamente il ruolo di adolescente che era giusto continuasse a d interpretare ancora per un po’.
    A te, caro amico, un forte abbraccio.
    Non è decisamente un bel periodo ❤

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  5. Luci

    A volte le persone che sembrano avere maggior bisogno della nostra consolazione finiscono per consolare noi, per darci forza, per insegnarci qualcosa di nuovo ed importante. Finiscono per illuminarci. Luca (e guarda un po’ la radice del suo nome, “lux”) ha saputo fare questo. Ed è un esempio, un grande esempio. Il suo papà, da lassù o da qualsiasi altra parte, sarà orgoglioso di lui…

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  6. laura

    Ho vissuto in prima persona la tragedia di una vita spezzata … Forse dovremmo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo e rendere omaggio con le nostre azioni alla vita, a Dio. Ma noi siamo fatti per sognare, per programmare, per credere fermamente che ci sarà un domani (e in un modo o in un altro ci crediamo tutti nel domani). Ed è proprio questo il dolore più grande, quello di sapere che non c’è più tempo per le innumerevoli cose rimandate da fare con quella persona, per tutti gli abbracci non dati, per i sussurri non condivisi…
    Poi all’improvviso cambia qualcosa, non so cosa succede ma succede, e quella persona la senti di nuovo, è lì… e ti sta abbracciando…

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Spero di non aver riaperto ferite, e sono molto d’accordo con quel che dici. Nonostante i proponimenti, il carpe diem, il memento mori, non riusciamo proprio a viverlo. Troppo concentrati sulle cazzatelle, e poco focalizzati sui “fondamentali”. Sindrome da onnipotenza, sindrome da vita eterna, chissà.
      E se riesci a vivere quell’abbraccio sono contento per te, davvero. 🙂

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  7. ammennicolidipensiero

    il libro di diego fabbri è bellissimo. non avrei mai immaginato che quel testo teatrale potesse entrare in una chiesa, neanche per sbaglio. un gesto di coraggio, forse il miglior regalo che un uomo di chiesa possa fare ad una famiglia avvolta dal dolore (ma io lo dico da miscredente, quindi non faccio testo più di tanto…)

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