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Da cosa nasce coso

Ebbene sì, la fatica della full immersion estiva di cui ho parlato nel post precedente è stata premiata, e il mio racconto è stato pubblicato su MagO, la rivista della scuola Omero. Potete trovarlo a questo link, oppure leggerlo qui di seguito. Grazie tantissimo a Luigi Annibaldi e a Lucia Pappalardo, curatori di MagO, oltre che ai due geni Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi, che sono stati i miei editor. 

La bellissima copertina di Luigi Annibaldi © Luigi Annibaldi

Da cosa nasce coso

“Scusami, vado un attimo a lavarmi le mani”
Ti sorride. Sei finalmente a cena con la specializzanda che ti piace tanto. Hai tentato di invitarla dal primo giorno in cui l’hai vista in ospedale ma, a causa di incompatibilità di turni e di impegni vari, sono passati due mesi prima di realizzare il desiderio. Le sorridi a tua volta, ti alzi e ti dirigi verso il bagno.
Entri, dentro c’è un tizio, che gesticola e punta le dita qua e là. Ti guarda, e poi bruscamente ti chiede dov’è il coso, quello per asciugarsi le cose. Sei un neurologo, e riconosci immediatamente la patologia, è un’afasia verbale con anomia, il disturbo che impedisce di trovare le parole giuste da usare.
“Il telo, dice? È là, guardi, dietro quella colonna”
“Ah grazie, grazie mille. La ringrazio della cosa, quella cosa che dai a quelli in difficoltà, quando gli batti una pacca sulle cose, quelle sotto il collo…”
Ci sono le spalle, sotto il collo, pensi.
“Comprensione?”
“Sì ecco, la ringrazio della comprensione”
“Ma si figuri, Non ne parliamo neanche”
Rimani in silenzio, ma il tizio resta piantato davanti a te. È agitato, pieno di tic, non riesce a star fermo ma neanche a muoversi per andare ad asciugarsi. Vuoi trovare un modo per liberartene in fretta, vuoi tornare dalla specializzanda il prima possibile. Ma sei pur sempre un medico e gli chiedi se ci sia qualcosa che non vada.
“Qualcosa? Tutto non cosa! Non c’è cosa che cosi! Cosa!”
Vorresti non esserci mai entrato, in quel maledetto bagno. Ti giri verso il lavabo e ti lavi le mani, sperando che la finisca lì, ma il tizio, inesorabile, riprende a parlarti.
“Di tutto, mi è cosato. Una cosa dietro l’altra, come si chiama, quando una cosa ti fa cosare, e tu ti cosi male…”
“Disgrazia?”
“Ecco, disgrazia. Una cosa dietro l’altra. Mia cosa mi ha cosato, sei cosi fa”
A quel punto ti succede una cosa strana. Le tue orecchie sentono “cosa”, “cosato”, “cosi”. Ma, incredibilmente, capisci. Capisci che la moglie lo ha lasciato sei mesi fa. Capisci lui, ma non capisci cosa sta succedendo. E non ti fidi di questa comprensione, così tiri un respiro profondo e fai finta di non aver capito.
“No scusi, non ci arrivo a questa…”
“Mia cosa, quella che ho cosato venticinque anni fa”
“Sua moglie?”
“Esatto, mia cosa! Mi ha cosato, quella cosa!”
Di nuovo senti cosa cosato e cosa, e capisci di nuovo che la moglie lo ha lasciato. Non chiedi conferma sul “cosa” finale, non hai voglia di ascoltare una complicatissima spiegazione di cosi e cose che si conclude con un deludente “troia”.
“Beh”, replichi, “non è detto che sia una brutta cosa essere lasciati, a volte è una liberazione”
“No, lei non cosa, non è solo mia cosa che mi ha cosato. Poco dopo mia cosa è cosata, aveva un brutto coso al coso”
Capisci perfettamente che si tratta della sorella, che aveva un brutto male al seno, e che è morta. Ma di nuovo scatta il rifiuto, decidi di non fidarti, in fondo “brutto male” è abbastanza intuibile, e decidi di indagare, per capire se sia effettivamente la sorella. Nel frattempo un pensiero si affaccia timidamente: e se davvero… se davvero fossi in grado di capire il linguaggio degli afasici… Pensi già a pubblicazioni, congressi, risonanza internazionale… Soffochi il pensiero.
“Un brutto male mi dice? E chi è morto?”
“Mia cosa, la figlia di mio coso e mia cosa”
“Sua sorella?”
“Sì mia sorella”
Rimani perplesso. Sei combattuto, da una parte vuoi verificare se davvero tu hai ricevuto questo dono, la capacità di capire gli afasici, dall’altra vuoi tornare dalla specializzanda. Decidi di fare un altro passo.
“Certo questo non aiuta, mi rendo conto”
“Non è finita, perché ho anche cosato il mio posto di coso”
“Ha perso il lavoro?”
“Sì, ho cosato il coso, ho cosato il coso…” gli si rompe la voce, ma continua “Ho anche cosato che coso a fare, e ho cosato di cosarmi molte cose, ma non ci sono mai cosato, c’è sempre stato un coso che me lo ha cosato”
Ha pensato, giustamente, che campava a fare, e ha tentato di suicidarsi, più volte, ma senza riuscirci, ogni volta un incidente ha impedito di arrivare alla fine.
Sei euforico, pensi che se sei riuscito a comprendere un arzigogolo del genere, allora è certo che il dono ce l’hai. Capisci gli afasici! Una valanga di soldi ti aspettano… Lasci al tizio il tuo biglietto e gli fissi un appuntamento per l’indomani mattina.
Tornando al tavolo ti senti come se camminassi a venti centimetri da terra. Ora puoi finalmente concentrarti sulla specializzanda, e l’euforia che ti pervade di consente di sfoderare tutto il tuo fascino. Tra sguardi d’intesa, contatti pseudocasuali, espressioni del viso, capisci rapidamente che lei ci sta, che gli piaci e che la serata si concluderà a letto. Finite di cenare, chiedi il conto, paghi, l’aiuti a infilare il soprabito.
Mentre uscite avvicini la bocca al suo orecchio e le mormori: “In che cosa preferisci cosare? Cosa mia o cosa tua?”

Delitti esemplari – Al supermercato

Ero di fretta, avevo amici a cena e dovevo ancora iniziare a cucinare. Mi ero accorto che mi mancavano il vino bianco e il basilico. Mi precipitai al supermercato vicino casa, e dopo una corsa tra i banchi arrivai alle casse, per scoprire che c’era il delirio.

Mi misi in fila dietro quella che sembrava la meno affollata, davanti a me c’erano solo tre persone, anche se avevano tutti i carrelli strapieni; ma la cassiera non era delle più sveglie. E così, dopo un po’ che friggevo, mi rivolsi al signore davanti a me.
– Scusi, non è che mi farebbe passare? Ho degli amici a cena, e sono in ritardo. Ho solo due cose, vede?
– A me non me ne frega niente della tua cena, la fila è la fila. Se hai solo due cose, non è un problema mio, aspetta il turno tuo e non mi rompere le palle.

Fu un attimo. Appena si voltò, gli spaccai la bottiglia del vino sulla testa, prendendola dal collo. Si accasciò a terra come una pera cotta. Con il mozzicone di bottiglia tagliente che mi era rimasto in mano, iniziai ad accanirmi sulla sua faccia e sul collo, fino a che non smise di respirare. Mi tirai in piedi e mi avviai all’uscita, pensando che in fondo potevo fare a meno del vino bianco. E anche del basilico.

Delitti esemplari – Il pendolare

Inizio oggi una rubrichetta, ispirata al libro capolavoro di Max Aub, “Delitti esempliari”, che invito a leggere tutti coloro che non lo hanno fatto. Si tratta di miniracconti di delitti. Era da un po’ che avevo in mente di farlo, ma l’ispirazione definitiva mi è venuta da un post dell’amica Pendolante. Ed ecco qui.

fileAbito fuori Roma. E tutti i giorni mi toccano cinquanta minuti di treno. Cinquanta ad andare e cinquanta a tornare. Cento minuti al giorno. Cinquecento minuti a settimana, circa duemiladuecento al mese, quasi ventiquattromila l’anno. Che diviso per sessanta fanno quattrocento ore. Cinquanta giornate di otto ore. Una vita. Si può usarlo in tanti modi il tempo. Un aforisma che amo particolarmente recita “A che serve affannarsi tanto per risparmiare tempo, quando poi non si è capaci di far altro che ammazzarlo?”. E quel tempo al quale non posso sottrarmi per me è diventata una risorsa. Lo programmo con cura, lo uso per sistemare delle piccole rogne personali, tipo controllo conti di casa, oppure scrivo email arretrate, oppure leggo. Adoro leggere, leggo qualunque cosa. Romanzi, raccolte di racconti, saggi. Qualunque cosa, qualunque autore. Classici, autori emergenti, tutto.

Ebbene era uno dei giorni dedicati alla lettura, e pregustavo sin dalla mattina l’inizio di un libro di Alice Munro, “Uscirne vivi”. Adoro la Munro, e la struttura dei suoi racconti è particolarmente interessante. Mi siedo e apro il libro, mi immergo nella lettura, ma dopo pochi istanti sento una musica cacofonica proveniente dalla mia sinistra. Mi volto e vedo il mio vicino con un telefonino in mano, che sta ascoltando agitando la testa a tempo. Faccio un colpettino di tosse, Il vicino neanche se ne accorge. Lo guardo intensamente, niente. Ad un certo punto lo apostrofo, gli dico: “Guardi che qui nessuno ha chiesto di ascoltare musica, e io sto leggendo, e vorrei leggere”. Mi risponde che questo è un paese libero e che lui ascolta quel che vuole. Gli dico che forse potrebbe usare gli auricolari, mi dice che se non voglio ascoltare musica posso anche cambiare scompartimento. Una ragazza di fronte a me si schiera dalla mia parte, Dice che è un’assurdità, che la musica è fastidiosa. Il tizio dice che con tutti i problemi che ci sono al mondo proprio con lui ce la dobbiamo prendere. Si rivolge a me e mi dice che quella musica è bella, che è un sottofondo ideale per la mia lettura.

Con movimento fulmineo sollevo il gomito e gli assesto una gomitata sulla bocca. Mentre porta le mani al viso che si è riempito di sangue mi alzo e gli tiroun pugno nello stomaco. Si china in avanti, e gli mollo una ginocchiata in piena faccia. E’ tramortito. Prendo il telefono che ancora suona. Lo poggio sotto il suo naso. Lo tengo in linea con l’asse del setto nasale con la mano sinistra, fermo in posizione. Con la mano destra assesto un colpo alla base del telefonino. Sento distintamente l’osso del setto nasale che penetra nel cervello. Lo guardo: “E adesso ascolta tutta la cazzo di musica che vuoi”.

Cosa fa di noi quel che siamo?

alzheimer

 

Riporto qui di seguito la traduzione di un articolo di Jonathan Carroll la cui versione originale può essere trovata qui.

Alla fine del film “Una lunga domenica di passioni”, dopo molti contrattempi e difficoltà l’eroina si riunisce col suo adorato fidanzato. L’unico problema è che l’amante è stato ferito molto seriamente alla testa, e ha totalmente perso la memoria. Quando si riuniscono, lui non sa chi sia lei. Nel recente film “Lontano da lei”, Julie Christie interpreta una donna malata di Alzheimer che gradualmente perde la memoria, e con essa la capacità di riconoscere suo marito, sposato molti anni prima. Alla fine di entrambe le storie i “dimenticati” guardano ai loro partner con un sentimento di desiderio misto confusione, perché ancorché essi siano proprio lì davanti a loro, loro non sono più “lì”, non sono affatto lì. In entrambi i casi questo porta alla domanda fondamentale: che cosa fa di noi quel che siamo? La nostra fisicità? I nostri ricordi? I nostri legami con altre persone? Le nostre conquiste (compresi i figli)? Altre cose, forse più ineffabili o indefinibili? Queste sono cose buone per una seria discussione ontologica, in un’aula dove si insegna filosofia, ma anche una domanda intrigante che può essere mandata da una parte all’altra del tavolo da ping pong che puoi visualizzare nella tua mente mentre ti lavi i denti stasera: che cosa fa di me quel che sono? Se togli questo o quello (la memoria, il senso dell’umorismo, o la vista, ad esempio), si tratterebbe sempre di me? O la perdita di cose di questo tipo farebbe scomparire il me che conosco?

Ho scritto un racconto, recentemente, su questo. E credo che se perdiamo la memoria, se siamo vittime di una malattia degenerativa, ebbene non siamo più noi. Non lo siamo. Siamo altri. Il racconto lo riporto qui di seguito.

Il sogno

Ero seduto sul divano, a leggere. Sentii l’acqua del lavandino scorrere in bagno. Si aprì la porta, e la vidi uscire lentamente dalla stanza.
– Buongiorno, Clara. Dormito bene?
– Sì, grazie – rispose asciutta.
– Vuoi un caffè?
– Magari dopo, ora no, grazie.
Si diresse verso la finestra, vacillò un attimo, come se le avesse ceduto una gamba, si aggrappò allo stipite. Mise una mano sugli occhi. Mi alzai, dirigendomi verso di lei.
– Va tutto bene?
– Mi gira la testa, ora mi passa.
Manteneva la mano sugli occhi, pollice e indice allargati, quasi a proteggere il viso, era poggiata contro il muro, la testa leggermente china in avanti.
– Cosa c’è che non va, Clara? Ti conosco da trent’anni, non è un giramento di testa.
– Ho fatto un sogno orribile, ma non ne voglio parlare.
Una lacrima spuntò da sotto la sua mano, e cadde a terra. Rimasi a guardare la goccia sul pavimento, affascinato dalla sua forma perfetta. Pensai che dietro la bellezza data dalla perfezione di una forma si può nascondere qualunque bruttura.
– Sei sicura di non volerne parlare? Forse ti farebbe bene – insistetti dolcemente. Clara fu scossa da un singhiozzo. E di nuovo fui colpito dall’armonia. Un movimento sinuoso che partiva dal bacino, un’onda che percorreva lo sterno e la schiena, simultaneamente, per arrivare alle spalle, e propagarsi lungo le braccia, le mani, le dita. E arrivare finalmente al collo, alla testa, alle labbra. Un suono soffocato, ma inequivocabile. Clara lasciò ricadere la mano lungo il fianco e mi guardò, con il viso rigato di lacrime.
– Mi rinchiudevi!! Mi rinchiudevate!!! – gridò Clara, forte. Il viso era tirato in un’espressione di strazio infinito. La circondai in un abbraccio, un braccio dietro la schiena, una mano a carezzarle la testa, che mi poggiava sul petto, come quando eravamo giovani. Cominciò a piangere accorata, con lunghi e profondi singhiozzi che la squassavano e le facevano quasi rimbalzare la guancia contro di me. Le braccia erano abbandonate lungo i fianchi, non sembrava avere la forza, o la voglia, di abbracciarmi. Continuai a carezzarle la testa, dolcemente e delicatamente, poggiando di quando in quando qualche bacio a fior di labbra sui suoi capelli, lievemente. Clara piangeva e singhiozzava, io l’abbracciavo e la carezzavo. Aveva spesso degli incubi, ma era la prima volta che la vedevo così stravolta.
– Vuoi dirmi di che si tratta? – le sussurrai dolcemente.
– Mi rinchiudevate. Tu, mi rinchiudevi. Io ero un po’ svanita, ma non così tanto. E tentavo di dirvelo, tentavo in tutti i modi. Ma voi niente. Tu, niente.
– Voi chi?
– C’erano anche i figli. Eravate tutti contro di me, è stato un tradimento di tutti. Di tutti, Ema, di tutti…
Ricominciò a singhiozzare forte,ma questa volta mi abbracciò. Non era proprio un abbraccio, era aggrappata alle mie spalle da dietro e da sotto, le aveva come uncinate con le mani, sembrava cercare un appiglio per restare salda, per non cedere allo sconforto. Un appiglio per uscire dal sogno e rientrare nella realtà. Mi aveva chiamato con quel nomignolo che amavo tanto e così raro, oramai, un troncamento del nome che usavano in pochi, la maggioranza delle persone mi chiamava Manu, solo lei mi chiamava Ema, insieme con pochi, pochissimi amici intimi. Così come io la chiamavo Clà. Tanto tempo prima.
– Ero scappata, avevo capito che qualcosa non andava, ed ero scappata. Non so dove mi trovassi, sembrava un bosco. È a un certo punto arrivava Fabio, e mi diceva “Mamma ma che stai facendo qui, vieni, torniamo a casa”.
Le parole uscivano a ondate, quasi buttate fuori di forza, come se pronunciarle richiedesse un’energia inusuale. La voce non era piagnucolosa, ma rivelava una tristezza profondissima. Ero turbato, per la vividezza delle immagini che mi trasmetteva, e anche per il coinvolgimento dei figli, da lei sempre anteposti a tutto e a tutti.
– Era distaccato, Fabio – continuò – Cioè, lo sai com’è Fabio, lui è sempre distaccato, non è mai stato affettuoso come Lucia, che sta sempre lì ad abbracciare e baciare. Ma era freddo. Freddo come un assassino. Come un assassino, Ema, come un assassino… – Clara ricominciò a singhiozzare forte. L’abbracciai stretta e restammo così, cristallizzati, fino a che non recuperò un po’ di calma. Allora le proposi di sederci sul divano, presi un bicchiere d’acqua, glielo portai e mi sedetti accanto a lei. Guardava nel vuoto e raccontava. Non singhiozzava più, ma le lacrime continuavano a scendere. Ogni tanto si passava la mano sul viso, infastidita, come se non volesse asciugarle, ma scacciarle via.
– Mi sono avviata con Fabio, abbiamo camminato affiancati lungo il sentiero, a un certo punto è squillato il suo telefono, ha risposto, ho sentito che diceva “Sì, è con me, arriviamo”. Gli ho chiesto chi era, mi ha detto che era Lucia, gli ho chiesto perché, mi ha detto che mi stavate cercando tutti. Poi siamo usciti dal bosco, siamo arrivati in una casa, e c’era anche Lucia che mi aspettava. Siamo entrati tutti insieme, e ho salito una rampa di scale. In cima alla rampa c’era un ballatoio sul quale si affacciavano due porte. Attraverso la porta di sinistra vedevo delle persone vestite di bianco, che mi stavano chiaramente aspettando. Nella stanza di fronte invece c’era una scrivania, e c’eri tu, Ema. Mi sono guardata indietro, ho cercato di incrociare lo sguardo di Fabio, e mi sono sentita morire, Ema. Mi ha guardato come se stesse guardando una cosa, allora mi sono girata verso Lucia, ma lei ha voltato la testa e non si è neanche avvicinata. Niente, Ema. Neanche una parola, neanche una carezza, niente. È lì che ho capito. E ti ho guardato allora, Ema. Ti ho detto che non c’era bisogno che mi rinchiudessi, che potevi fare quel che volevi, che se volevi anche avere una storia io non avrei detto nulla, ma non c’era bisogno di rinchiudermi, Ema, non c’era bisogno di rinchiudermi…
Clara si prese il viso tra le mani, e ricominciò a piangere silenziosamente. Le misi il braccio attorno alle spalle e la attirai verso di me, la coccolai pian piano, di nuovo le baciai la testa, leggermente.
– Non mi rinchiuderai, Ema, vero?
– Ma cosa ti salta in testa, non dirlo neanche per scherzo! Era un sogno, ricordi?
– Giuramelo, Ema. Giurami che non mi rinchiuderai!
– Te lo giuro, Clara. Lo sai che non potrei mai. Preparai un caffè, la macchinetta era accesa, presi una cialda e la inserii, lo feci lungo, come piace a lei, glielo portai; ne feci uno anche per me, mi sedetti sul divano. Bevemmo lentamente, tenendoci per mano.
– Clara, oggi è domenica, ed è ancora presto. Perché non torni a letto, dormi un po’ e ti riprendi da questo brutto sogno, e poi magari quando ti svegli ce ne andiamo al mare. Che ne pensi? – Clara annuì distrattamente. Si alzò, la seguii e mi sedetti sul letto accanto a lei. Le carezzai il viso, delicatamente. Rimasi a coccolarla finché non si addormentò. Mi alzai, spensi la luce del comodino, chiusi silenziosamente la porta dietro di me. Uscii.
Percorsi lentamente il centinaio di metri che mi separavano dalla persona che volevo incontrare. Bussai, mi aprì.
– Ha avuto un incubo. Me lo ha raccontato con una lucidità che non aveva da anni. Mi ha chiamato per nome, ha ricordato anche i nomi dei figli.
– Venga, Emanuele, si metta seduto. Cerchi di tranquillizzarsi, la vedo agitato. – Fu il mio turno di prendere il viso tra le mani, e di iniziare a piangere silenziosamente.
– Mi ha fatto giurare di non rinchiuderla, dottoressa. Gliel’ho dovuto giurare. Non so se gliel’ho mai raccontato, ma noi avevamo un patto. Se uno dei due si fosse ammalato di una malattia
degenerativa, l’altro lo avrebbe ucciso. Ma quando hanno diagnosticato l’Alzheimer di Clara io non ce l’ho fatta, a rispettare il patto. E ogni notte mi disprezzo per questo. Perché sono egoista, e preferisco che lei ci sia. E l’avrei tenuta in casa, se avessi potuto, se fosse rimasta tranquilla; ma poi ha iniziato a essere autolesionista, e in casa è diventato troppo pericoloso.
– Emanuele, sa bene che non c’erano alternative al ricovero. Ne abbiamo parlato molte volte, ricorda? Piuttosto mi dica, era agitata?
– No, l’ho messa a letto, e ho aspettato che si addormentasse. Dorme, vero?
La dottoressa voltó gli occhi verso una batteria di monitor che aveva accanto. Il viso di Clara era sereno. Dormiva tranquilla, respirando lentamente, con il viso pacifico e rilassato. Avevo pensato di passare la mattina in clinica, ma ero davvero provato. Clara mi aveva riconosciuto dopo un anno e più che non succedeva. Sapevo che avrei passato il resto della giornata a torturarmi pensando se preferivo essere riconosciuto e parlare di un incubo così straziante, o essere trattato come un illustre sconosciuto. Mi asciugai gli occhi, salutai la dottoressa e me ne andai.

Cappuccetto Rosso 2014

Sempre per la serie “esercizi di scrittura creativa” fatti a scuola, un po’ di tempo fa ci fu chiesto di scrivere una favola prendendo spunto da qualcosa di esistente. Ho pensato di riscrivere Cappuccetto Rosso in chiave moderna, e ho deciso di pubblicarla oggi dopo aver letto questo post di Michele.

cappuccetto_rossoIl vicino della nonna aveva telefonato alla mamma di Cappuccetto Rosso, dicendole che la situazione era critica e supplicandola di intervenire. La vecchia era di nuovo ubriaca, e andava in giro seminuda adescando i passanti. La mamma di Cappuccetto Rosso non poteva muoversi, aveva appuntamento con lo strozzino per i debiti di gioco, e la dilazione richiedeva di essere negoziata da lei in persona. Quindi ordinò a sua figlia di andare di corsa dalla nonna e di cercare di placarla. Cappuccetto rosso sbuffò, prese il suo zainetto Eastpak, ci buttò dentro dieci cialde Nespresso e un limone, e pensò che stavolta la vecchia gliel’avrebbe pagata. Le avrebbe fatto vomitare anche l’anima.
La nonna non faceva altro che bere, bere, bere. Puntualmente si ubriacava con il Vecchia Romagna. E almeno le fosse presa la sbronza triste! No, le venivano i deliri di onnipotenza, le voglie di un’adolescente. Era una nonna molto giovanile, una cinquantenne d’assalto. Rimasta incinta a 18 anni, era diventata nonna a 45, andava in palestra e si teneva ancora piuttosto bene. Solo che quando si ubriacava combinava dei casini pazzeschi, l’alcool le risvegliava i calori. Una volta aveva iniziato a telefonare a numeri a caso fingendo di lavorare per una linea erotica, ma stavolta evidentemente aveva alzato il tiro. Cappuccetto Rosso sapeva che non avrebbe avuto il tempo di andare alla lezione di acqua-bike, e questo la fece imbestialire ancora di più. Per non parlare del fatto che le sarebbero toccati i compiti dopo cena. Sbuffò, e si avviò.
Mentre usciva la madre le gridò dietro di seguire la strada e di andare diritta a casa della nonna. Cappuccetto Rosso alzò gli occhi al cielo, le gridò un sì svogliato di rimando, e sbattè la porta dietro di sé.
Mentre camminava di buon passo, distraendosi con un’amica su whatsapp e twittando compiaciuta l’hashtag #nonnestronze, incontrò un lupo, un gran bel lupo tutto lucido e palestrato. Il lupo le strizzò l’occhio, e le chiese dove andasse mai, tutta sola. Cappuccetto Rosso rispose che andava da quella rompicoglioni della nonna, senza precisare che era ubriaca fradicia.  “Ah”, disse il lupo, “e dove abita?”. “Nella radura in fondo al sentiero”, rispose Cappuccetto Rosso. Il lupo tirò fuori l’iPhone, aprì Google Maps e visualizzò l’immagine satellitare della radura dove abitava la nonna. “Qui? Caspita, devi stare attenta, nel gruppo Facebook BoscoNews dicevano che c’è un po’ di casino da quelle parti, pare addirittura vogliano chiamare la polizia”. “Come la polizia? Ma guarda ‘sta vecchia stronza…” Cappuccetto Rosso si rese conto di essersi tradita. A quel punto qualcosa si ruppe dentro di lei. Scoppiò a piangere e raccontò tutto al lupo, della madre, degli strozzini, della vecchia che aveva i calori, e soprattutto di quanto non ne poteva più, della vecchia. Il lupo le disse di calmarsi, che lui le poteva regalare un po’ di relax. Gli avevano portato dell’erba da Amsterdam, roba di prima qualità, che stava dando via a 10 euro a pezzo, ma siccome quel giorno si sentiva particolarmente buono, e lei stava vivendo un gran brutto momento, le avrebbe fatto un regalo. E porse a Cappuccetto Rosso una canna già rollata. La bambina ringraziò, pensò che quella era la sua giornata fortunata, e se ne andò sotto un albero a fumare. Quell’erba era buona davvero, pensò, e rifletté sul fatto che evidentemente esisteva ancora qualcuno in grado di fare un bel gesto.
Dopo una mezz’oretta, Cappuccetto Rosso si rimise in cammino, e arrivò finalmente a casa della nonna. Premette il pulsante dei videocitofono, ma lo schermo rimase grigio, la telecamera era evidentemente guasta: una voce, che le parve un po’ troppo roca, le disse di entrare. “Guarda tu se ‘sta stupida vecchia si è presa pure il raffreddore… ma ti pare, andare in giro seminuda…” pensò. A voce alta disse “Nonna dove sei?” “In camera da letto, non mi sono sentita molto bene…” rispose la voce roca.
Cappuccetto Rosso salì le scale ed entrò nella stanza. Le parve che la nonna fosse diversa dal solito. Era ancora un pochino stonata dopo la canna, ma guardando fissa la cornice elettronica sopra il letto, che proiettava le immagini di quando la nonna faceva l’indossatrice, Cappuccetto Rosso verificò che le foto non le apparivano sfocate: era sufficientemente lucida; era la nonna che era strana. “Nonna ma che occhi grandi che hai” “Per guardarti meglio, nipotina mia” “Nonna ma che orecchie grandi che hai” “Per ascoltarti meglio, bambina mia”. Cappuccetto Rosso pensò che la nonna non l’aveva mai chiamata con quei vezzeggiativi in tutta la sua vita, quando all’improvviso si sentì un gigantesco rutto, che aveva tutta l’aria di provenire da sotto le lenzuola. La bimba a quel punto prese l’iniziativa e con un solo gesto tirò via le coperte. E quale non fu la sua sorpresa nel vedere che quella che lei credeva la nonna era in realtà il lupo incontrato nel bosco, e che la sua vera nonna era rannicchiata accanto a lui! “Nonna ma che diavolo stai facendo?” “Eh, Cappuscetto… ci sc-sc-stavamo divertendo un po’”, biascicò la nonna per tutta risposta. Il lupo era visibilmente imbarazzato e si affrettò a ricoprirsi. “Ma brutto stronzo”, disse la bambina “ora capisco… mi hai dato la canna solo per tenermi buona mentre venivi qui a farti mia nonna?” Il lupo guardava in basso senza rispondere. Cappuccetto Rosso cominciò ad inveire contro il lupo e contro la nonna, e mentre urlava e strepitava si sentì il cicalino del videocitofono. Cappuccetto Rosso prese la cornetta e abbaiò “Chi è?”. “Va tutto bene? Sono il cacciatore” “Ah, ecco giusto il cacciatore! Sali, va, che ti faccio svoltare la giornata! La porta è aperta”. Cappuccetto Rosso si voltò nuovamente e vide la nonna che cercava di entrare nell’armadio. “Nonna che cazzo stai facendo? Invece di fare la cretina mettiti addosso qualcosa, che sta salendo gente!” Il lupo era sempre più disorientato. Il cacciatore irruppe nella stanza. Cappuccetto Rosso lo apostrofò “Ehi, bello! Guarda un po’ cosa ti offro!! Un bel lupo caldo caldo, così puoi ammazzarlo e poi andare a farti bello dal sindaco! Sai cosa ha combinato? E’ venuto qui e si è fatto mia nonna!” “Cosa?” disse il cacciatore piantando gli occhi sul lupo “ma come sarebbe, si è fatto tua nonna?” Poi si rivolse alla nonna e le disse “E tu? Non hai niente da dire?” Anche la nonna ora guardava per terra. “Lo sapevo!! Lo sapevo, che non dovevo fidarmi! Non ti tradirò più, avevi detto… e ora? Ti trovo col primo lupo che capita?” Cappuccetto Rosso era pietrificata. Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Il suo sguardo si spostava dalla nonna, al lupo, al cacciatore. “Che cazzo hai da guardare, ragazzina?” disse il cacciatore “Sto insieme a lei, e allora? Solo che mi ha messo sempre un cesto di corna! Certo che stavolta”, continuò guardando il lupo con uno sguardo strano “stavolta non si può neanche darle torto, con questo bel lupo muscoloso… chi non cederebbe?” La mascella di Cappuccetto Rosso cadde, lasciandola a bocca spalancata. “Ma scusa, sarai mica gay? Ci credo che ti mette le corna, scusa!” “Bisex, prego. E comunque questo non c’entra niente con le corna. Le corna me le mette solo perché è una grandissima PUTTANA!!!” E su queste parole prese il fucile e sparò alla nonna, uccidendola sul colpo.

Ora, per riguardo ai bambini, ometteremo di raccontare cosa avvenne in seguito fra il lupo e il cacciatore. Sappiamo però che la madre di Cappuccetto Rosso vendette la casa della nonna e pagò gli strozzini, e tutti vissero felici e contenti.

Renzo Tramaglino e il “Sor Cesare”

conoscere3Alla scuola di scrittura un po’ di tempo fa abbiamo fatto un esercizio. Si trattava di prendere un dialogo da un libro, un dialogo un po’ lungo, e possibilmente senza troppe parti di prosa di supporto, un dialogo secco, insomma. Poi bisognava togliere tutte le frasi di uno dei due personaggi, e sostituirle con frasi inventate, creando quindi un altro personaggio e magari un’altra situazione, ma essendo costretti a scrivere coerentemente con le battute “fisse”. Io ho preso il dialogo tra Renzo Tramaglino e don Abbondio, all’inizio de “I Promessi Sposi”, quando, dopo che il curato è stato minacciato dai due bravi, Renzo si reca da lui per aver indicazioni sull’ora in cui celebrare il matrimonio, quel giorno, e si trova di fronte un don Abbondio che gli nega tutto. Ho tolto tutta la parte di don Abbondio, rimpiazzandolo con il “Sor Cesare” (le sue frasi sono in corsivo), un “romano de Roma” di una certa età. E questo è il risultato.

– Son venuto per sapere a che ora le comoda che arriviamo.
– Uhm…nun te trovo in agenda, ma de che giorno stamo a parlà, scusa?
– Come, di che giorno? non si ricorda che s’è fissato per oggi?
– Oggi? ma che stai a di’… famme ricontrollà… ma no, ma poi oggi nun se ne parla proprio… oggi nun posso.
– Oggi non può! Cos’è nato?
A bello, guarda che qui mica è ‘n ospedale! Oggi nun posso perché c’ho ducento cazzi e oltretutto er regazzetto ha chiamato che sta male, quindi sto puro da solo!
– Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca fatica…
Ma poco tempo de che? Anvedi questo, anvedi… se vede proprio che ‘n c’hai niente da fa tutto er giorno te… te nun c’hai manco idea de che vor dì, lavorà… e poi… nun me fa parlà, dai…
– E poi che cosa?
E poi ce stanno ‘n po’ de ‘mpicci, che te lo dico affà, ‘mpicci e ‘mbroji…
– Degl’imbrogli? Che imbrogli ci può essere?
A cì, ma allora sei proprio tonto… ma che ‘n ce lo sai che ce sta chi ariva e vole bagnà er  becco?
– Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c’è.
Oh madonna, ma che ho fatto de male pe’ meritamme ‘sto deficiente… senti, a coso, famo così. Diciamo che devo da fa’ firma’  ‘na cosa ar capo mio, vabbè?
– Bisogna ben ch’io ne sappia qualche cosa, – disse Renzo, cominciando ad alterarsi, – poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?
Aaaaaaaaaah ma allora sei de coccio!!! Nun se po’ oggi, e manco domani!!! Devo da sistema’ ‘n po’ de ‘mpicci!! Ma ‘n te preoccupà, ‘n cambia gnente! E’ giusto ‘na formalità!
– Ma mi spieghi una volta cos’è quest’altra formalità che s’ha a fare, come dice; e sarà subito fatta.
Oddio oddio oddio. Gesù damme la forza de nun menaje, a questo. Ma che sei, impedito???
– Che vuol ch’io sappia d’impedimenti?
Ce lo sai, ce lo sai, senti papà tuo, talis pater, come dicevano l’antichi…
– Si piglia gioco di me? – interruppe il giovine. – Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?
Fijo mio, qua nun è questione de lingua, qua er problema è che sei de coccio!
– Orsù!…
Senti, bello. Io c’ho da lavorà, te l’ho detto. Quindi vedi d’annattene, famme er favore.
– Che discorsi son questi, signor mio? – proruppe Renzo, con un volto tra l’attonito e l’adirato.
Come te lo devo da dì? Te ne devi annà!!! Te faccio un disegno?
– In somma…
Insomma gnente! Puro si t’avevo detto oggi, e nun te l’ho detto, oggi nun se po’ fa!
– Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?
Aridanga…
– Le ho detto che non voglio latino.
Manca ‘na pratica, devo chiamà l’agenzia e fà ‘na ricerca!
– Ma non le ha già fatte queste ricerche?
E certo che l’avevo fatte!
– Perché non le ha fatte a tempo? perché dirmi che tutto era finito? perché aspettare…
Allora ‘n se capimo proprio! NUN SE PO’ FA’ OGGI!!! CE SENTI O NUN CE SENTI?
– E che vorrebbe ch’io facessi?
Che te dai ‘na bella carmata e aspetti!!!
– Per quanto?
Famme pensà… boh, pe’ me ce voranno ‘na quindicina de giorni, dai.
– Quindici giorni! oh questa sì ch’è nuova! S’è fatto tutto ciò che ha voluto lei; s’è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei mi viene a dire che aspetti quindici giorni!
Quindici… – riprese poi, con voce più alta e stizzosa, stendendo il braccio, e battendo il pugno nell’aria;
Abbello già te l’ho detto, vedi da datte ‘na bella carmata, che ce metto du’ secondi a chiama’ i rumeni ar campo zingari e fatte da’ ‘na ripassata. Statte carmo e aspetta, e vedemo si je la famo a fa’ tutto in una settimana.
– E a Lucia che devo dire?
Je dici che se da’ na bella carmata puro lei, e che aspetta ’na settimana. Mica casca er monno!!
– E i discorsi del mondo?
Ancora, ma che te frega de quello che te dicheno, ma lasseli dì…
– E poi, non ci sarà più altri impedimenti?
No, tranquillo, te rivenghi  tra ‘na settimana e te la consegno, ‘sta cazzo de Smart!

Lascia stare i mostri dove stanno

Erano colleghi. Lui la trovava bella, soprattutto gli piacevano i suoi occhi: erano enormi, di un colore indefinibile, avresti detto azzurri, poi però grigi, ma anche verdi. Avevano la profondità dell’oceano, sembrava di affogarci dentro. Quegli occhi intensissimi guidavano l’espressione dell’intero viso. Se rideva, si vedeva chiaramente un’onda che partiva dagli occhi, prima di estendersi agli zigomi e infine alla bocca. Se diventava seria, erano gli occhi che si approfondivano, prima che l’espressione si accigliasse.
Occhi inquietanti, diceva qualcuno. Ma a lui piacevano proprio per questo. Quando la guardava negli occhi gli sembrava di essere fuori dal tempo, e questa sensazione era assolutamente impagabile. Non fossero stati colleghi, lui un pensierino su di lei lo avrebbe anche fatto, ma era fedele al detto americano “don’t put your pen in the company ink”, non mettere la tua penna nell’inchiostro dell’azienda, che gli aveva insegnato un suo vecchio capo anni prima. Si trovavano reciprocamente simpatici, e parlavano bene, nelle pause, parlavano di tutto. Tutto tranne che di lavoro, per carità. Erano accomunati dal disprezzo profondo per quei colleghi che non sapevano far altro che parlare di lavoro, sempre lavoro, solo lavoro. E che noia, santo Iddio!! Ma non ce l’avevano, una vita?
Quando non erano impicciati con riunioni e non si trovavano presso qualche cliente, pranzavano insieme. La pausa pranzo in azienda durava un’ora, ma per fortuna c’era sufficiente elasticità. Una sorta di “do ut des”, dove se ci si fermava per un attimo a riflettere si capiva che era assai maggiore il “do” dei dipendenti, rispetto al “des” dell’azienda; ma d’altra parte, era anche vero che esistevano realtà affini alla loro azienda dove non esisteva neanche quel “des”. Lavoravano in un palazzo nelle vicinanze della stazione Termini, a Roma, su quel viale largo che da piazza dei Cinquecento porta sino alla Biblioteca Nazionale, passando per piazza Indipendenza, dove c’è la sede del Corriere dello Sport. Nelle immediate vicinanze dell’ufficio c’erano tre o quattro posti, locali a metà tra lo snack bar e la tavola calda, dove poter mangiare qualcosa, seduti. Ma preferivano recarsi in una bettola che si trovava nel dedalo di viuzze tra piazza Indipendenza e via Marsala. Tra mercatini di vestiario, ristoranti etnici che in realtà erano il punto di incontro di quelle etnie, ed un campionario di varia umanità che sempre si trova intorno alle stazioni ferroviarie delle grandi città, c’era la trattoria “da Andrea”. Pochi tavoli, una decina di persone nella saletta, e la possibilità di chiacchierare senza alzare il tono della voce per sovrastare il rumore di fondo. Andrea, il proprietario, portava loro un piattino di antipasto con una focaccia appena sfornata, e prendeva le ordinazioni. Dopodiché si allontanava, e tornava solo per portare le vivande, lasciandoli chiacchierare in pace. E chiacchieravano, di tutto, di storie personali, di quotidianità, di colleghi. Di colleghi, non del lavoro dei colleghi. A entrambi piaceva parlare delle piegoline dell’animo, quegli aspetti specifici delle interiorità delle persone che rendono ciascuno un esemplare unico.
Quel giorno lui le disse che aveva ricominciato l’analisi. Talvolta avevano parlato di questo, anche se non in modo estremamente specifico. Lui le aveva detto che in passato aveva fatto un percorso con un’analista. Le aveva anche detto che preferiva un’analista femmina, si trovava meglio a parlare con le donne. E in effetti, anche sul lavoro lui preferiva le donne, trovava che erano più precise, meno confusionarie, e in genere più rispettose della parola data. Ovviamente erano generalizzazioni abbastanza sciocche, ma la sua esperienza, ancorché non lunghissima, era precisamente questa.
Andrea portó le ordinazioni, avevano preso entrambi gnocchi, era giovedì, del resto. Iniziarono a mangiare, e lui iniziò a raccontare della sua esperienza con l’analisi. Le disse che aveva preferito rivolgersi a una psichiatra e che gli erano stati prescritti degli psicofarmaci, che si era informato su come agissero gli stabilizzatori dell’umore, lanciandosi in una lunga spiegazione che coinvolgeva neuroni e sinapsi. Lei era insolitamente silenziosa, e anzi, in alcuni momenti gli sembrava che fosse a disagio. Ad un certo punto lui si interruppe, e le chiese se c’era qualcosa che non andava.
– Non mi interessano molto questi discorsi -, rispose lei.
– E perché? – chiese lui – credo che guardarsi dentro sia affascinante –
– Dipende cosa hai dentro.
Lui le disse che aveva sempre pensato all’analisi, nel senso di guardarsi dentro, come a un viaggiatore che entra nella caverna di Alì Babà. Scoprendo che entrare non è così difficile, visto che la parola magica la conoscono tutti. E non è neanche difficile trovare le chiavi dei tanti forzieri che si trovano nella caverna. Il difficile comincia quando si apre un forziere e si scopre che è pieno di putridume maleodorante. E che è necessario svuotarlo. La fatica comincia lì, proseguì lui, ma al temine la ricompensa può essere enorme, perché nel fondo del forziere, svuotato del putridume, spesso si trova una gemma preziosa. Lei era silenziosa, si limitò a osservare che se invece dei forzieri, nella caverna fossero stati presenti dei mostri, allora sarebbe stato tutto diverso.
– Ma perché, ci hai provato? A guardarti dentro, dico? E come hai fatto, sei andata da un analista o cosa? E come hai capito che erano dei mostri?
Lei si versò dell’acqua, bevve, si passò il tovagliolo sulle labbra. Lo guardò diritto negli occhi.
– Lascia stare i mostri dove stanno – disse.
Gli occhi di lei sembravano ancora più grandi del solito, lui pensò che forse era questo che intendeva chi diceva che erano occhi inquietanti. Si sentiva leggermente a disagio, ma era estremamente incuriosito, voleva capire, voleva sapere.
– Dimmi, dai, non puoi lanciare il sasso e nascondere la mano! – disse lui, tentando di buttarla sullo scherzo.
– Tu non sai di cosa stai parlando, credimi.
– Beh no, scusa, io due anni buoni di analisi me li sono fatti, non saprò molto, ma qualcosa so, credimi tu… – ribatté lui, con un tono leggermente piccato.
– Pensi veramente di saperlo, eh… piccolo presuntuoso omuncolo… pensi davvero di sapere cosa sono i mostri? – gli occhi di lei scintillavano, erano enormi ora.
– Ma no, che c’entra, ma forse… – tentò di interloquire lui
– Ma tu non ti accontenterai, tu starai qui a fracassarmi le palle sintanto che io non ti dirò qualcosa, vero? E allora sai cosa ti dico? Adesso te lo faccio vedere, cosa sono i mostri. Te lo voglio proprio far vedere!
Lui aveva lo sguardo puntato negli occhi di lei, non riusciva a distoglierlo, ma coglieva dei mutamenti, la figura di lei stava cambiando, il viso si stava allungando in avanti, la pelle diventava più scura, i capelli si allungavano in una sorta di criniera leonina, le braccia si accorciavano, le unghie delle mani si ispessivano… E quegli occhi erano diventati fiammeggianti, ipnotici, magnetici… La trasformazione si compì, il corpo era diventato squamoso, allungato, con quattro zampe tozze, il muso di un coccodrillo e la criniera e gli artigli leonini. Dalle narici usciva del fumo.
– Hai mai visto un drago? – disse una voce profonda che scosse le viscere di lui.
– Ti avevo detto di lasciare i mostri dove stanno, idiota. – E mentre diceva questo, una fiammata uscì dalla bocca. Lui rimase incenerito all’istante.
Il drago si fece largo tra i tavoli, sfondò la vetrina e si incamminò pigramente verso Piazza Indipendenza.