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Il sacrificio dell’arte (Un flash mob)

Mi unisco volentieri all’invito e rebloggo Francesca con piacere. La frase che più mi ha colpito è “quello che dovrebbe essere il petrolio è ridotto a poco più di una misera attrazione”. Qui non si tratta di investire sul turismo. Qui si tratta di valorizzzare un Patrimonio che ci siamo ritrovati per mera appartenenza ad un territorio. Se avessimo amministratori che realmente hanno una progettualità, che realmente pensano al territorio non come qualcosa da spolpare ma come posto dove vivono persone che costituiscono lo Stato, se considerassero la popolazione non come numeretti ma come una comunità, allora forse questo invito potrebbe servire. Ma anche se non sarà così, è necessario quanto meno far sentire la propria voce.

iCalamari

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Con riferimento alle premesse di cui al precedente post, ecco il testo che oggi viene pubblicato in contemporanea su diversi blog, capofila Cartaresistente.

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sacrificiodellarte©lois

sacrificiodellarte©lois (Assolocorale)

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Il sacrificio dell’Arte. Rewind

Ormai è noto che nel nostro Paese quello che dovrebbe essere il petrolio è ridotto a poco più di una misera attrazione. Il Patrimonio Artistico dovrebbe costituire la leva principale della nostra economia, divenendo non solo fonte di guadagno ma anche di reclutamento di risorse umane per impieghi dignitosi legati all’intero mondo della cultura. Purtroppo però tutto questo non accade.

La nostra Costituzione all’articolo 9 cita:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

 

Uno dei principi fondamentali sui quali si fonda l’Italia.

Allo stato attuale il Patrimonio è in uno stato di abbandono, vuoi per carenze…

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Vi chiedo un favore

Il nostro amico intesomale è coinvolto in un reading di proprie poesie e chiede aiuto per sceglierle, tra una decina che ha postato. Vi avviso, è dura fare la selezione. Financo uno che di poesia ci capisce la metà di uno che non ne capisce niente, come me, è rimasto affascinato.

Il tostapane

tostapaneSu “I discutibili” periodicamente si sceglie un tema sul quale ciascun redattore scrive il proprio post. Per una serie di circostanze nate da una specie di scherzo, è stato scelto il tema “Tostapane”. E io ho scritto un racconto.

L’avevo conosciuta ad una festa, al compleanno di Andrea. Cioè, non era il compleanno. Era la “mezzanotte”, la sera prima. Quella stupida usanza che da un po’ di anni si è affermata, di aspettare la mezzanotte del giorno del compleanno insieme con il festeggiato. Capolavoro del consumismo, così si festeggia doppio… Mah. Mai capite, queste cose. Comunque, Andrea è un amico e se lui vuole far così, chi sono io per impedirglielo.

“Vieni, voglio presentarti Michela”

Appena arrivato, Andrea mi aveva portato da questa ragazza. Non altissima, bionda, capelli corti ma non alla maschietta, magra. Di spalle sembrava normale, ma poi si è voltata. Non aveva due occhi, ma due fanali. Due occhi di un colore pazzesco, sembrava di vedere il mare, ci si poteva perdere dentro. Mai creduto ai colpi di fulmine. Prima di Michela, dico. Improvvisamente la stanza mi era sembrata vuota. Era come se fossimo soli. E sembrava che per lei fosse più o meno la stessa cosa. Ci siamo messi a parlare, abbiamo parlato di tutto e di niente. Non avevamo praticamente niente in comune. Idee politiche opposte, io pigro lei ipersportiva, io carnivoro lei vegetariana, io viaggiatore lei stanziale, l’unica cosa che ci accomunava era la lettura, ma lei leggeva la sera dopo cena mentre io guardavo la tv. Ma nonostante questo la tensione si tagliava col coltello, c’era un magnetismo quasi animalesco tra di noi. Dopo la festa le ho offerto di accompagnarla a casa, lei ha accettato, e siamo rimasti a parlare in auto sino alla mattina. Le ho proposto di fare colazione, abbiamo preso un cappuccino e un cornetto. Lei mi ha detto che di solito faceva colazione con pane tostato e marmellata, ma che quella mattina avrebbe fatto un’eccezione. L’ho riaccompagnata a casa. Sono andato al lavoro in trance, avevo solo in testa di chiamarla, ho aspettato e quando ho ritenuto fosse un’ora decente ho preso il cellulare in mano. Ha squillato prima che potessi andare nella rubrica. Era lei. E ci siamo sentiti un bel po’ di volte nel corso della giornata. Ogni volta che sentivo la sua voce mi caricavo di adrenalina, dimenticavo la stanchezza. In una delle mille telefonate le ho proposto di uscire. Prima di andarla a prendere mi sono fermato a comprare un tostapane. Ero completamente sfatto, 36 ore che non dormivo, ma appena sono arrivato sotto casa, lei è apparsa e di nuovo si è compiuto il miracolo, la stanchezza si è dissolta. Le ho dato il mio regalo, le ho detto che così quando faceva colazione poteva pensare a me. Lei ha riso, e io ho realizzato in quel momento che sarei stato disponibile a fare qualunque cosa, pur di sentire quella risata. L’ho portata in un ristorante vegetariano, non ricordo cosa abbiamo mangiato, nè di cosa abbiamo parlato. Se è per questo non ricordavo neanche di cosa avessimo parlato per tutta la notte precedente, né nelle telefonate della giornata. E lei ha confessato ridendo di non ricordare neanche lei. Le piacevo, almeno quanto lei piaceva a me. Riaccompagnandola a casa, l’ho accompagnata al portone e l’ho abbracciata. Ci siamo baciati. Me lo ricordo ancora quel bacio, lungo e appassionato, come se non ci fosse un domani.

Ci siamo frequentati con assiduità, lei non aveva molto spazio di manovra, perché studiava ancora, e i suoi non erano esattamente genitori moderni, ma ogni momento libero lo passavamo insieme, sino a che una sera ha detto a casa che sarebbe andata a dormire da un’amica, e siamo andati alla casa del mare dei miei. Faceva un freddo becco, ed era umido come non mai. Ma finalmente abbiamo fatto l’amore. La mattina dopo le ho portato le sue fette di pane tostate con la marmellata, e un bigliettino con quella bellissima frase di Calvino “Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai si era potuta riconoscere così”. Lei ha letto il bigliettino, mi ha guardato dritto negli occhi, e io mi ci sono perso dentro come sempre mi accade, e mi ha detto solo “Tu”. E mi ha baciato.

Così è cominciata, e poi il resto è stato un crescendo, sin quando abbiamo deciso di andare a vivere insieme, quattro anni fa. Lei si era laureata, ha trovato un lavoro, e insieme riuscivamo quasi ad arrivare a duemila euro al mese. Io lavoravo come impiegato in un’azienda, mi avevano convertito il contratto di apprendista in contratto a tempo indeterminato, avevo anche qualche discreta possibilità di carriera. Lei aveva un contratto a progetto, ma si sperava. La vita insieme era meravigliosa, mi alzavo la mattina, le tostavo il pane (lei si era portata dietro il tostapane che le avevo regalato il primo giorno), ci spalmavo la marmellata, preparavo il caffè, e le portavo la colazione a letto. Poi andavamo a lavorare. La sera ci ritrovavamo a casa, lei mi faceva trovare un piccolo aperitivo, poi cenavamo, poi un po’ di tv. E poi facevamo l’amore. Tanto, non ci bastavamo mai. Era un continuo strofinarsi, cercarsi, strusciarsi, guardarsi. Quando eravamo con altre persone, spesso si ricreava quella magia della prima sera, ci sembrava di essere soli, di comunicare su un altro piano, di riuscire a passarci dei messaggi senza parlare.

Così è andata avanti, per due anni buoni, finché Michela non ha perso il lavoro. Dopo quattro rinnovi, a vario titolo, alla fine ha vinto la crisi, e l’hanno buttata fuori. Ha cominciato a inviare curricula a destra e a manca, a fare colloqui come una forsennata, ma niente. Nada. Rien a fair. Dopo qualche mese ha iniziato a deprimersi. Ha smesso di mandare curricula. Ha smesso di uscire. Stava tutto il giorno dentro casa. Si spegneva pian piano. Leggeva, navigava su Internet, guardava la tv. Lei, che la tv la detestava, era quasi diventata una maniaca. Quel feeling che ci aveva sempre accompagnato, quella sensazione di esclusività, quel sentire di esser soli in una stanza piena, erano andati. Persi. Sembrava si fosse rotto qualcosa, sembrava che non riuscissimo a recuperare. Facevamo l’amore, ma molto meno di prima. E sembrava quasi fosse un dovere, quasi un modo per cercare di ritrovarsi, ma neanche quello funzionava. Dopo un anno eravamo praticamente due estranei. Tiravamo la cinghia, la tiravamo forte. Avevamo venduto l’auto, e mi facevo due ore di viaggio coi mezzi per andare al lavoro, a volte anche tre, tra andata e ritorno. Tutto il superfluo era stato tagliato, e anche parte del necessario. Non potevamo comprare libri, era la cosa della quale soffrivamo di più.

Poi l’ho vista rifiorire. Sembrava avesse ritrovato la voglia di lottare, aveva ripreso a inviare curricula, anche se con scarsissimi risultati, e aveva ripreso a fare colloqui. E poi il casino. Un giorno mi arriva un SMS suo, che dice “lo sai che domenica non sono sola. quante volte te lo devo dire? non fare il bambino”. Non ho detto niente per due giorni, poi non ce l’ho fatta più.

Abbiamo litigato, di brutto. Le ho detto di tutto e di più, lei mi ha accusato di non comprenderla, di non immaginare neanche come si sentisse lei, di non aver alzato un dito per aiutarla, di non esserle stato accanto. Se n’è andata, è tornata dai suoi.

E io sono qui, ora, in cucina. Ed è appena suonato il citofono. E’ lei. Sono sicuro che è venuta a chiedermi scusa, sono sicuro che si è resa conto dello sbaglio enorme che sta facendo, sono sicuro che torneremo insieme, che tutto si aggiusterà, sono sicuro che la amo, la amo con tutto me stesso. Apro la porta, le sorrido, lei mi guarda gelida e mi dice “Sono venuta a prendere il tostapane”.

Quando si rompe una costola

Era il 2003 o il 2004, se non ricordo male. Dopo un piacevolissimo ritorno alle due ruote tramite uno scooter Majesty 250, messo cortesemente a disposizione da un’amica partita per gli USA, ero arrivato alla determinazione di volere una moto. E così, una sera rientrai a casa dal lavoro e dissi, spavaldo: “Domani mi compro una Hornet”. Mia moglie mi guardò e disse “Hai 43 anni, penso tu possa fare quel che credi, se non impatta esageratamente sul bilancio familiare”. Io avevo (ovviamente) già reperito tutte le informazioni su finanziamenti e quant’altro per cui la riunione straordinaria del CdA si sciolse quasi subito con approvazione all’unanimità dell’extra budget.

E così feci. Comprai una Hornet S. Con cupolino. Sbeffeggiato dagli hornettisti che frequentavo all’epoca, che la giudicavano brutta. Ma a me piaceva proprio così, col suo cupolino. Dopo i primi tempi passati a familiarizzare col centinaio di cavalli che metteva a disposizione (96 per la precisione), ho iniziato a prendere confidenza, e a usarla quotidianamente per andare al lavoro. Era prima che decidessi di fare il corso di guida in pista, per cui la mia reale confidenza col mezzo, e soprattutto la sensibilità, erano davvero ridotte, ora me ne rendo ben conto.

Morale della storia, una sera che ero particolarmente stanco, ed era piovuto da poco, mi sono avviato verso casa; davanti avevo un’utilitaria che non potevo passare (pensavo di non potere, oggi sarei passato tranquillamente) e mi sono accodato, sinché in mezzo ad una curva il tapino frenò bruscamente davanti a me. Io frenai dietro di lui e persi l’anteriore. Morale, scivolata e botta secca a terra, con il guanto sinistro, munito di protezioni rigide sulle nocche, infilato tra l’asfalto e le costole. Costola incrinata. Lì per lì niente male, ma poi, una volta tornato a casa (moto praticamente illesa, un paio di graffi e leva del cambio leggermente storta) sentii che mi doleva parecchio. Lastra il giorno dopo e, come ben sa chi ha avuto una roba del genere, nessuna fasciatura né ingessatura, ma solo tanta pazienza per un mese. Durante il quale avevo fitte di dolore nelle seguenti situazioni: se tossivo, se starnutivo, se ridevo.

Ecco, a questo volevo arrivare, dopo questa lunga premessa. Io ricordo ancora oggi, dopo circa due lustri. Il disagio più grosso di quel mese, per me è stato il non poter ridere. Ridere è fondamentale, è importantissimo. Una risata spezza la tensione, può cambiare una giornata storta in una giornata normale, può rendere una giornata normale meravigliosa. Nell’ultimo paio di giorni ho avuto modo, parlando con alcune persone, di farmi molte risate. Le ho ringraziate, di cuore, e dopo il primo momento di perplessità (sentirsi dire “grazie, perché mi fai ridere” non è detto che sia preso immediatamente come un complimento…) sono riuscito a spiegare che il ringraziamento era assolutamente dovuto. Perché ridere è vita. Ridere è bellezza.

Risata

Condivido perché mi piace, clicco mi piace perché condivido

FacebookPrendo le mosse da un post di verba che mi ha fatto davvero piacere leggere, una tirata contro l’ignoranza assolutamente degna di nota. Si badi bene, ignoranza nel senso stretto del termine, cioè assenza di preparazione specifica in uno o più campi. La tesi di verba, in estrema sintesi (ma chi passa di qui ci vada a leggerlo, quel post, ché merita davvero), è che al giorno d’oggi, a causa soprattutto della superficialità con cui si affrontano le cose, e complice la presenza di Internet che tutto contiene e tutto “rivela”, chiunque si sente autorizzato a mettere in discussione tesi provenienti da persone che per una vita si sono occupate di una certa materia studiandola e sviscerandola in tutte le sue piegoline, solo per il fatto di aver letto qualche scemenza su Internet, o per (e qui è venuta un’altra risata piena) aver letto Fabio Volo.

Piccolo disclaimer. Come verba, segnalo ai viandanti che questo post sarà ricco di turpiloquio, perché su certe cose le definizioni da Accademia della Crusca, che tanto amo, sono semplicemente riduttive.

Leggendo il post di verba mi è venuto in mente che molte delle categorie citate da lei imperversano su feisbucche, alimentando teorie dei gomblotti, o condividendo delle immani stronzate che non hanno né capo né coda. Un po’ di tempo fa mi è capitata una bufala, della quale poi, successivamente a quanto sto per raccontare, si è parlato in quanto sembra sia un’eco di analoga bufala americana. In breve, leggo sulla mia timeline un tizio che condivide uno stato: “Non cliccate mi piace sul gruppo ‘Diventare padre o madre era il dono più grande della mia vita‘, è un gruppo gestito da pedofili che chiederanno le foto dei vostri figli e verranno a molestarli“. Ora non ricordo i termini precisi della frase, ma insomma il senso era quello. Allora io mi sono detto: ma porca di quella gran puttana, anche se c’è una MINIMA possibilità che questa cosa abbia un fondamento, voglio andare a capire, ché eventualmente avviso la polizia. Così sono andato su quel gruppo e ho scoperto che era, ovviamente, una cazzata. Ma poi ho fatto di più. Per prima cosa ho controllato il numero dei deficienti che avevano condiviso lo stato. Centinaia. Poi mi sono fatto un giretto nella bacheca del gruppo. Qui di seguito ci sono alcuni esempi di post.

  • Voi siete dei PEDOFILI si o no ??? Se si vergognatevi stronzi !!!!!!!!!!!!!!!!
  • Siete pedofili?
  • VORREI SAPERE SE QUESTO è VERAMENTE UN GRUPPO DI PEDOFILI!!! PERCHè SE QUESTA STORIA è VERA FATE VERAMENTE SCHIFO VERGOGNATEVI

Quindi ricapitolando. Abbiamo due stereotipi di comportamento. Il primo è di entrare nel gruppo e informarsi, chiedendo se per caso ci siano dei pedofili, o magari dicendo che SE fosse vero, questa cosa merita la massima riprovazione. Il secondo è di quelli che  (verbalizzarne la ragione aiuta a capire meglio) hanno condiviso uno stato feisbuc in cui si sconsiglia di cliccare mi piace su un gruppo perché del gruppo fanno parte dei pedofili. Perché aiuta a capire meglio? Vogliamo rileggere? Io sento di aver fatto qualcosa di buono, perché ho condiviso uno stato, quindi nella mia testa malata mi convinco che sto informando. E di cosa informo? Del fatto che in un gruppo ci sono dei pedofili. Bene, e cosa consiglio di fare in proposito? DI NON CLICCARE MI PIACE!!!!! Dico ma chi ha condiviso lo stato, si è fermato un attimo a pensare?

Ecco. La risposta sconfortante è che no. Non si sono fermati a pensare. Hanno condiviso. Punto.

Io non so per quanto resterò ancora su facebook.

E un post sul Natale non vogliamo farlo?

“Ah! La meraviglia di una casa
non è che vi ripari o vi riscaldi,
né che si possiedano i muri,
ma che questa depositi lentamente in noi
riserve di dolcezza.
Che essa formi, in fondo al cuore,
questa mole oscura
da cui nascono, come acque di sorgente,
i sogni,….”
Antoine de Saint-Exupéry

alberonataleParto da qui. C’è un posto, vicino Roma, tra Fiumicino e Fregene. Si chiama Focene, è un posto dove le case sono praticamente tutte nate abusive nel periodo in cui si stava costruendo l’aeroporto. Decollando dalla pista 25, quella perpendicolare al mare, ci si passa proprio sopra. Lì c’è una casa. Dove sono andato a vivere nel 1985, quando mi sono sposato. Dove sono nate le mie figlie (insomma sono nate in ospedale, ma vivevamo lì). Dove abbiamo vissuto fino al 1993, per poi trasferirci a Roma, perché far crescere le bambine lì sarebbe stato togliere loro delle chances. O almeno così pensavamo allora. Poi quella casa è rimasta disabitata per un po’, per un altro po’ è stata affittata, e alla fine quattro anni fa l’abbiamo recuperata, e ristrutturata. Ora la usiamo come casa estiva, e per i weekend, considerando che per arrivarci, da Roma, si impiega non più di mezz’ora.

Ogni volta che vado lì io le sento, le riserve di dolcezza di cui parla Saint-Exupéry. E la mole oscura. Perché quella casa è impregnata di bei ricordi, di positività, di gioventù e spensieratezza, di risate di bambine, di sorrisi. Sento queste vibrazioni non appena entro dentro casa, e non importa se oggi c’è un pavimento differente, e le porte sono cambiate, e dagli infissi non passa più il vento che passava allora. Non importa perché le riserve di dolcezza sono lì. Sono nei muri, nei pavimenti, nei soffitti, nel controsoffitto del corridoio dove custodivamo gli scaldasonno d’estate. Sono nell’interstizio delle pareti costruite per coibentare la stanza delle bambine dove faceva un freddo becco. Sono nel camino, che si accendeva la mattina alle 8 e si spegneva la sera alle 23, per aiutare il riscaldamento. Sono nel terrazzo da cui si guarda il mare, sono nella vetrata della cucina alla quale ancora oggi mi affaccio per prendere il caffè e salutare il mare, e portare al mare i saluti di chi me lo chiede, ché di persone che amano il mare ce ne sono tante.

E allora quest’anno avrei voluto passare il Natale lì, come lo scorso anno, quando per la prima volta abbiamo ospitato tutti da noi, e le riserve di dolcezza della casa hanno allisciato tutte le bitorzolute asperità di chi di norma viene per guastarle, le feste, più che per santificarle. Perché a Natale i guastafeste ci sono sempre, sembra una legge universale come la relatività di Einstein. Ed è stata una cosa molto semplice ma bella.

Quest’anno invece ha prevalso la logica, e quindi non si farà lì. E un po’ mi spiace. Poi mi passa, eh. Credo che la mia dote migliore sia la duttilità, la capacità di adattamento alle situazioni, e quindi non è un problema alla fine. Però come detto mi spiace un po’, perché se devo pensare a “casa mia”, io penso a Focene. Ancorché lo sia molto meno di quella di Roma, che è mia de jure. Ma le riserve di dolcezza che ci sono a Focene sono uniche.

E quindi, buon Natale a tutti, l’augurio è quello di trascorrerlo in serenità, in un ambiente caldo.