Trovato

Sono stato un privilegiato, ho avuto tre foto tra cui scegliere. Una più bella dell’altra, e in qualche modo legate tra loro. Grazie a 321Clic per l’opportunità, le sue foto non sono MAI banali, e fanno sempre pensare.

3... 2... 1... Clic!

Quarto capitolo della serie “Collaborazioni”, che a questo punto mi sembra abbastanza collaudata.Il racconto è di Wish aka Max.
Sulla riva

“Private Investigations” – Dire Straits

Lo avevo trovato, finalmente. Gli avevo dato la caccia dappertutto, in Italia e in Europa, senza mai riuscire ad acchiapparlo. Ma questa sembrava proprio la volta buona.
Era un incarico strano, questo, e mi ci ero accanito anche per questo. Di solito non accetto di lavorare coi privati. Preferisco un mandato proveniente da professionisti del settore, criminalità organizzata, ma anche delinquenti di basso profilo. I privati sono sempre un casino, ci mettono dentro le emozioni, quasi sempre sono mariti cornuti che vogliono far fuori non la moglie, ma l’amante. Insomma sono un professionista, non mi metto coi dilettanti. Faccio lavori puliti, nessun coinvolgimento emotivo, nessuna traccia, nessun riferimento ai miei clienti. Certo, sui giornali di solito il giorno dopo si parla di “regolamenti di conti”, di…

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Cippi 2 – La dottoressa magistrale

arcofrecciaCome si fa a descrivere Cippi in un post? Non basterebbe un romanzo. Innanzitutto chiariamo un punto, Cippi è un diminutivo. Il nome completo è CippiCiappiDellaCasa. Svelati questi piccoli altarini (vedo Cippi che legge il post e le prende un colpo…) sveliamone anche altri. Cippi ha lo stesso, IDENTICO sorriso del nonno. Quel sorriso birichino di quando viene “tanata” su una marachella, o quando una sua battuta coglie nel segno.

È difficile per me parlare di una figlia senza parlare dell’altra. E mi rendo conto che sono così simili e così diverse, così uguali nel profondo, nei valori fondamentali, e così differenti nelle vicende di tutti i giorni. E non posso non cedere ad un moto di orgoglio, orgoglio per il solo fatto di avere la fortuna di essere il loro padre. E, forse, di aver dato loro un po’ di esempio.

Ma questo è il post di Cippi, e di Cippi bisogna, anzi, è doveroso, parlare.

Nella terza pagina della tesi ci sono due parole, cinque lettere in totale. E siccome Cippi non è esattamente una tecnologa, quelle due parole le ha fatte scrivere a me. Una mattina, mentre stavamo finendo il lavoro, mi dice: “Vai dopo il titolo, la pagina successiva”. Io non capivo, per cui vado con Word dove mi ha chiesto. “Metti una interruzione di pagina”. Obbediente, inserisco una nuova pagina. “Metti la formattazione con allineamento a destra”. Lo faccio. Non immagino nulla, solo non capisco perché tutto questo mistero, con istruzioni date momento per momento. “Metti tre righe in bianco”. Semplice, tre Return e via. “Scrivi”. “Cosa?” Rispondo io. “A papà”, mi dice lei, semplicemente e naturalmente, così come è lei. E io mi sono bloccato, mi è scesa la lacrima, e non sono riuscito a scrivere. L’ho abbracciata. E poi ho scritto.

La storia di questa tesi è interessante. Ho messo a disposizione le mie conoscenze informatiche, la conoscenza di Office, e in particolare di Excel, il che ha consentito di elaborare dei dati in modo non convenzionale. Questo è stato il valore aggiunto che ho portato. Insieme con la conoscenza di una persona che si occupa professionalmente di grafica, che ha svolto un ruolo fondamentale nella preparazione della copertina. Ma il grosso del lavoro, le ricerche bibliografiche, le note, il testo, le conclusioni, è stato fatto da Cippi. Cippi ha dei tratti caratteriali molto, molto simili ai miei. È un project manager, perché se si mette in testa una cosa la ottiene, se si dà un obiettivo lo raggiunge, con caparbietà e con determinazione. E questo ha dimostrato, negli ultimi sei anni. Ingoiando quello che non avrebbe mai immaginato di ingoiare, crescendo e comprendendo i rapporti interpersonali, gli equilibri necessari per relazionarsi in un rapporto professionale. E Cippi è come me anche nel non avere tanti desideri. Ma quei desideri sono importanti. Un desiderio che sono strafelice di aver realizzato per lei è l’orologio,. Lei, come me, ama un orologio. Un orologio particolare. Caso strano, è identico al mio. E sono contento che glielo abbiamo regalato. È grande, la Cippi. È donna. Anzi, Donna, con la d maiuscola. È cresciuta, è pronta. Pronta per costruire. Mi piace pensare che l’esempio, quello che le ho insegnato, è per l’appunto che la vita è solo una cosa: costruire. Vai Cippi, vai. Io e mamma siamo l’arco, ma TU sei la FRECCIA. Vola. È ora. Ti voglio bene, ma questo lo sai.

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Buon viaggio

E così è finita. Te ne sei andato zitto zitto, senza aspettare le tue figlie, tuo figlio, senza neanche Dora, la signora che ti accudiva da tanto. Ti ho conosciuto trent’anni fa, mia moglie ti aveva disegnato come un Orco. Ma a me non parevi un orco, né con la O né con la o. Anzi, mi sembravi una persona ospitale. Ti piaceva cucinare alla romana, e quante cose mi hai insegnato! E quante cose facevi anche tu…

E adesso basta. Il tuo viso è sereno, tutta quell’acrimonia degli ultimi tempi è stata cancellata da un’espressione di tranquillità. Sei andato via serenamente, niente smorfie di dolore, solo un sorriso sulla faccia. Ti auguro di aver rivisto quella luce che avevi raccontato si vedeva, quella volta che a momenti te ne stavi andando. Quante volte abbiamo pensato che non l’avresti sfangata? Io ho perso il conto, e anche l’ultima volta, prima del ponte di S. Pietro e Paolo, quando ti hanno ricoverato in terapia intensiva con la pressione che segnava 20-40, e il medico ci ha detto che non riuscivano a infilarti l’ago della flebo perché avevi “le vene sgonfie”, ecco anche allora ho pensato che non ce l’avresti fatta.

E invece dopo tre giorni ti hanno trasferito in reparto, ancora una volta rinato a nuova vita. Ma evidentemente quel processo di degenerazione che era iniziato non si poteva fermare. E così alla fine anche tu ti sei arreso.

Me lo dicevi qualche mese fa, che ti eri stufato. Che non ne potevi più. E credo che fosse la non accettazione del venir meno del tuo corpo, che ti ha sostenuto per tutta la vita. Un toro, sei sempre stato. Fino a oltre sessant’anni ti sei curato, da solo, la campagna, dove scappavi con tua moglie ogni volta che era possibile. Cento piante di ulivo e la vigna, e poi il vino, e gli alberi da frutto, e l’erba medica, e chi più ne ha più ne metta. Infaticabile, mi sembravi, davi dei punti a me che ero ben più giovane e potenzialmente ben più aitante di te.

E quindi c’era in te questa dicotomia quantistica, per cui eri contemporaneamente un lottatore senza tregua da una parte, ma anche alla fine un vecchio stanco di vedere il corpo che non risponde più come una volta.

Ti ho voluto bene, e non sono uno che vuole bene con facilità. Ti ho voluto bene perché me ne hai voluto tanto tu. Non solo per quello. Ti ho voluto bene perché ho visto quanto bene volevi a tua figlia, mia moglie. Ho visto quanto ci tenevi a far pace con lei, quando litigavate. Ho visto come fosse per te un riferimento, proprio come tu lo eri per lei. Siete simili, molto simili. E dietro quell’apparenza burbera e litigiosa c’è tanto amore l’uno per l’altra. E poi ho visto quanto bene volevi alle bambine, sino all’ultimo giorno che ci siamo visti mi hai chiesto della laurea di Cippi. E in terapia intensiva volevi il telefono per chiamare i nipoti.

E sì, l’ho scritta, quell’orazione che leggerò dopodomani. L’ho scritta come mi hai fatto promettere. L’ho scritta oggi pomeriggio, sul tavolo della cucina, quello dove giocavi a carte con tua moglie, dove facevi la Settimana Enigmistica, dove preparavi i quadrettoni. Che oggi Cippi ha fatto e ha portato a casa tua, perché, parole sue, “nonno avrebbe voluto così”. E quando ci siamo seduti a tavola e abbiamo mangiato, quei quadrettoni è come se li avessi preparati tu, e credo che non solo a me sia sembrato di vederti a tavola con noi. In quell’orazione ti dico che ti chiamo papà anche se non lo sei, il mio papà, ma non per vezzo, ma perché non mi è mai venuto di chiamarti per nome, perché ho sempre sentito una forte empatia e un forte affetto.

E allora ciao papà, buon viaggio.

D’interiorità, di fisica moderna e di soprannaturale. Completo di premessa sui quaquaraquà

<Premessa_che_non_c’entra_col_post>
Purtroppo questo non è “un blog che affronta tematiche sociali“. Quindi non parlerò di “BDSM tarocco” nè del nesso di causalità tra sostanze chimiche e omosessualità, né di “Upskirt“, né di dimensione (chissà di cosa?) che conta o che non conta, tutti argomenti profondi e che ovviamente hanno un riflesso filosofico e socio-culturale importante, anzi fondamentale, e che DEVONO far parte di “un blog che affronta tematiche sociali“. Mi domando perché nei blog che “affrontano tematiche sociali” non si parli anche di scie chimiche o della piramide trovata su Marte, che mi sembrerebbero argomenti altrettanto profondi e filosoficamente ficcanti.

Per questo blog faccio fatica a trovare una definizione che vada oltre il titolo. Pensieri occasionali. Tutto qui. Potremmo discutere se un’opinione sulle misure del pistolino sia un pensiero. A me pare che la frase “pensare alle misure del bigolo” sia un ossimoro. Ma tant’è. Ognuno ha le sue fisse, e come sempre mi definisco il profeta del libero arbitrio.

A titolo di “excusatio non petita” mi corre l’obbligo di sottolineare anche io, come già fatto da altri, che questa premessa non si riferisce ad una persona singola, ma ad una categoria: quella che Sciascia definiva i “quaquaraquà”, che vengono dopo gli ommeni, i mezz’ommeni, gli ommenicchioli e i pigliainculo. Soprattutto dopo i pigliainculo. Perché per prenderlo in culo serve una certa dignità, della quale il quaquaraquà non dispone. Il che non significa che il quaquaraquà non lo prenda in culo, soltanto che lo faccia con meno dignità dei piglainculo. In rete è pieno di quaquaraquà, alcuni usano termini desueti come “blogosfera” riferendosi all’intero mondo della rete, il che è francamente patetico, considerando che siamo alle soglie di Internet 3.0. Per capirci, è un po’ come se qualcuno ancora pensasse che il Sole giri attorno alla Terra, o che l’intero Universo sia costituito dal solo Sistema Solare.
</Premessa_che_non_c’entra_col_post> (I quaquaraquà capiranno il riferimento ai tag? Mah!)

Questa immagine è nota come "I pilastri della creazione", è stata scattata dal telescopio Hubble. La trovo molto adatta all'argomento.

Questa immagine, nota come “I pilastri della creazione”, è stata scattata dal telescopio Hubble. La trovo molto adatta all’argomento.

La considerazione sull’Universo ci porta dritti al cuore del post, che prende spunto da un haiku di Ivano, che lui argutamente chiama I.Q. giocando con la pronuncia anglofona, e che solo per questo calembour meriterebbe la mia stima. Ma in realtà Ivano è persona profonda, almeno tale appare dai racconti che scrive, anzi da come scrive in generale. Ho parlato spesso in queste pagine di interiorità complesse. Ecco, a me pare che Ivano disponga di un’interiorità di quelle che io definisco complesse, per cui quando ha postato il suo haiku, ho commentato dicendo che mi sembrava che la sua invocazione al Padre, indicativa evidentemente di fede, cozzasse un po’ con l’idea che mi ero fatto di lui.

Ho ricevuto risposte sia da Ivano sia da Primula, entrambe interessanti e acute, e ho detto a entrambi che un commento non riusciva a sintetizzare il mio pensiero in modo appropriato, e che pertanto avrei scritto un post.

Avviso ai naviganti: sarà una roba lunga, e forse neanche semplicissima.

Parto da lontano, cioè dalla mia passione per la fisica moderna. Per intenderci, parlo della fisica post-Newtoniana, quella che nasce all’inizio del ‘900, con la teoria della relatività ristretta prima, e quella generale poi, da parte di Einstein, e successivamente con lo sviluppo della meccanica quantistica, scienza che studia i fenomeni che accadono nel mondo delle particelle sub-atomiche.

Mi appassiona questa materia, pur non potendomene definire un esperto, perché dimostra sperimentalmente come esista una discrasia tra quello che noi percepiamo e quello che succede “realmente“. E’ chiaro ed evidente che noi disponiamo di un apparato sensoriale estremamente sofisticato, che ci fa percepire la realtà fisica in un modo che difficilmente può essere messo in discussione tout-court. Ciò è talmente vero, che la fisica Newtoniana ancora oggi è usata per applicazioni pratiche delle quali usufruiamo tutti i giorni, come ad esempio la costruzione degli edifici nei quali viviamo. Al tempo stesso però, oggi, dopo l’avvento della meccanica quantistica, noi usiamo oggetti che si basano su effetti che noi non abbiamo modo di percepire e riscontrare con il nostro apparato sensoriale. Tutti noi usiamo un computer, o uno smartphone, o semplicemente un’automobile con una centralina che regola il flusso di carburante. Ecco, alla base di tutte queste cose c’è un fenomeno, che si chiama “effetto tunnel“. Questo fenomeno consente ad un elettrone, qualora si verifichino determinate condizioni all’interno di un pezzo di silicio, di “passare attraverso” una barriera di energia che teoricamente non potrebbe mai superare. Riportata nel macromondo, questa cosa corrisponde a qualcuno in grado di attraversare un muro di cemento armato.

Orbene, mentre noi ci troviamo seduti sul divano di casa nostra, abbiamo piena contezza del fatto che il pavimento su cui camminiamo è strutturato per reggere il nostro peso e quello dei mobili, e altresì piena contezza del fatto che se sovraccarichiamo il pavimento probabilmente si aprirebbe un buco (fisica Newtoniana). Se, mentre siamo su quel divano, prendiamo il nostro smartphone per rispondere ad un commento su wordpress, ecco, non abbiamo esattamente contezza del fatto che in quel momento ci sono milioni di miliardi di elettroni che stanno attraversando barriere di energia tanto invalicabili per loro quanto lo sarebbero per noi le mura della nostra casa. E altrettanto non riusciamo ad avere contezza del fatto che il tempo scorre differentemente se si viaggia a velocità comparabili con quella della luce. Sembra irreale e poco pratico? Ebbene non lo è. Nei nostri navigatori GPS è inserita una correzione che tiene conto del fatto che il tempo sui satelliti da cui arrivano i dati scorre differentemente, se quella correzione non fosse presente le nostre mappe “scivolerebbero” di circa dieci chilometri al giorno.

Potrei parlare anche dell’entanglement, che è una delle cose su cui Einstein si dannava l’anima, un effetto per cui due particelle legate restano legate anche se sono allontanate a distanze enormi. E come si verifica il legame? Semplice, stimolando una particella l’altra reagisce istantaneamente indipendentemente dalla distanza a cui si trova dalla prima. E perché Einstein si dannava l’anima? Perché esiste un assioma, rimasto inconfutato dall’evidenza sperimentale, secondo il quale è impossibile viaggiare a velocità superiori a quella della luce, pari a trecentomila chilometri al secondo, circa. Ebbene, se le particelle di cui parlavamo si trovano a un anno-luce di distanza (che è la distanza coperta dalla luce in un anno, quindi trecentomila chilometri moltiplicato il numero di secondi presenti in un anno, cioè circa trentuno milioni e mezzo, per un totale di quasi diecimila miliardi di chilometri), e continuano a reagire su base istantanea, questo potrebbe significare che esiste una trasmissione di informazione con una velocità ben superiore a quella della luce, visto che riesce in un istante a coprire la stessa distanza che la luce copre in un anno. Studi successivi hanno portato a un’altra ipotesi, assai più suggestiva e affascinante: esiste una realtà distribuita, in cui due particelle legate (entangled) costituiscono un unico pezzo di realtà anche se sono allontanate di decine di migliaia di miliardi di chilometri.

E allora? Cosa c’entra tutto questo con la religione? Non moltissimo, se preso così. Vi chiedo ancora un po’ di pazienza.

Esiste un’altra branca della scienza che utilizza un approccio mirato a superare il meccanicismo newtoniano. E’ l’approccio sistemico, che consiste nel considerare i sistemi non lineari come tali, nella loro complessità, senza tentare di semplificarli e linearizzarli. L’approccio meccanicistico non consente di studiare i sistemi non lineari, a causa di limiti intrinseci negli strumenti matematici utilizzati. Le equazioni differenziali, uno degli strumenti più sofisticati della matematica, riescono a modellare “solo” realtà moderatamente complesse. Attenzione, non sto banalizzando. Le equazioni di Maxwell sono ancora oggi usate per la realizzazione di antenne radiomobili, oltre che in mille altre applicazioni infinitamente più sofisticate. Ma se consideriamo la terra come un unico sistema, e consideriamo la frase di Lorenz, padre degli attrattori omonimi, “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?“, ecco che ci troviamo di fronte a complessità non affrontabili con la matematica usata nell’approccio meccanicistico. E qui inizia ad entrare in ballo l’approccio sistemico, che vede un sistema complesso come un insieme di parti ma, al contrario dell’approccio meccanicistico, non sostiene che riducendo il sistema complesso a parti elementari e studiando le singole parti si arriva a capire come funziona il tutto. E anzi, si concentra sul concetto di “proprietà emergenti”, definite come quelle proprietà che nascono, “emergono” per il fatto stesso che degli organismi più semplici si sono uniti per formare un organismo più complesso.

Questo approccio porta a dimostrare che, se noi riavvolgessimo il “film” della vita sulla Terra, non è affatto evidente che torneremmo all’uomo, per lo meno all’uomo che conosciamo. Questo aspetto è quello che trovo più intrigante dell’approccio sistemico, e penso che possa essere la base per rispondere (senza pretendere di avere la risposta) al cosiddetto “Paradosso di Fermi”. Fermi, sulla base di indagini statistiche assolutamente solide, calcolò che, considerando solo l’Universo conosciuto, esistono mille miliardi di miliardi (dieci elevato alla ventesima) di pianeti come la Terra. Vale a dire pianeti con una stella alla giusta distanza per avere il giusto calore, con un’atmosfera fatta di azoto idrogeno e ossigeno, eccetera eccetera eccetera. Insomma parliamo di mille miliardi di miliardi di pianeti dove, teoricamente, si sarebbe potuta sviluppare la vita come sulla terra. Ecco, il paradosso di Fermi, nella sua formulazione più semplice, recita: “Dove sono gli altri?” Se usiamo l’approccio sistemico possiamo immaginare che ci siano altre forme di vita che non siano affatto antropomorfe. Forme di vita sviluppatesi milioni di anni prima della nostra e oramai estinte, ovvero ad un livello di conoscenza tale rispetto a noi pari al nostro rispetto alle formiche. Se noi costruiamo un’autostrada, una colonia di formiche che si trova nelle vicinanze è in grado di comprenderne il significato?

Se siete arrivati sino a qui, complimenti. Qui inizio a parlare del mio rapporto con il sovrannaturale.

Innanzitutto, io credo sinceramente che la nostra spiritualità, così come i nostri sensi, così come la nostra intelligenza e la nostra capacità di astrazione e immaginazione, siano proprietà emergenti del nostro organismo. Per questo motivo, credo che non esista un’anima separata dal corpo, ma sono fermamente convinto che la nostra spiritualità sia per l’appunto legata indissolubilmente al nostro corpo.

Credo altresì che siamo, in fondo, acqua e carbonio. E in quanto acqua e carbonio, ancorché parte di un organismo autopoietico (e la pippa sull’autopoiesi ve la risparmio) rimarremo parte di questo universo. Forse in un’altra forma. Non mi riferisco alla reincarnazione. Mi riferisco al fatto che in altre parti di questo immenso Universo le particelle subatomiche che ci compongono potrebbero essere riaggregate in qualcos’altro. O forse potremmo vivere in un Multiverso, cioè in un sistema di infiniti Universi, e chissà in quale potremmo finire, e chissà attraverso quale incomprensibile canale di comunicazione tra l’uno e l’altro Universo. Ma. Ma cerchiamo di essere pragmatici. L’intera storia dell’uomo (dall’Homo Erectus intendo) rappresenta poco più di un battito di ciglia in questo Universo. La nostra vita è una minuscola, insignificante frazione di quel battito di ciglia.

E veniamo al punto, alle religioni e al soprannaturale. Per quanto attiene alle religioni, parlando delle tre religioni monoteiste sono tutte fondate su una serie di dogmi che prevedono una visione antropomorfa dell’Universo, il che, dal mio punto di vista, è sufficientemente dogmatico da meritare di essere rifiutato ab origine. Un poco diverse sono le religioni orientali, che si avvicinano maggiormente ad una visione filosofica che, curiosamente, ha dei punti di contatto impressionanti proprio con la fisica subatomica. Stati coscienziali superiori nei quali si raggiunge l’illuminazione buddista, altro non sono che la capacità di abbandonare la nostra percezione basata sui nostri sensi della realtà e avere una visione dell’Universo a tutto tondo, comprensiva quindi dei fenomeni quantistici e relativistici di cui si diceva.

In tutto questo, io non ho certezze, tranne quella della caducità della nostra esistenza, naturale visto che siamo organismi autopoietici imperfetti, e quindi nel tempo tendiamo a “degradare” sino a morire. Per quanto ho detto sopra, la morte del nostro corpo corrisponde alla fine della nostra spiritualità, legata indissolubilmente ai nostri neuroni che interagiscono col resto del nostro corpo. Ma l’acqua e il carbonio che ci compongono restano. E chissà dove andranno a finire. Io me lo domando tutti i giorni.

E quindi…

Un certo TADS appartiene di diritto a questa categoria… lui e quelli che dicono che il governo in carica è “abusivo” perché “non eletto dal popolo”… 😉

After Zen

E quindi ce l’avete con i profughi, perché vengono qui e li mantiene lo stato con i nostri soldi e vivono negli alberghi con la wifi senza fare niente tutto il giorno e si lamentano del servizio e se vai nel loro paese devi rispettare le loro regole.
Ce l’avete con i terroni che vengono dal sud a rubarvi il lavoro e le donne e le macchine e portano la criminalità perché fino a quando non c’erano loro a casa vostra manco parcheggiavano in doppia fila, poi il degrado, signora mia.
Ce l’avete con i froci che si vogliono sposare e magari vogliono dei figli e non vogliono essere considerati normali perché SONO normali, ma non esiste, cioè per carità possono fare quello che vogliono, ma lo dovrebbero fare a casa loro, nella sicurezza delle loro camere cos’è ‘sta cosa che si vogliono baciare in pubblico?
Ce l’avete con gli stranieri che se…

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codice giallo

Non posso non ribloggare… Adorabilmente surreale.

alcuni aneddoti dal mio futuro

Quante volte capita di rovinarsi il weekend con uno strappo, una storta, mangi o bevi troppo e non c’è niente che ti possa rimettere in sesto dall’emicrania. Vai a sciare e ti spatasci contro uno snowboarder scavezzacollo. Ti dimentichi talmente tanto del tuo ruolo manageriale che qualche virus si impadronisce del tuo intestino. Mio papà si intristiva molto soprattutto nei casi limite, quando rientri da una gitarella fuori porta con la famigliola e vedi qualcuno che si è stampato sulla strada e pensi che, in effetti, un’indigestione tutto sommato è il meno peggio. Anche a me è andata di lusso. Ieri ho passato il pomeriggio al pronto soccorso perché mi si è conficcato il riff di chitarra di “Libera nos a malo” di Ligabue in un piede. Non sapete quanto detesti il cantante emiliano, forse per questo che mi ha fatto infezione. Camminavo scalzo in un parco e qualche comitiva…

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Il contest della dottoressa Cippi – Final response

Ebbene, non ce l’ha fatta. Nonostante dei ritorni assolutamente positivi sull’idea che aveva elaborato, il problema è stato gestire il tempo. Avendo terminato l’occhio destro dopo 40 minuti, le è avanzato troppo poco tempo per fare il resto, e questo ha comportato una lieve asimmetria nel trucco occhi e anche altri piccoli particolari tecnici riguardo i toni usati sul viso (non mi addentro perché non so assolutamente di cosa sto parlando). Un vero peccato, perché se non avesse avuto questi inconvenienti se la sarebbe giocata con la vincitrice. Un altro apprezzamento secondo me favoloso è arrivato da una dirigente Marketing. Le ha detto che avendo una eccellente padronanza del “materiale”, e un background di studi orientato al marketing, costituisce una figura ideale di cerniera tra la produzione e la clientela.

Ma la notizia non è questa, la notizia vera è che quando l’ho sentita, sabato sera, mi ha detto “Sono felice perché è stata una delle esperienze più belle della mia vita”. E in effetti ricevere apprezzamenti come quelli che ha ricevuto non capita a tutti, specialmente agli esordienti. La vincitrice ha vinto meritatamente, avendo dimostrato di essere indiscutibilmente la migliore dal punto di vista del risultato finito. E quindi giudicando l’insieme creatività, prodotti usati, ed esecuzione. D’altra parte un’esperienza quindicennale di truccatrice non si costruisce in un attimo. E quindi onore e merito a chi ha vinto, ma io credo che della dottoressa Cippi sentiremo ancora parlare. E le ho detto che se non apre un canale YouTube la uccido con le mie mani 😀

Qui di seguito i tre video realizzati da l’Oreal per documentare questa finale. Io sicuramente sono influenzato da “core de papi”, ma i video sono molto belli, e la dottoressa Cippi è bellissima, oltre che una forza della natura. 🙂