Archivi tag: DEC

Dalla DEC a TED: evoluzione del concetto di condivisione

Io amo TED. Credo si sia ampiamente capito. L’iniziativa mi piace. E molto. Ho imparato che la condivisione delle esperienze è importante nel 1988. Ero appena entrato in DEC (Digital Equipment Corporation), un’azienda che è passata alla storia per la visione del suo “padre fondatore”, Ken Olsen. Oltre ai prodotti, la visione DEC comprendeva anche la gestione del personale e le modalità di comunicazione. In realtà quest’ultimo tema era strettamente legato all’offerta di prodotti, in quanto DEC ha sempre fatto della rete, e della connettività, la sua bandiera. Molto prima che Internet divenisse quel che è oggi, DEC possedeva la rete privata più grande al mondo, che connetteva tutte le sedi del mondo, dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, per dirla come il Manzoni. Questa connettività era ottimamente sfruttata dal personale, per il tramite di uno strumento molto simile al forum. Parliamo ovviamente dei primordi, i PC come li conosciamo oggi non esistevano ancora, da tre anni era uscito in Italia l’IBM AT, evoluzione del primo XT, che montava per la prima volta un processore 286, il bisnonno del Pentium, per capirci. La sconvolgente quantità di memoria RAM era pari a 512K, sì esatto, ben mezzo MegaByte. Oggi un PC scarso monta 1GB di RAM, cioè mille MegaByte. Il disco, che sembrava enorme, era di 20MB. Sempre il PC scarso di cui si diceva monta oggi almeno 200GB, cioè 20.000 volte di più. Ed erano macchine costose, molto più dei terminali alfanumerici che si usavano in DEC. Però con quei terminali alfanumerici ci scrivevamo delle email, gestivamo forum, parlavamo in diretta. Sul piano professionale, avere un contatto diretto con quelli che producono le cose che tu aiuti a vendere e sulle quali ti si chiede supporto, ha un valore incalcolabile. Rende i tempi di attesa prossimi a zero. Indipendentemente dalla burocrazia, e dall’iter “ufficiale” di apertura chiamata, gestione della stessa, eccetera eccetera, il fatto di sapere che esiste un bug è di per se stesso un valore. Sembrano cose ovvie, oggi. 25 anni fa non era così scontato. Oggi qualunque call center è collegato ad una base dati con tutte le informazioni possibili e immaginabili. 25 anni fa c’erano i manuali di carta. Perché sui computer si memorizzavano solo i dati più importanti, perché costava tantissimo.

E allora, cosa c’entrerà mai TED? TED entra nel discorso perché trovo sia un modo innovativo di condividere. Innovativo relativamente ai tempi che viviamo, dove il nostro problema è diventato filtrare l’informazione, che è tanta, tantissima, troppa. Chiunque sia appena pratico di Internet usa gli RSS aggregator, legge i giornali online, dedica alla lettura in rete un tempo non banale. E sempre più tempo si passa a scremare, a discernere ciò che è importante da ciò che è marginale.

TED questa scrematura la effettua a monte. Non mi è ancora capitato di guardare un video TED che fosse meno che interessante. E non ho mai incontrato un’iniziativa che definirei completamente a 360°. Ho trovato (e in parte postato) video sulla semantica di un termine, sulla fisica quantistica, sui computer, su analisi sociologiche, sui rapporti interpersonali. Una fonte inesauribile di informazione utile. Non utile nel senso utilitaristico del termine (perdonate il giochino di parole) ma utile per aprire la mente, esercizio che di questi tempi è sempre più raro e difficoltoso.

E oggi voglio postare un video emblematico dal punto di vista della condivisione, e ve lo racconto pure, perché purtroppo è senza sottotitoli, perché fa parte della sottocategoria TEDx, che sono eventi patrocinati da TED ma gestiti in modo autonomo al di fuori dell’organizzazione.

E’ la storia di Giles Duley, che sino a 10 anni fa circa era un fotografo di moda di successo. Usando le sue stesse parole, aveva sempre sentito che gli mancava un quid per poter dare un contributo al mondo, e che il suo talento poteva essere chiave nel trovare quel quid. E per l’appunto 10 anni fa circa decide di lasciare il mondo della moda, e di raccontare storie per il tramite delle sue foto. Comincia dando supporto H24 ad un ragazzo autistico, Nick. Questo ragazzo si auto-lesionava, dandosi pugni in faccia, e infliggendosi ferite molto serie. Giles ne aveva parlato più volte con gli assistenti sociali, descrivendo loro le ferite, ottenendo solo risposte incredule. Allora Giles, dopo aver pian piano guadagnato la fiducia di Nick, ottiene da lui il permesso di fotografarlo immediatamente dopo un’azione di autolesionismo particolarmente cruenta. Il risultato netto è che gli assistenti sociali immediatamente hanno prestato molta più attenzione. A quel punto Giles capisce che può rendersi utile al mondo raccontando le storie che riguardano le persone più sfortunate, quelle che vivono tragedie quotidiane che noi non riusciamo neanche ad immaginare. Inizia a viaggiare, e documentare le storie che gli vengono raccontate, cercando di dar voce ai deboli. Finché un giorno del febbraio 2011, in Afghanistan, salta su una mina. E gli vengono amputate entrambe le gambe e il braccio sinistro. E allora lui, per darsi una ragione per continuare a vivere, decide che è lui, la storia da raccontare. Ispirato dalle storie che aveva documentato sino al giorno prima, decide di raccontare la propria storia per mostrare gli orrori della guerra e delle mine antiuomo.

E in perfetta armonia con una filosofia Taoista che vorrei tanto fare mia sino a questo punto, conclude dicendo che se non fosse saltato su una mina non sarebbe mai stato chiamato da TED e non avrebbe mai avuto una platea così numerosa per raccontare le sue storie, compresa quella di Nick, che oggi sta molto meglio e che Giles sente telefonicamente con regolarità. Riuscendo a sublimare il pensiero positivo in azioni concrete che riguardano se stesso, e trasformandosi, lui che già lo aveva fatto una volta, in una persona migliore. E trasformando una disgrazia in un’opportunità, con tanto coraggio e tanta voglia. Di condividere.