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La recinzione

cactusPer la serie “ma che davero” , come direbbe Johnny Palomba, o anche “ma allora sta proprio succedendo a me”, c’è una pazza furiosa che ha deciso di scrivere una recensione del libro. Sì, sì, quel libro. IL libro. “Niente è per caso”. Ed è solo l’ultima, ma non la meno importante, cosa bella che è accaduta, legata a questo libro.

Che sia pazza non v’è dubbio alcuno, solo una pazza potrebbe avere un cactus come avatar. Trattasi di mododidire, esimia collega ai discutibili, che una vena picchiatella ha dimostrato di averla già per il solo fatto di essere nel discutibile team, ma poi ci ha messo il carico da 11 chiedendomi addirittura di leggere il libro in anteprima (e s’è beccata il pdf perché la stampa è ancora in corso…), e alla fine ha prodotto quanto segue, già pubblicato in un post, ma che voglio riportare anche qui:

L’umanità di Niente è per caso è un’umanità perfetta. Io dico che non esiste, l’autore dice che è vera.

E forse abbiamo ragione entrambi perché nei racconti di Niente è per caso tutti hanno ragione e nessuno.

Diciamo allora che è sia vero che falso, che i personaggi sono perfetti e perfettibili, e proprio dentro la crepa di ognuno di loro si infila l’altro, che poi spesso non è un altro ma è se stesso.

I racconti sono piccole matrioske che saltan fuori senza pretese: “io? Un racconto?! Quando mi sono trasformato in un racconto?”

Qual è il passaggio da un pezzo di vita a un racconto? Da una giornata “no” alle sue metafore?

Ci hanno abituato a pensare che la risposta è dentro di noi, e il libro di Max ci dice che invece no, è fuori. È in qualcun altro in cui devi assolutamente scavare, o che ti passa vicino, ti sfiora e nemmeno te ne accorgi: in quel minuscolo spazio tra me, te, l’altro, l’altra, il passante c’è tutto quello che vuoi sapere (“e che non hai il coraggio di chiedere” diceva uno illustre).

Paolo, Anna, Alessandro, Eleonora, Bob, Tullio e tutti i protagonisti dei racconti hanno delle rivelazioni, così impercettibili e quotidiane che non possono neanche chiamarsi tali, risposte che non sono risposte, colpi di scena e colpi di testa che nascondono un tranquillizzante “è tutto inventato, ma non per questo è meno mio”.

È che gli autori a volte sono egoisti e spocchiosi, e la trama che hanno inventato devi sforzarti a immaginarla perché è appannaggio di menti superiori. Qui ogni trama è tua, puoi farci quello che vuoi, perché l’intimità del personaggio è (o può essere) la tua intimità, oggi, domani, o quando preferisci.

Anche nei racconti più fantascientifici – come Alba quantistica o Io ci parlo – la magia non spunta mai dalla perfezione dell’amore, piuttosto dal nero di seppia del dolore, o della stanchezza, o dell’immobilità.

Potrei dirvi, come si dice di molte opere di narrativa, che i personaggi del libro crescono… Ma non è così. I personaggi al contrario si rimpiccioliscono in un pugno, tirano fuori il peggio di sé, e cosa più difficile, si scrutano nel profondo, negli angoli in cui abbiamo paura di pulire perché non sappiamo cosa potremmo trovare. Li vedi piccoli camminare per strada, urlare invisibili a qualcosa che non ha orecchie, fino a che non capiscono, ascoltandosi, quello che desiderano davvero.

A quel punto diventano onnipotenti, su una strada di belle metafore, un percorso di poche righe che il lettore non può non invidiare.

La sensazione che si ha leggendo Niente è per caso è che non vediamo quotidianamente una serie di cose di cui dovremmo accorgerci, ombromini che ci camminano dietro, amori così sbagliati che diventano mortiferi, oppure – al contrario – ci ostiniamo a guardare quello che non c’è più concentrando energie in un buco nero da cui non ci vengono restituite.

Allora volare da un cornicione non è sempre male, mentre amare un marito defunto non fa sempre bene, la violenza fisica è devastante e risolutiva insieme, e quella vita o quell’amore che cerchiamo a tentoni davanti a noi ogni giorno può tamponarci in auto.

Niente è per caso. Capirlo è un esercizio quotidiano, una flessione del pensiero, l’addominale dell’istinto. L’autore è un bravo enigmista che impara insieme ai suoi personaggi quello che tutti dovremmo sapere: cioè che quando c’è da risolvere un problema, invece di entrare a testa d’ariete nei grovigli di vite non nostre, l’ideale è allontanarsi, guardare l’insieme e unire i puntini in centinaia di forme possibili.

Potrei chiudere con una battuta, con una sferzata di cinismo, ma non voglio proprio. E quindi mi limito a ringraziare, sorridendo.

Grazie, cactus. Grazie di cuore.

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Post ad elevato contenuto di melassa

melassaVolevo scrivere un post sulla bellezza. E lo scriverò, lo scriverò. Volevo agganciarlo a quanto sto per scrivere ora, ma ho pensato che non sarebbe stato giusto. Che non avrebbe reso giustizia alle persone che voglio ringraziare.

Questa esperienza della pubblicazione del libro sta portando con sé un sacco, ma proprio un sacco di belle emozioni. Innanzitutto le belle persone. Verba, una conferma splendida. Ha scritto un post per me. Bello. Bello nel senso più bello del termine. Il bello che piace a me, quella bellezza della quale sono sempre alla ricerca. Come ho raccontato in un reply al suo post, in un momento della mia vita molto complicato, in cui non sapevo davvero che pesci prendere, verba è arrivata  con leggerezza e bellezza, due termini che chi mi legge sa quanto siano importanti per me. E’ arrivata con leggerezza e bellezza e mi ha teso una mano, offrendomi ciò che aveva, tutto quel che aveva per aiutarmi. E me l’ha offerto con una delicatezza rara, le ho detto che si è mossa come una libellula in un negozio di cristalli, volando qua e là e ridando colore ad un momento che il colore lo aveva perso completamente, un momento che era rivestito di grigio e basta. E’ arrivata e mi ha abbracciato, mi ha dato solidarietà garbatamente e delicatamente. E ora, in un momento di grande gioia, lei è lì che balla la rumba con me, che sale sulla scrivania con il cappello di carta e la trombetta e arma un casino della madonna. Ed è questo che fanno gli amici veri.

E poi Erre. Un ragazzo di cuore, lo definirei. E questa è l’impressione che mi ha fatto la prima volta che abbiamo pranzato insieme, e abbiamo chiacchierato, riso e scherzato, e parlato di massimi sistemi. Quelle conversazioni che mi piacciono tanto. E poi un giorno gli ho chiesto, non ricordo se di persona, con whatsapp o per email, se prima della pubblicazione del libro mi avrebbe potuto fare il piacere di ribloggare un mio post. E lui mi rispose che di solito non lo faceva, ma avrebbe fatto uno strappo alla regola, perché gli era piaciuta la storia del libro. Beh Erre non lo ha fatto quel reblog, alla fine. Non lo ha fatto perché ha scritto un intero post. Non contento di questo mi ha lasciato campo libero per i commenti. Io che sono tardo di comprendonio non avevo capito nulla, e quel che ha fatto Erre, come spiegavo stamattina in un reply, è praticamente stato aprire casa sua, mettere dentro la mia mercanzia, poi darmi le chiavi di casa e uscire a fare una passeggiata. Ma non finisce qui, perché sulla spalla destra campeggia un banner con la locandina del libro e della presentazione. E c’è stato anche un lancio sulla pagina Facebook.

E poi i miei amici discutibili. Avevo chiesto a loro se potevo scrivere un post di promozione, e se me lo potevano spingere un pochino, loro mi hanno detto “tu scrivi e lascia in bozza, al resto pensiamo noi”. Il risultato finale è questo, e ancora rido.

Ecco, considerando che il mondo dei blogger è di solito fortemente individualista, cose di questo genere aprono il cuore. E oltre a questi tre episodi, ci sono tutti i reblog di molti, che ho provveduto a ringraziare uno per uno, e se me ne fossi scordato qualcuno lo ringrazio qui. E tutte le gentili parole di incoraggiamento ricevute, e tutti i complimenti, e gli in bocca al lupo, eccetera eccetera eccetera.

E quindi, che dire? Ringrazio tutti, tutti davvero, per il supporto morale, materiale, spirituale ricevuto. Alla fine sembra che ci stiamo riuscendo, a organizzare tutto, addirittura quell’anima bella di elinepal ha trovato un attore che si presterà a leggere brani del libro alla presentazione. Alla gioia intrinseca che deriva dalla pubblicazione del libro, si aggiunge quella che deriva dal vedere quante persone sono disponibili a darmi una mano.

9 febbraio – Caffè Letterario Roma

caffe-letterario-romaHabemus datam! Il mio editore (che poi a me viene sempre abbastanza da ridere quando dico o scrivo “mio” e lo associo a parole come libro o editore), il mio editore, dicevo, ha avviato il processo di stampa, e prenotato questo locale per fare la presentazione del libro, che sarà il

9 febbraio

L’orario sarà pomeridiano, l’ora precisa la farò sapere. Per avere un’idea di quanti saremo, chiederei la cortesia, a chi mi farà il regalo di partecipare, di spedirmi un’email a questo indirizzo.

copertina niente è per caso-2

Esiste davvero

bozzeStamattina ho ritirato la prova di stampa, la bozza definitiva. L’emozione è stata enorme. Al punto che è difficile trovare le parole per descriverla. Ho preso le pagine in mano, la copertina, ho aperto il plico, ho guardato le pagine. Cercavo le parole che conosco bene, le frasi lette e rilette, scritte, corrette, riscritte, rilette ancora. E ancora, e ancora e ancora. Sino quasi a conoscerle a memoria. E cercavo la sequenza dei racconti, anche quella vista e rivista, e cercavo una parola qui, un punto e virgola là. E i disegni. E poi ho chiuso il plico, ho preso il caffè con Pierluigi, il socio della mia amica, abbiamo chiacchierato, poi sono arrivato in ufficio, dove ho fatto la foto riportata qui sopra. E solo in quel momento mi sono accorto che non avevo cercato il mio nome. Lì per lì non me lo sono spiegato, e poi pian piano la risposta si è fatta largo, è risalita, si è rivelata.

Io volevo solo riconoscerlo, il libro. Volevo essere sicuro che fosse lui. E quando ne fossi stato sicuro, quando ne sono stato sicuro, non c’era bisogno che guardassi il nome. Perché era lui. E il nome non poteva essere differente. Non poteva essere sbagliato. Poteva solo essere il mio.

La presentazione del libro senza libro

iaiaguardo2Continuo a pensare che niente sia per caso, e che l’alternanza tra bianco e nero governi la nostra esistenza. E in un momento abbastanza difficile per me, capita “a fagiolo” un evento che mi carica di energia positiva (E peraltro le notizie che arrivano sul fronte di mia madre sono per ora migliori del previsto, abbiamo avuto novità positive oggi, quindi aspetto i prossimi passi incrociando le dita).

Sto parlando della presentazione del libro senza libro al Salone del Libro di Torino, avvenuta ieri. Il libro è quello di Iaia, ovviamente. Solo lei  avrebbe potuto fare una presentazione di un oggetto senza l’oggetto. E questo la Mondadori lo ha capito perfettamente. E quindi ieri me ne sono volato a Torino in un blitz mattina-sera perché volevo esserci. Ma sopra ogni altra cosa, sapendo che era l’unica data concordata con Mondadori, avevo la certezza che ci sarebbe stata.

E’ stata una giornata memorabile, e mi viene complicato sia fare la cronaca minuto per minuto, sia metter giù una lista di momenti “importanti”, per cui vado un po’ in ordine sparso, senza alcun ordine, perché le emozioni sono state intensissime dall’inizio alla fine.

Ho conosciuto Turi e Nanda. E’ stata una cosa straordinaria, come tutto quel che riguarda la mia amicizia con Iaia. Tramite i racconti bloggherecci e le descrizioni telefoniche, io praticamente già li conoscevo. E la sensazione è stata proprio quella di ritrovarsi con vecchi amici. Nanda è una forza della natura, ha uno sguardo intensissimo e hai la netta sensazione che non le sfugga nulla, neanche il più piccolo particolare; oltre ad avere un’allegria e un senso dell’humor straordinati. Turi è fantastico, e ieri aveva quello sguardo trasognato che conosco bene, lo sguardo di quanto ti scoppia il cuore di orgoglio paterno.

Ho conosciuto Adnachiel, Cenere e Franciulla. Le chiamo con i nick che usavamo su pigrecoemme, perché nonostante siano passati più di 10 anni, sono questi i “nomi” che ricordo, e anche qui, è stata un’emozione grande, finalmente dare un volto e poter abbracciare persone con le quali hai avuto l’opportunità di condividere tantissime cose, per molti anni.

Ho conosciuto Sel, pani, francy, yliharma, Flo. Ci siamo ritrovati e anche qui, è stato come conoscersi e ritrovarsi, lo dicevo a pani, ho intravisto un volto che mi sembrava familiare, ed era lui. Io non lo so spiegare meglio di così, è una sensazione di familiarità per cui tu già hai un’idea molto precisa di chi hai di fronte, vedersi è solo un completamento, un assegnare una forma, dei colori, a un’essenza già nota. Ma il piacere dell’abbraccio quello c’è tutto. Perché altro è un abbraccio virtuale, altro è un abbraccio in carne e ossa.

Ho conosciuto Daniela, Enrica, e Marina, tre persone che hanno avuto una parte importante nella presentazione (e che l’hanno gestita alla grandissima). Enrica è la talent-scout che ha trovato Iaia, Marina è la giornalista di Repubblica che le ha dedicato un paginone nella Cultura, e Daniela è la signora Pastiglie Leone. E mentre loro raccontavano, ho percepito le stesse esitazioni che ho io quando racconto di Iaia, in particolare mentre parlava Daniela. Perché raccontare di Iaia è come raccontare una favola. E le cose che succedono sembra che siano una combine mirata a fare pubblicità, e le storie collaterali che accadono sembrano dei feuilleton scritti ad arte o peggio inventati. E invece no, perché è tutto vero, e tutto incredibile esattamente come appare raccontandolo. E’ la storia della realizzazione di sogni. Sogni, non sogno. Perché sicuramente pubblicare un libro con Mondadori è un sogno. Ma lo è anche Hollo. Lo è anche la collaborazione con Pan di Stelle, o quella con Pastiglie Leone. E parlo volutamente solo di storie professionali.

Poi c’era bestiabionda, ammirevole nella sua serafica calma mentre rispondeva al telefono con una mano, con un’altra mi dava le magliette, e con un’altra distribuiva paste di mandorle agli astanti… Onnipresente, iperefficiente e iperefficace, una problem solver nata.

E poi c’era lei. La cuoca matta. Come ho detto a molti, se semo divertiti parecchio, àmo pianto ‘na cifra. Iaia praticamente non ha mai smesso. Debbo dire con un certo disappunto che sono stato praticamente l’unico al quale non è stato dedicato un pianto singolo e accorato. A mia discolpa debbo dire che era però avvenuto in Trinacria, due anni fa. E quindi va bene così 😀 Mentre la presentazione procedeva, e Iaia si commuoveva, io sorridevo come un deficiente. Ma non per altro, perché mi dicevo “Ecco, è proprio così che è, e non potrebbe essere diversa, perché se fosse diversa non sarebbe lei”, e pensavo quello che scrivevo nel precedente paragrafo, che a raccontarlo sembra finto, ma non è finto, perché è vero, vero tutto.

In gran segreto erano state preparate delle magliette, su iniziativa di bestia e di elli. Con la scritta “groupie di maghetta streghetta” e dietro un grosso “PERDINCIBACCO!” oltre a due disegni maghettosi. Lo sguardo di Iaia quando le ha viste (ché ovviamente le abbiamo indossate tutti, insomma tutti quelli che le avevano prenotate) è stato memorabile. Non sapeva se incazzarsi o commuoversi (lascio al lettore per esercizio decidere cosa ha fatto). E insomma, bello. Una bella situazione, con tante belle persone.

Che altro dire? Sono state distribuite paste di mandorla come se non ci fosse un domani, le lattine di Pastiglie Leone personalizzate sono andate via in 4, massimo 5 picosecondi, il nippotorinese era anche lui molto, molto emozionato. Marina gli ha chiesto “Ecco ma per te che sei di Torino, com’è Torino vista dalla Sicilia”. Il nippo ha preso fiato, si è guardato intorno, e ha pronunziato un lungo discorso, chiaramente mirato a trasmettere la sua eredità spirituale a quel consesso di persone assetate di saggezza. Ha detto: “Lontana”. E poi ha fatto una lunga pausa. E poi ha detto “Molto lontana”.

E’ stato bello rivederlo, Pier. Ed è stato bello rivedere l’equilibrio della coppia Pier-Iaia. Che come tutti gli equilibri di coppia è peculiare e basato su codici segreti in possesso dei soli componenti la coppia. Ma si vede l’intesa, si vede la sintonia, si vede il comprendersi con un mezzo sguardo, un mezzo cenno.

Ah, quasi dimenticavo. Iaia ha distribuito un kit di sopravvivenza a tutti gli intervenuti. Contenente generi di conforto di primissima necessità. Anche questo in perfetto stile Iaioso. E insomma. Una giornata memorabile, di quelle da segnare e da ricordare.

UPDATE e io lo sapevo che mi scordavo qualcosa e qualcuno! Kurokoooooooooooooo cacchio!!!! Che è in forma SMA-GLIAN-TE. E che carinamente come sempre mi ha chiesto delle mie cose.

Di compleanni, di sorprese e di belle cose

Ed era anche ora, dopo tanto travaglio, dopo tanta sofferenza, che parlassi di qualcosa di bello. Il bello per me è importante, la ricerca della bellezza è qualcosa che va molto oltre l’effimera estetica esteriore. Perché c’è anche e soprattutto un’estetica interiore, una bellezza che è “dentro” le cose, intrinseca. E non solo nelle cose, ma anche nelle situazioni. E come il brutto è foriero di negatività, di depressione e di ansia, il bello all’opposto è foriero di positività, di gioia e di serenità.

E ordunque, si venga alla cronaca. Sto parlando del giorno del compleanno. La prima, bella sorpresa, me l’hanno fatta le ragazze, la dottoressa Cippi e Duli. Alzandosi presto e offrendosi di preparare il pranzo, a cui avevo invitato mia sorella, una cosa molto piccola e informale perché francamente ero ancora in un mood abbastanza negativo. (avviso ai naviganti, il blog di mia sorella è ancora un work in progress; mi fareste cosa gradita, giusto per metterle addosso un po’ d’ansia e farla decidere a scrivere qualcosa, ché sarebbe anche ora, se lasciaste un po’ di commenti sul suo blog, a titolo di stimolo a vitalizzarlo) (sì, lo so, sono una brutta persona) (ma lei lo sa) (e sì, mi vuole bene lo stesso) (e ok, la pianto con le parentesi)

Dicevo dell’offerta di preparare il pranzo. In realtà per una serie di considerazioni eminentemente logistiche il pranzo l’ho preparato io, insieme con Carla detta Virna. Ma è ovviamente il pensiero che conta, e il pensiero consiste nel mettere la sveglia e alzarsi nonostante avessero fatto tardi la notte precedente. E come vedremo, non si esaurisce qui. Ma andiamo oltre.

Quando è arrivata, la sorella si è presentata con un pacchettino che indicava chiaramente una dimensione librica. Ora i libri per me sono sempre una festa, perché anche ora, che mi sono quasi completamente convertito al kindle per motivi logistici, un libro è sempre un oggetto dal fascino intramontabile. Ho dei libri che periodicamente riprendo in mano e sfoglio, consulto, rileggo. Sì uno di questi è il Tao Te Ching in edizione Urra, è la versione italiana più completa che abbia trovato, oltre ad avere tutti gli ideogrammi originali con i significati, una sorta di fatti-la-tua-traduzione, ha anche una sua propria traduzione ma completata con le principali traduzioni alternative. Ne ho altri come questo, intendo che consulto periodicamente, e poi ne ho un tot che magari rileggo per il mero gusto della rilettura. Ho un’edizione paperback in lingua originale de “L’incendiaria” di King, che è consunta per quante volte l’ho letta. Ci sono passaggi che conosco praticamente a memoria. The firestarter per me rimane probabilmente il miglior lavoro di King, anche se è veramente difficile fare una classifica. E poi ogni tanto mi metto davanti alla libreria, semplicemente a guardare. E magari ne tiro fuori uno, sfoglio qualche pagina e lo rimetto al suo posto. Per dire che ecco, i libri per me sono tanto. E quindi, quando ho visto “libro” è già stata una festa. Ma non avrei mai immaginato, not even in my wildest dreams (questa è per lina) (e te la googli :D) (ché l’ho imparata a Houston e mi piace da impazzire), che sarebbe uscito dal pacchettino questo:

I blog therefore I amE’ la stampa di tutti i post del blog dall’inizio sino a un paio di giorni prima del compleanno. Sono rimasto praticamente senza parole. Guardavo questo tomo, perché di tomo si tratta, sono venute fuori oltre 200 pagine, e non mi capacitavo. E’ stata una sensazione veramente strana. Vedere su carta quello che avevo scritto e visto tante volte sullo schermo è stato strano, purtroppo non mi viene una parola migliore. Il mix di emozioni è stato complesso, c’era di tutto. La dottoressa Cippi ha cinicamente commentato “mo’ si commuove, c’ha la lacrima facile in questo periodo”, e in effetti il groppo c’era tutto, e anche il luccicone. La lacrima l’ho ricacciata indietro però.

Il pranzo era finito, dopo un po’ di chiacchiere mia sorella e il marito sono andati via, e il pomeriggio è trascorso pigramente tra televisione e uscitina per commissioni. Ma non erano finite le sorprese, perché, al rientro, ho trovato la dottoressa Cippi in cucina, che lavorava avvolta da una nuvola di farina, preparando fettuccine fatte rigorosamente a mano, pizzette e rustici, perché non poteva pensare di lasciar passare il compleanno senza cucinarmi nulla. E, ecco. Queste sono le cose che aprono il cuore.

E ancora non finisce qui. Perché il giorno dopo, ma a me piace pensare che sia una continuazione del compleanno, il giorno dopo  ho trovato una mano tesa verso di me. E l’ho presa. L’ho ripresa, a dire il vero. L’ho ritrovata. Quella mano ha ritrovato la mia, e la mia l’ha ritrovata. E le abbiamo strette insieme. Ed è stata la cosa più bella che mi sia capitata da un po’ di anni a questa parte. E qui è necessario fermarsi e fare una considerazione.

Dico spesso, e in particolare l’ho detto molte volte proprio a mia sorella, che non si può stare sempre ad aspettare la burrasca. Mi piace la metafora marina, in particolare quella della barca a vela, e immagino questa barca a vela, magari appena uscita da una tempesta che ha messo a dura prova il sartiame, e che si trova magari in un golfo, o semplicemente in una zona dove il mare è calmo, il cielo è sereno, il vento è calato. Ecco, in queste condizioni un buon capitano non sta costantemente a guardare ad occidente, da dove arriverà la prossima burrasca. Un buon capitano butta un occhio ogni tanto ad occidente. Perché un buon capitano non mette la testa sotto la sabbia, e non pensa che la bonaccia durerà per sempre. E per questo, ha un livello di allarme minimo sempre attivo, quel livello di allarme minimo che lo fa guardare ad occidente ogni tanto. Ogni tanto. Questa è la parola chiave. Non abbassare la guardia, ma non farsi prendere dal panico immotivato. Un’altra burrasca arriverà. E’ molto probabile, se non addirittura sicuro. E quando arriverà sarà forse necessario dare una o due mani di terzaroli alla randa, o magari addirittura ammainarla in attesa che cessi la buriana. Sarà necessario agire presto e bene, aggrapparsi alla barra del timone con tutte le forze per governare la barca. Ma ora, in questo momento, c’è bonaccia. E cosa osta a godersela? Cosa osta al farsi un bel bagno in una baia particolare, magari non raggiungibile via terra? Vivere nel presente è anche questo, apprezzare il carpe diem è anche questo. Mi viene da dire che è soprattutto questo.

E quindi io un bel bagno me lo faccio, qui e ora, tenendo stretta quella mano. Hic et nunc. E, ogni tanto, butterò l’occhio a occidente. Ogni tanto.

E’ facile smettere di fumare, se sai come farlo

E' facile smettere di fumare se sai come farloSono quasi 7 anni che non fumo più. E mi considero un benchmark, un riferimento. Perché io fumavo 50 Marlboro rosse al giorno negli ultimi anni prima di smettere. E se sono riuscito a smettere io, ci può veramente riuscire chiunque. Ho smesso col libro il cui titolo è il titolo di questo post. Voglio raccontare come, sperando di poter essere utile a qualcuno. Perché se avessi saputo che era così semplice, forse avrei smesso tanto tempo prima.

Ero un fumatore accanito, irrispettoso, maleducato, vizioso e dipendente. Telefonata stressante? Sigaretta. Telefonata rilassante? Sigaretta. Caffè? Sigaretta. Liquorino? Sigaretta. Discussione animata? Sigaretta. Passeggiata rilassante? Sigaretta. Una sigaretta per tutto, una sigaretta per il contrario di tutto.

Le comperavo a stecche. E quando la stecca era a metà, ne comperavo un’altra. Non sono MAI rimasto senza sigarette da che mi ricordo. Ho iniziato che avevo 14-15 anni, non ricordo se era il primo o il secondo anno di liceo. E da allora mai smesso, mai voluto smettere, sempre sostenuto che volevo fumare.

Erano già un paio d’anni, (era l’inizio del 2005), che mi dicevo quanto sarebbe stato bello riuscire a fumare solo le sigarette “godute”, quelle associate alle situazioni di relax. Una la mattina dopo il caffè, una dopo pranzo, una dopo cena, altre 3-4 sparse. 6, 7 sigarette al giorno. Praticamente nessuna controindicazione, in fondo vivo a Roma, non è che siamo sulle montagne con Heidi e le caprette che ci fanno ciao. Se esci e respiri, facile che ti entra nei polmoni più benzene che ossigeno. Quindi niente balle, poche sigarette al giorno non aggiungono e non tolgono nulla a questa situazione già compromessa. Però questa è sempre stata una pratica impossibile da applicare. Era un attimo e il “craving”, quella voglia che ti mangia da dentro, tornava. Quella che ti fa cercare compulsivamente il pacchetto, tirarne fuori una, prendere l’accendino, accendere, tirare una boccata enorme, inspirare profondamente, trattenere un attimo ed espirare con un ahhhhhhhhh liberatorio.

Poi mi sono dovuto operare al palato. Inutile dire che al risveglio, dopo neanche mezz’ora ero già sul balcone dell’ospedale a fumare. Nelle settimane successive all’intervento mi erano state prescritte delle iniezioni di cortisone, per lenire l’infiammazione delle cicatrici al palato. Il palato è una zona particolarmente innervata e irrorata, e pertanto particolarmente sensibile. Il problema è che il fumo non aiutava, specie in quelle quantità, per cui l’infiammazione non passava, e io continuavo con il cortisone. Mi rendevo conto che non potevo andare avanti in quel modo, ma non vedevo soluzioni possibili, anche se il tarlo del “certo-se-smettessi-di-fumare-tutto-questo-finirebbe” iniziava a farsi sentire con sempre maggiore insistenza. Così ho ripreso in mano il famoso libro. Sì, ripreso. Perché l’anno precedente, nel 2004, lo avevo iniziato. Ne avevo anche intuito la forza, e siccome all’inizio del libro c’era scritto qualcosa tipo “quando avrete completato la lettura del libro smetterete di fumare”, e in quell’estate io non mi sentivo ancora pronto, ne avevo lasciate una trentina di pagine non lette, giusto per non contraddire il libro e non sfidare quella parte di me che, fortemente contraria alla sola idea di un tentativo di smettere, avrebbe sicuramente boicottato pesantemente l’iniziativa. Insomma, avevo deciso di tenerlo in caldo in attesa di tempi migliori.

E sembrava proprio che quei tempi migliori fossero arrivati. Sono andato dalla mia dottoressa medico di base, la quale mi ha parlato di un farmaco, non cito il nome per evitare pubblicità, ma è basato su un principio attivo che si chiama bupropione, che se lo cercate su Wikipedia lo trovate, comincia con z. Questo farmaco aiuta nelle disintossicazioni e nelle tossicodipendenze, alleviando il disagio fisico e psicologico del processo di disassuefazione.

Così ho iniziato a leggere il libro e a prendere il farmaco, un paio di settimane prima di smettere. Da fumatore accanito avevo dei timori che sono perfettamente rappresentati nel libro. Per ciascuno vengono spiegate le ragioni, e le metodiche e i “trucchi” per evitare problemi. Una paura tipica è quella del “dopo che succede”, “come faccio a prendere il caffè senza fumare una sigaretta dopo”, che in qualche modo sublima la paura dell’ignoto. Per un tossico abituato a farsi 50 volte al giorno, l’idea stessa di rinunciare a questo rito è inconcepibile, perché, come accennato all’inizio, c’è una sigaretta per tutto e ce n’è una per il contrario di tutto. La sigaretta è una compagna di vita apparentemente insostituibile, perché riempie la vita più di una persona cara, e questo è tanto più vero quante più sono le sigarette fumate al giorno.

Un’altra paura tremenda è “ma come faccio se mi stresso”. Nel libro sono trattate situazioni di stress classiche, una tra tutte quella di lutto, e ci sono preziosi consigli su come evitare la trappola.

Ma il valore più importante del libro, quello che per me è stato assolutamente determinante, è quello di focalizzare l’attenzione su un aspetto del quale quasi nessun fumatore è consapevole. Il fumo non è un piacere. Non lo è. Punto. C’è un capitolo del libro dedicato a smontare questa chimera. Sono riportate le descrizioni delle sensazioni piacevoli così come rappresentate dai fumatori. Mi pare di ricordare ce ne siano tre o quattro. Io mi sono riconosciuto in una delle descrizioni, l’accento era posto sulla sensazione del fumo che entra nei polmoni. Bene, dopo questa descrizione molto, molto precisa, della sensazione provata, che calzava assolutamente a pennello con quanto avrei detto io, il testo continuava dicendo che quella sensazione così piacevole si poteva facilmente ottenere simulando un soffocamento. Praticamente, tappando naso e bocca e tentando di inspirare, con forza, si otteneva una sensazione molto simile a quella di una bella boccata di fumo. Incredulo ho provato. E le cose stavano esattamente così. Prima ancora di continuare la lettura, ho pensato che dovevo essere un completo idiota, a ricercare un piacere provocato dal soffocamento. Ed era esattamente questa la frase successiva. No, mi pare non ci fosse la parola idiota. Ma insomma, il senso era chiarissimo.

Questo cambio di prospettiva è stato fondamentale. Perché questo cambiava tutto. Non stavo più rinunciando ad un piacere, mi stavo liberando di una tossicodipendenza. E nei momenti di difficoltà delle prime settimane, quando l’abitudine, la gestualità, le situazioni vissute per tre decadi, facevano salire il desiderio, il pensiero che stavo facendo qualcosa per me, per uscire dalla “rota”, come la chiamiamo nei bassifondi della capitale, mi ha sostenuto e aiutato moltissimo. Al punto che, dopo tre settimane circa che avevo smesso, e avendo recuperato significativamente l’olfatto (e quindi i sapori, che non tutti sanno, specialmente i fumatori, essere solo in minima parte legati agli impulsi trasmessi dalle papille, mentre sono in massima parte legati alle sensazioni olfattive che cooperano con quelle gustative), che mi faceva percepire meglio gli odori, quando ero in crisi andavo vicino a qualcuno che stava fumando e lo annusavo. Ogni volta che racconto questa cosa ad un fumatore incallito e che non ha cambiato ancora la prospettiva vengo interrotto a questo punto dalla fatidica domanda “gli andavi vicino per annusare il fumo e ricrearti un po’, vero?”. La mia risposta invariabilmente li spiazza. No, non andavo lì per ricercare sensazioni perdute e ricrearmi. Andavo lì per sentire la puzza, sentirla ben bene. E dopo che l’avevo sentita ben bene, e ne avevo ricavato una sensazione di nausea, mi dicevo “bravo, stai facendo la cosa giusta, veramente vorresti tornare a quella puzza fetida?”.

Il libro è stato il mio mantra per sei mesi, me lo sono portato dietro tipo coperta di Linus, lo avevo SEMPRE con me. E ogni tanto andavo a rileggermi qualche passaggio, di quelli che mi avevano colpito particolarmente, o di quelli dei quali avevo pensato che mi sarebbero serviti nei momenti difficili.

La prima settimana è stata abbastanza complicata. Le due successive sono andate meglio, poi ho iniziato ad apprezzare i vantaggi del non fumare. Niente lingua cartonata al mattino, alito decisamente fresco, olfatto a mille, gusto a mille, tanto fiato in più. E, in forza del fatto che ero tetragono nella mia convinzione di non rinunciare ad un piacere, non ho avuto bisogno di succedanei. Niente caramelline, niente spedizioni punitive verso il frigorifero, niente scorpacciate sostitutive. Nei successivi sei mesi avrò preso forse un chilo. Perché oggettivamente avevo un po’ più di fame, essendo la nicotina un blando anoressante.

Ogni tanto sognavo che avevano inventato una sigaretta che non faceva male e che non dava dipendenza. Questo perché un principio cardine del libro è che basta una sigaretta per diventare un tossico. Una sola. E non ci si ferma più. E forse ancora non accettavo completamente quest’idea, e cercavo una quadratura del cerchio impossibile. Dopo neanche un anno sono andati via anche i sogni.

Dopo due anni (da quando avevo smesso) sono successe a breve distanza due cose che rientrano nella categoria “stress”. La prima è stata che dopo l’acquisizione dell’azienda, sono stati effettuati un numero importante di licenziamenti, e nessuno sapeva a chi sarebbe toccato. Debbo confessare che un giorno nel quale ero particolarmente stressato, ho avuto un pensiero, durato forse un decimo di secondo. Mi ha attraversato la mente l’idea di accendermi una sigaretta. L’ho accantonata, e mi sono ripromesso in quel frangente di non abbassare mai la guardia, e che sarebbe stato opportuno non abbandonare mai l’idea di essere una persona a rischio. E quindi niente giochini. Niente “provo ad accenderne una giusto per vedere”. L’altro episodio, pochi mesi dopo, è stata la morte di mio padre. Che, come tutte le morti dei congiunti, arriva sempre inaspettata, anche quando è attesa. Manco a dirlo, papà è morto di cancro ai polmoni. Da fumo. E no, non sapevo lo avesse quando ho smesso. E’ stato diagnosticato un anno dopo. Ma quello che volevo sottolineare è che in quella circostanza nessuna idea mi ha attraversato la mente. Neanche per un decimo di secondo. Ripensandoci a posteriori, ho capito che forse ce la potevo veramente fare. Definitivamente intendo.

Perché che potevo farcela l’ho capito dopo un paio di mesi. E per aggiungere motivazione, ho preso un finanziamento in banca. Con una rata che era esattamente uguale alla mia spesa mensile in fumo, 250 eurini, all’epoca. E con quei soldi mi sono comprato la moto, quella immediatamente precedente a quella che appare nella foto della home page. Era uguale a questa, solo rossa. L’hanno rubata che non avevo neanche finito di pagarla. Era assicurata per fortuna, e con i soldi dell’assicurazione ho comperato quella attuale.

A novembre faranno sette anni. Non mi manca. Penso sempre che se avessi saputo che era così facile lo avrei fatto prima. Mi consolo pensando che probabilmente prima non ero pronto. E la mia più grande soddisfazione è che mia figlia (non la dottoressa Cippi, lei fuma ancora come un turco) (anzi due) ha smesso anche lei. Esattamente nello stesso modo. Farmaco e libro. Sono sei mesi, ma mi pare ben avviata.

Cerco di essere tollerante, non voglio essere di quegli ex-fumatori bisbetici che mi rompevano tanto le scatole quando fumavo. Però è difficile. Capisco tutti e due gli schieramenti, oggi. Ho vissuto in prima persona la totale incapacità di comprendere il fastidio che dà il fumo. E vivo oggi questo fastidio, in modo forte. Non sopporto il fumo in auto, ma faccio finta di niente quando salgo in macchina dopo averla prestata alla moglie o alla figlia fumatrice e sento la puzza. Vado in giro con i finestrini aperti per un po’ e aspetto che passi. A volte, alcune sere, davanti alla televisione, non so perché ma sono ipersensibile, e mi arrivano delle zaffate di puzza che mi chiudono la gola e mi soffocano (senza provocarmi alcun piacere, ah-ah), ma evito di parlare, perché evidentemente è per l’appunto un mio problema di ipersensibilità temporaneo, visto che non capita quasi mai. Ma in quei momenti il pensiero va a tutte le persone a cui involontariamente, e in perfetta buona fede, ho provocato enorme fastidio con le mie sigarette. E un po’ mi vergogno.

Oggi ho cominciato la dieta. E ho usato per la prima volta i cosi bentosi di Iaia, perché per cena avevo due uova, tre etti di insalata e pomodori, e tre etti e mezzo di melone. L’uovo rideva. Lui. Allora l’ho fotografato e l’ho messo su Instagram. Gli ho anche chiesto, visto che c’ero, che acciderbolina avesse da ridere, ma siccome non ho pensato proprio acciderbolina, l’ho scritto come si scrivevano le brutte parole nei fumetti di Paperino… “Ridi ridi, uovo-coniglio… Ma che @#%*¥ ciavrai da ride, dico io…”