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Lascia stare i mostri dove stanno

Erano colleghi. Lui la trovava bella, soprattutto gli piacevano i suoi occhi: erano enormi, di un colore indefinibile, avresti detto azzurri, poi però grigi, ma anche verdi. Avevano la profondità dell’oceano, sembrava di affogarci dentro. Quegli occhi intensissimi guidavano l’espressione dell’intero viso. Se rideva, si vedeva chiaramente un’onda che partiva dagli occhi, prima di estendersi agli zigomi e infine alla bocca. Se diventava seria, erano gli occhi che si approfondivano, prima che l’espressione si accigliasse.
Occhi inquietanti, diceva qualcuno. Ma a lui piacevano proprio per questo. Quando la guardava negli occhi gli sembrava di essere fuori dal tempo, e questa sensazione era assolutamente impagabile. Non fossero stati colleghi, lui un pensierino su di lei lo avrebbe anche fatto, ma era fedele al detto americano “don’t put your pen in the company ink”, non mettere la tua penna nell’inchiostro dell’azienda, che gli aveva insegnato un suo vecchio capo anni prima. Si trovavano reciprocamente simpatici, e parlavano bene, nelle pause, parlavano di tutto. Tutto tranne che di lavoro, per carità. Erano accomunati dal disprezzo profondo per quei colleghi che non sapevano far altro che parlare di lavoro, sempre lavoro, solo lavoro. E che noia, santo Iddio!! Ma non ce l’avevano, una vita?
Quando non erano impicciati con riunioni e non si trovavano presso qualche cliente, pranzavano insieme. La pausa pranzo in azienda durava un’ora, ma per fortuna c’era sufficiente elasticità. Una sorta di “do ut des”, dove se ci si fermava per un attimo a riflettere si capiva che era assai maggiore il “do” dei dipendenti, rispetto al “des” dell’azienda; ma d’altra parte, era anche vero che esistevano realtà affini alla loro azienda dove non esisteva neanche quel “des”. Lavoravano in un palazzo nelle vicinanze della stazione Termini, a Roma, su quel viale largo che da piazza dei Cinquecento porta sino alla Biblioteca Nazionale, passando per piazza Indipendenza, dove c’è la sede del Corriere dello Sport. Nelle immediate vicinanze dell’ufficio c’erano tre o quattro posti, locali a metà tra lo snack bar e la tavola calda, dove poter mangiare qualcosa, seduti. Ma preferivano recarsi in una bettola che si trovava nel dedalo di viuzze tra piazza Indipendenza e via Marsala. Tra mercatini di vestiario, ristoranti etnici che in realtà erano il punto di incontro di quelle etnie, ed un campionario di varia umanità che sempre si trova intorno alle stazioni ferroviarie delle grandi città, c’era la trattoria “da Andrea”. Pochi tavoli, una decina di persone nella saletta, e la possibilità di chiacchierare senza alzare il tono della voce per sovrastare il rumore di fondo. Andrea, il proprietario, portava loro un piattino di antipasto con una focaccia appena sfornata, e prendeva le ordinazioni. Dopodiché si allontanava, e tornava solo per portare le vivande, lasciandoli chiacchierare in pace. E chiacchieravano, di tutto, di storie personali, di quotidianità, di colleghi. Di colleghi, non del lavoro dei colleghi. A entrambi piaceva parlare delle piegoline dell’animo, quegli aspetti specifici delle interiorità delle persone che rendono ciascuno un esemplare unico.
Quel giorno lui le disse che aveva ricominciato l’analisi. Talvolta avevano parlato di questo, anche se non in modo estremamente specifico. Lui le aveva detto che in passato aveva fatto un percorso con un’analista. Le aveva anche detto che preferiva un’analista femmina, si trovava meglio a parlare con le donne. E in effetti, anche sul lavoro lui preferiva le donne, trovava che erano più precise, meno confusionarie, e in genere più rispettose della parola data. Ovviamente erano generalizzazioni abbastanza sciocche, ma la sua esperienza, ancorché non lunghissima, era precisamente questa.
Andrea portó le ordinazioni, avevano preso entrambi gnocchi, era giovedì, del resto. Iniziarono a mangiare, e lui iniziò a raccontare della sua esperienza con l’analisi. Le disse che aveva preferito rivolgersi a una psichiatra e che gli erano stati prescritti degli psicofarmaci, che si era informato su come agissero gli stabilizzatori dell’umore, lanciandosi in una lunga spiegazione che coinvolgeva neuroni e sinapsi. Lei era insolitamente silenziosa, e anzi, in alcuni momenti gli sembrava che fosse a disagio. Ad un certo punto lui si interruppe, e le chiese se c’era qualcosa che non andava.
– Non mi interessano molto questi discorsi -, rispose lei.
– E perché? – chiese lui – credo che guardarsi dentro sia affascinante –
– Dipende cosa hai dentro.
Lui le disse che aveva sempre pensato all’analisi, nel senso di guardarsi dentro, come a un viaggiatore che entra nella caverna di Alì Babà. Scoprendo che entrare non è così difficile, visto che la parola magica la conoscono tutti. E non è neanche difficile trovare le chiavi dei tanti forzieri che si trovano nella caverna. Il difficile comincia quando si apre un forziere e si scopre che è pieno di putridume maleodorante. E che è necessario svuotarlo. La fatica comincia lì, proseguì lui, ma al temine la ricompensa può essere enorme, perché nel fondo del forziere, svuotato del putridume, spesso si trova una gemma preziosa. Lei era silenziosa, si limitò a osservare che se invece dei forzieri, nella caverna fossero stati presenti dei mostri, allora sarebbe stato tutto diverso.
– Ma perché, ci hai provato? A guardarti dentro, dico? E come hai fatto, sei andata da un analista o cosa? E come hai capito che erano dei mostri?
Lei si versò dell’acqua, bevve, si passò il tovagliolo sulle labbra. Lo guardò diritto negli occhi.
– Lascia stare i mostri dove stanno – disse.
Gli occhi di lei sembravano ancora più grandi del solito, lui pensò che forse era questo che intendeva chi diceva che erano occhi inquietanti. Si sentiva leggermente a disagio, ma era estremamente incuriosito, voleva capire, voleva sapere.
– Dimmi, dai, non puoi lanciare il sasso e nascondere la mano! – disse lui, tentando di buttarla sullo scherzo.
– Tu non sai di cosa stai parlando, credimi.
– Beh no, scusa, io due anni buoni di analisi me li sono fatti, non saprò molto, ma qualcosa so, credimi tu… – ribatté lui, con un tono leggermente piccato.
– Pensi veramente di saperlo, eh… piccolo presuntuoso omuncolo… pensi davvero di sapere cosa sono i mostri? – gli occhi di lei scintillavano, erano enormi ora.
– Ma no, che c’entra, ma forse… – tentò di interloquire lui
– Ma tu non ti accontenterai, tu starai qui a fracassarmi le palle sintanto che io non ti dirò qualcosa, vero? E allora sai cosa ti dico? Adesso te lo faccio vedere, cosa sono i mostri. Te lo voglio proprio far vedere!
Lui aveva lo sguardo puntato negli occhi di lei, non riusciva a distoglierlo, ma coglieva dei mutamenti, la figura di lei stava cambiando, il viso si stava allungando in avanti, la pelle diventava più scura, i capelli si allungavano in una sorta di criniera leonina, le braccia si accorciavano, le unghie delle mani si ispessivano… E quegli occhi erano diventati fiammeggianti, ipnotici, magnetici… La trasformazione si compì, il corpo era diventato squamoso, allungato, con quattro zampe tozze, il muso di un coccodrillo e la criniera e gli artigli leonini. Dalle narici usciva del fumo.
– Hai mai visto un drago? – disse una voce profonda che scosse le viscere di lui.
– Ti avevo detto di lasciare i mostri dove stanno, idiota. – E mentre diceva questo, una fiammata uscì dalla bocca. Lui rimase incenerito all’istante.
Il drago si fece largo tra i tavoli, sfondò la vetrina e si incamminò pigramente verso Piazza Indipendenza.