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Casa dolce casa

Qualche giorno fa passeggiavo a Trevignano, quando davanti all’ingresso di un negozietto di mobili e accessori, che poi abbiamo visitato, il mio sguardo è stato attirato da un cartello, sul quale era riportata una citazione di Antoine de Saint-Exupéry

“Ah! La meraviglia di una casa
non è che vi ripari o vi riscaldi,
né che si possiedano i muri,
ma che questa depositi lentamente in noi
riserve di dolcezza.
Che essa formi, in fondo al cuore,
questa mole oscura
da cui nascono, come acque di sorgente,
i sogni,….”

 Ecco. Quando l’ho vista ho pensato che è proprio così, perché a quelle riserve di dolcezza attingiamo nei momenti bui, quei sogni sono quelli che ci ravvivano le giornate.

E tutto questo è stato rasato al suolo, nel breve volgere di una mattinata, da un’orda di unni travestiti da operai. Che da tre settimane mi stanno distruggendo tutte le riserve di dolcezza e tutti i sogni, oltre che fracassarmi gli zebedei. E chiedo scusa a Nanda, che ho saputo oggi che mi legge, ma, come diciamo qui da noi (cfr. “I Bassifondi della Capitale”, Wish aka Max, ed. Adelphimicacazzi), quanno ce vo’ ce vo’!

L’antefatto. Il condominio ha deciso di rifare la facciata dello stabile. In una delle riunioni dove si discuteva dell’opportunità o meno di procedere, ho preso la parola e ho detto “Scusate, ma proprio nell’anno dei Maya dobbiamo fare ‘sti lavori?” Sul serio l’ho detto. C’è ancora gente che mi guarda strano quando mi incontra. E insomma, ci siamo messi ‘sto fardello sulle spalle, tanti euri (ma tanti, eh) al mese per tre anni. Praticamente un mutuo. Dura meno, ma con la rata mensile ci siamo. Vabbè ma questa è un’altra storia. Perché la storia vera è un’altra. Come potevamo, in coscienza, peggiorare una situazione già al limite dell’umana sopportazione sia per disagio, sia per esborso di denaro? Semplice, dissero i miei 5 lettori: aumentando il disagio e aumentando l’esborso!

Appunto. E quindi, in un momento di totale follia collettiva, dovendo ritinteggiare l’appartamento, e avendo pensato da tempo che, dopo vent’anni dalla ristrutturazione, forse il bagno grande era il caso di rifarlo, siamo andati oltre nel ragionamento (ragionamento è una parola grossa, vaneggiamento verrebbe meglio ma mi dicono che non è politically correct) e ci siamo domandati: perché non facciamo tutto insieme, visto che tanto aggiungere disagio a disagio non dovrebbe essere così tremendo?

E ci siamo anche risposti, ché siamo bravissimi a parlarci, domandarci, risponderci. Sentiamo le voci e rispondiamo. Ciascuno risponde alle voci dell’altro. Che non si dica che non abbiamo fantasia, nella nostra acclarata e conclamata follia. Vabbè anche questa è un’altra storia. Una storia di TSO mancati.

Insomma ci siamo risposti che sì, siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii puòòòòòòòòòòòòòò faaaaaareeeeeeeee! E abbiamo dato vita al mostro. Consistente, come detto nell’incipit, in un’orda di unni travestiti da operai che hanno prodotto una quantità di polvere che neanche il bombardamento di Dresda. Una quantità di cattivo odore che neanche la discarica di Malagrotta. Una quantità di detriti/calcinacci/schifezze che neanche… Non mi viene. Che neanche e basta. Il tutto con un bagno in meno, una cucina che definire disagiata è un capolavoro di understatement, e una sola camera da letto agibile. Al punto che Virna (mia moglie: si chiama Carla ma dal giorno in cui Iaia ha ravvisato una somiglianza è diventata Virna forevah) e la figlia maggiore si sono trasferite al mare, mentre io sono rimasto con la Dottoressa Cippi a presidiare il forte.

Ovviamente, come in una commedia di Feydeau, è successo di tutto. Il materiale che doveva essere a magazzino in realtà doveva essere ordinato; la cornicetta dello specchio invece non è proprio stata ordinata, e l’abbiamo dovuta riselezionare e prendere tra quelle disponibili per non aspettare le calende greche; il cardiochirurgo – pardon, l’idraulico – è stato chiamato al capezzale di altri lavandini moribondi e ci ha dato buca più e più volte; quelli che sul campionario sembravano dei colori tenui pastellati si sono rivelati dei veri pugni negli occhi, costringendoci a tappezzare le pareti con infiniti campioni; e via discorrendo, come chiunque abbia fatto una piccola ristrutturazione vivendo in casa durante i lavori (ché è questa, la discriminante!!!) può testimoniare (son tutti bravi a dare le chiavi di casa all’impresa e tornare a lavori finiti…).

Abbiamo finito? A tre settimane e mezza dall’inizio lavori, a fronte di una durata programmata di due, la risposta è no. Non abbiamo finito. Manca ancora lo specchio, il montaggio del box doccia, del termosifone e del mobile. Quest’ultimo deve ancora arrivare. E lo specchio deve essere ancora costruito, nel senso che potevamo accontentarci di uno specchio bell’e fatto? Nooooooooooooo, sento il coro. Lo specchio è incassato nella parete, e pertanto deve essere ordinato dopo la posa in opera del rivestimento e della cornicetta appositamente predisposta. Ergo, siamo ancora appesi.

Vent’anni fa circa traslocammo, ci siamo trasferiti da Focene, dove abbiamo vissuto per otto anni, a Roma. In quell’occasione, nonostante io sia stato estremamente fortunato, avendo la possibilità di organizzare il trasloco con manodopera fidata, e quindi senza l’ordalia della ditta esterna che rompe tutto, nonostante questo ho ancora un ricordo dell’evento che mi fa affermare, con forza, che un trasloco non si augura neanche al proprio peggior nemico. Ecco. Neanche i lavori in casa.