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Quo usque tandem

manganelloFino a quando dovremo sopportare? Sino a quando si abuserà della nostra pazienza? Questo diceva Cicerone a Catilina. Parlo dei 5 minuti di infami applausi. Ma non voglio scrivere di loro, non voglio scrivere del disgusto, non voglio scrivere dell’enormità di quando accaduto. Non avrei proprio voluto scrivere, di questo episodio, di questa schifezza. Ma poi questa sera, in un tg, ho visto la madre.

Una delle mie paure più grosse è quella di sopravvivere ad una delle mie figlie. Credo che questa sia la iattura più grande che possa accadere a qualcuno. C’è un racconto nel mio libro che parla di questo, l’ultimo, che ho scritto quando ero già iscritto alla scuola di scrittura, e quando l’ho letto alla classe mi si è rotta la voce, più di qualche volta. E’ una situazione che ritengo terribile. Terribile.

Conosco persone che sono passate attraverso questa tragedia. Qualcosa si spegne, nel loro sguardo. Vanno avanti, per carità. Tutti si va avanti. Ci sono altri figli, ci sono responsabilità. Non si può non onorarle. Ma lo sguardo si opacizza. Chi mi conosce sa che sono particolarmente sensibile agli occhi, agli sguardi. Ecco, gli sguardi non sono più gli stessi, sono meno intensi, meno luminosi, meno. Meno qualcosa. Qualcosa di impalpabile, eppure evidente.

Ebbene, quante volte dovrà morire ancora, il povero Federico Aldrovandi? Quante volte quella madre devastata da un dolore incommensurabile, da un vissuto innaturale, inenarrabile, perché non è il genitore che deve accompagnare il figlio l’ultima volta, è il contrario, santa pace… quante volte quella madre dovrà rivivere l’ordalìa? Quante volte dovrà rivedere il corpo martoriato del figlio? Quante volte dovrà risentire il rumore del trapano che avvita le viti del coperchio della bara? Quante volte dovrà ripercorrere il tragitto sino al cimitero? Quante volte dovrà ridare l’estremo saluto? Quanto dovrà ancora sopportare, dopo tutto quel che ha passato?

Ho visto la madre in televisione, che cercava di fare un discorso civile. Un discorso normale. Un discorso che chiedeva solo rispetto. E lo faceva con la voce rotta. Dignitosamente rotta. Ecco, è questa, l’infamia più grande. Non rispettare il dolore di una madre devastata.