Eremitaggio

tarocco_eremitaLo diceva Iaia giorni fa. Parlava del silenzio. E tanto per cambiare il titolo del post non conteneva la parola silenzio, così me lo sono dovuto andare a cercare. E mi sa che eravamo insieme per funghi, io e Iaia, quando è stato distribuito il dono della sintesi. Con la differenza che io sono tornato con una gerla piena, Iaia aveva dietro un TIR. Credo che da quel post, che è a questo link, ad oggi, siano passati non so, una ventina di post, praticamente un terzo dell’intera storia del mio, di blog. Ma sto divagando, come sempre. Si diceva del silenzio. E del silenzio necessario per capire. Per guardarsi dentro.

Ho talmente tanto da dire che non riesco neanche a partire. Guardo lo schermo e il cursore che lampeggia, e la testa come al solito se ne va per suo conto, in mille pensieri che si intrecciano si aprono si richiudono, vanno vengono tornano, si amplificano si attenuano restano. Ed è difficile ordinarli in un discorso che abbia un senso. Che poi, alla fine. Ma abbia senso per chi? Quando il proprio intimo è protetto da numerose cinte di bastioni concentriche praticamente inviolabili, salvo che non siano aperti dall’interno, è difficile fare delle affermazioni che siano completamente comprese. Perché in ciascuna affermazione fatta si celano dei significati che sono visibili solo dopo che si apre un bastione. O magari dopo che se ne aprono due. O tre. E quindi la domanda è: ma perché si scrive? In Italia ci sono più scrittori che lettori, sembrerebbe. Tutti scrivono, tutti vogliono raccontarsi, tutti vogliono essere letti. E fa piacere essere letti, caspita se fa piacere. E però in tarda età ho anche scoperto il piacere di scrivere per me. Sono pieno di appunti Evernote, di notarelle scritte così, sull’onda di un momento. Di frasi prese in giro per la rete e commentate con un pensiero. E quindi (pardon my french) in culo il senso, io scrivo per scrivere. Affido a questo bravo blog, che assiste impassibile, i miei sconclusionati pensieri, e basta.

Il silenzio. Mi piaceva di quel post di Iaia il richiamo al silenzio come momento di meditazione, di introspezione, di ricerca personale. Perché la ricerca personale è sempre intimista, ed è sempre condotta in silenzio. Parlare aiuta, per carità. Aiuta parlare, aiuta ascoltare, aiuta confrontarsi, aiuta mettersi di fronte ad altre persone e “specchiarsi” dentro di esse. Confrontandosi su un tema comune. Ma poi viene il momento della sintesi, e questo momento non può che essere personale, intimo, silenzioso e solitario. Perché solo in solitudine e in silenzio ci si può guardare dentro.

Guardarsi dentro non è particolarmente complicato. Uso sempre una metafora che è quella della caverna di Alì Babà. La parola per entrare la sanno tutti, è “apriti sesamo”. E quando si entra si vedono chiaramente molti scrigni chiusi. E di nuovo, non è particolarmente complicato trovarne le chiavi. Alcune sono proprio infilate nelle serrature, altre sono nascoste nelle vicinanze, qualcuna magari è stata messa in un anfratto roccioso, ma ripeto, la complicazione non è questa. La complicazione è aprirne uno e scoprire che è pieno di guano. La complicazione è toglierlo, quel guano, perché l’unica cosa che abbiamo a disposizione sono le mani. In fondo allo scrigno c’è sempre qualcosa. A volte delle gemme preziose, a volte degli arnesi, a volte delle cose inutili. Ma insomma, lo scopo del gioco questo è. Alleggerirsi. Liberarsi del guano che ci opprime e ci rende pesanti. Fare chiarezza. Cercarsi. Ritrovarsi.

Sono sempre stato un solitario. Non ho mai amato gli sport di squadra. Ho amato profondamente lo sci, mi ci sono dedicato con grande passione in gioventù. Ho molto amato il tennis. Amo moltissimo la motocicletta. E la corsa, ora. Tutti sport individuali, dove la competizione è sempre con se stessi. Anche nel tennis, per quanto bizzarro possa sembrare. A tennis vince chi ha più testa. E chi ha più testa è quello che vince con se stesso. Che riesce a battere se stesso nella lotta per chi rimane più lucido. Ho visto delle pippe boreali battere persone molto, molto capaci, solo con la testa. E oggi, dopo aver provato la corsa, oggi forse riesco a comprendere pienamente cos’è che mi piace di questi sport. L’eremitaggio. L’esser soli con se stessi, combattere contro se stessi, contro i propri fantasmi, contro la propria parte brutta. Perché ho sempre ricercato l’estetica, negli sport che ho praticato. La curva del superparallelo doveva essere perfetta, tonda, partendo con un piegamento armonico che diventava distensione facendo scorrere gli sci e poi ridiventava piegamento per richiamarli e stringere la curva, avendo la certezza che se l’estetica era quella giusta anche la tecnica sarebbe stata quella giusta. Stessa cosa nel tennis, un diritto lungolinea che nasce già nel momento in cui l’avversario ha tirato, perché sai che la palla arriverà proprio lì dove ti serve, e allora corri, accorci la lunghezza del passo man mano che ti avvicini, inizi già ad aprire mentre corri ancora, sempre cercando di salvaguardare l’estetica del gesto, quindi mantenendo alto il gomito e piegato l’avambraccio e il polso “spezzato”, perché estetica significa anche funzionalità, e arrivi sulla palla e ti fermi per un decimo di secondo, e scarichi tutta l’energia accumulata allungando il braccio e portandolo sopra la spalla mentre con il polso “spezzato” assesti l’effetto in top che fa alzare la palla 50 cm sopra la rete e poi la forza a scendere e toccare vicino alla linea di fondo. Quando tutto questo riesce, perché ci stai con la testa, allora escono delle bombe imprendibili. Perché la tecnica la conosci, e non è che una volta viene e una volta no, la volta che viene, semplicemente, ci sei stato. Sei stato presente. Della moto ho parlato tanto, non voglio ripetermi, salvo che per sottolineare che anche qui l’estetica è importante, l’estetica propria dello sport intendo, non esiste un’estetica assoluta, ma calata in quello che si sta facendo. E il fatto di spenzolarsi all’interno della curva fa parte dell’estetica, deve essere un movimento armonico, né troppo accentuato né troppo poco, non alla ricerca spasmodica dello struscio del ginocchio ma mirato ad abbassare il baricentro dell’intero sistema moto-pilota. E se l’estetica funziona, allora in una chicane si riesce a “danzare” tra i cordoli, e quando la moto si raddrizza dopo la prima curva si riesce ad assecondare la spinta e usarla per spostarsi, se “ci stai” con la testa. Se non ci stai, rischi di andar per terra.

E la corsa. La corsa è la sublimazione di tutto questo. Nella corsa ci devi stare per forza, con la testa. Altrimenti non corri. Punto. It’s just that simple. E quando ci stai, ecco allora arrivano le endorfine, arrivano i trip, arriva la mente svuotata, arrivano le sensazioni simili alla meditazione.

Tutto rigorosamente in solitario. E in solitario ci si guarda dentro. Perché ripeto. Parlare sì. Ascoltare sì. Confrontarsi sì. E sono infinitamente grato a coloro che sono disponibili ad ascoltarmi. Perché ascoltarmi è un esercizio difficile. Perché sono fissato con l’idea di trasferire esattamente ciò che penso, nei minimi dettagli e nei minimi particolari. Ascoltarmi è un esercizio di pazienza. Mi perdo nei dettagli, faccio delle premesse chilometriche per parlare di un capello. Per tantissimi anni non ho parlato con anima viva. Dei fatti miei intendo. Per un motivo semplice. Perché non c’è mai stato nessuno, dico nessuno, che sia riuscito a dirmi qualcosa che io non avessi già pensato. Perché disegno scenari. Perché cerco di immedesimarmi. Perché cerco di guardare ad un problema da tutte le angolazioni. E penso. Penso. Penso. Penso e valuto, metto alla prova un’ipotesi, la stresso, la deformo, la stiracchio, provo la resistenza in tutte le situazioni di carico estremo, e alla fine la scarto perché si rompe. E così con due, cinque, dieci, cinquanta ipotesi. E allora quando arriva l’amico di turno e mi dice “hai pensato di fare la cosa xy?” io non solo ci ho pensato, ma ho anche pensato che fare la cosa xy può provocare le situazioni a, b, c, d. E ho scartato di farla perché né a, né b, né c, né d sono situazioni che mi aggradano. E quindi me la sono, come diciamo nei bassifondi della capitale, sempre “sonata e cantata da me”.

Nella sostanza oggi non è cambiato nulla, nella forma, però, che spesso diventa sostanza, è cambiato che la mia propensione all’ascolto è molto diversa. E quindi, pur sentendo cose alle quali inevitabilmente ho già pensato, sento anche forte l’empatia, la vicinanza, l’affetto. Oltre che dei pezzetti di opinione altrui, che mi arricchiscono a prescindere. Però resta il fatto che è nell’eremitaggio che si cercano le soluzioni ai problemi che ci assillano, che ci attanagliano. Ed è nell’eremitaggio che ci si cerca. Ed è nell’eremitaggio che forse ci si ritrova. Perché io ho bisogno di ritrovarmi. A proposito della lama IX dei Tarocchi, l’Eremita, qualcuno ha scritto che la “luce è il suo avere personale, che lascia brillare solo per quanto gli è necessario per dirigersi. E’ modesto, non si fa illusioni sulla propria scienza, perché sa che è infinitesimale in confronto a ciò che egli ignora. Così, rinunciando ad ambizioni intellettuali troppo orgogliose, si accontenta di raccogliere con umiltà le nozioni che gli sono indispensabili per il compimento della sua missione terrena”. Ecco. Magari riuscirci. Ma ci si prova, via.

E a proposito di pensiero, meditazione e quant’altro, e a titolo di risarcimento per esservi cibati ‘sto pippone megagalattico, vi lascio un video di TED. Andy Puddicombe ci prende per mano e ci porta in un mondo di autoconsapevolezza. Come dice lui stesso, “most people assume that meditation is all about stopping thoughts, getting rid of emotions, somehow controlling the mind. But actually it’s about stepping back, seeing the thought clearly, witnessing it coming and going“. Ecco. Fare un passo indietro. Guardare i pensieri con chiarezza. Testimoniare il loro andare e venire. Fantastico. Una semplicità imbarazzante. Come tutte le grandi cose. E si può. Ma da soli. Con un po’ di eremitaggio.

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17 pensieri su “Eremitaggio

  1. Ema

    Quando devi stare zitto, ascolti, oh se ascolti. Posso aggiungere una nota, metodologica e lessicale… Quando scrivi “ma ci si prova, via”… Uno dei miei maestri dice: “fare, o non fare. Non c’è provare”. E siccome so che Yoda è anche un tuo maestro, sai già che lo fai… Non lo stai provando 🙂

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Sì Ema. Hai ragione. Ma ho sempre timore di dire “lo faccio”. Perché non so mai se sono realmente all’altezza. E allora mi nascondo. Dietro le parole. Dietro alle clavette che manovro da giocoliere. 🙂

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Mi piace parecchio l’Eremita, invece. Il saggio che va in giro con un bastone con i sette nodi mi piace per principio. E con un mantello la cui fodera è del colore del mare. “La sua destra solleva una lanterna parzialmente velata da un lembo dell’ampio mantello dello stesso filosofo, che teme di abbagliare gli occhi troppo deboli per sopportare lo splendore della sua lampada modesta”. Lo avrei scritto nel post ma mi pareva da sborone… 😉

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          1. Biancaneve Suicida #OVERDRIVE#

            Il giro di carte era per me. Quello che posso dirti è che per me sei il Bagatto. Come numero ha l’uno. I numeri dispari sono sempre l’avanzamento in fieri, quindi impulso al movimento, polarità Yang. E’ l’uomo che costruisce, attraverso gli strumenti e la ragione. E’ spirito creativo, potenzialità, costruzione. Azione, coscienza, creazione, volontà. E’ una carta molto complessa, con molte luci e ombre. Perché, a volte, la volontà di creazione non basta o si blocca, non sfocia. E un blocco delle energie è sempre qualcosa difficilmente gestibile.

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            1. Wish aka Max Autore articolo

              Conosco un pochino i Tarocchi. Specialmente nella versione di cui ho riportato la lama IX. E mi inchino di fronte alla tua interpretazione, ti ringrazio di cuore, il Bagatto è una delle lame più interessanti come dici tu. In parte mi ritrovo, in parte mi pare veramente troppo. Ma troppo assai.

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  2. pani

    io invece ho interrotto la mia corsa per vedere se il dolore passa del tutto. Ma la disciplina ne risente. E pure i pensieri non sono più quelli di una volta. E c’è troppo rumore.
    Sì, devo riprendere a correre

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  3. Katia

    A me piace camminare in montagna. Quando tutto andava male, sapevo che comunque, almeno una volta all’anno, avrei avuto il mio modo di trovare il silenzio. Perchè se cammini in montagna, anche se sei in compagnia, ti conviene star zitto, altrimenti sei cotto e le tre Cime le vedi con il piffero. Camminavo e pensavo. Un passo, un pensiero. Ora che invece le cose vanno peggio di prima e in montagna non ci posso andare più, devo trovarmi un altro modo per stare zitta, per parlare con me stessa. Per. E non l’ho ancora trovato.

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Ma bisogna trovarlo, Katia. Perché altrimenti, nei momenti in cui ti sembra di essere in una stanza in cui le pareti ti si stanno chiudendo addosso, non hai più alcuna risorsa. E invece è proprio in quei momenti, che è necessario guardarsi dentro e cercarsi. Per ritrovarsi, Katia. Per questo dico spesso che sono un sopravvissuto, che sopravvivo, che sopravviverò. Per questo. Un abbraccio.

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  4. Bibi

    Io da grande voglio essere un eremita. Mi comprerò una casetta sulla cima di una montagna, dove è difficile arrivare. Ben nascosta la casetta.
    E starò là. A fissare le fiamme del camino e ascoltare il silenzio.
    ssshhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh

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  5. tittisissa

    Io vorrei saperne di più di questa specie di cui parli, le ” pippe boreali “. 🙂
    E del silenzio non dico troppo. Solo che credo di essere un po’ borderline.. Qualche volta da sola mi sento bene, immersa nei miei libri, la mia musica, i miei silenzi. Qualche altra volta da sola mi sento impazzire.

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    1. Wish aka Max Autore articolo

      Eh cara sissa, le pippe boreali sono la sublimazione, l’evoluzione naturale delle pippearsugo. Nel senso che sono quelli che non conta saper giocare ma conta vincere, quelli che menefregodiquellochediceilmaestro, ecc. ecc. Ma sono anche quelli, come dicevo nel post, che ci mettono tale e tanta determinazione, nella ricerca della vittoria, che alla fine riescono ad “esserci”.
      Stare bene da soli non è semplice. E’ frutto di ricerca interiore. Ed è più facile quando si vivono periodi senza grossi problemi, più difficile quando ci sono difficoltà. Ed è lì che occorre sforzarsi, per cercarsi e ritrovarsi.

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  6. musicalina

    Non mi piace l’eremitaggio.
    Il motivo (mi) è chiaro, ovviamente.
    La tua analisi m’invoglia, concretamente, a trasformare “quel motivo” che conosco e non amo, in uno “diverso”, che vorrei poter amare di più.

    Sei sempre una fonte preziosa di riflessione.

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