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Una storia di Natale

New_York_TaxiL’ho detto l’altro giorno sui discutibili, la pagina facebook di Jonathan Carroll è una delle poche che meritano di essere seguite. E oggi ha postato un racconto, che ha trovato da qualche parte, scritto presumibilmente da un tassista di New York, e che lui presume sia vero. Ho avuto il permesso di tradurlo e postarlo, in fondo la versione originale in inglese. E’ una storia semplice, giusta per questi giorni.

Sono arrivato all’indirizzo e ho suonato il clacson. Dopo qualche minuto ho suonato di nuovo. Sarebbe stata l’ultima corsa della giornata, ho pensato di andarmene, ma invece ho parcheggiato e sono andato a bussare alla porta. “Solo un attimo”, ha risposto una voce anziana e fragile. Sentivo il rumore di qualcosa che era trascinato lungo il pavimento.

Dopo una lunga pausa, la porta si è aperta. Di fronte a me una donna piccola, avrà avuto una novantina d’anni. Indossava un vestito stampato e un cappello con una veletta, sembrava uscita da un film degli anni 40.

Accanto a lei c’era una piccola valigia di nylon. L’appartamento appariva come se fosse disabitato da anni. Tutti i mobili erano coperti da lenzuola.

Non c’era nessun orologio al muro, niente gingilli o utensili sui ripiani. In un angolo una scatola di cartone con dentro foto e cristalleria.

“Porterebbe la mia valigia sino alla macchina?” mi ha detto. Ho preso la valigia e l’ho messa nel bagagliaio, poi sono tornato ad aiutarla.

Lei mi ha preso il braccio e ci siamo avviati lentamente verso il taxi.

Continuava a ringraziarmi per la mia gentilezza. “Non è niente”, le ho detto, “Cerco solo di trattare i miei passeggeri allo stesso modo in cui vorrei che fosse trattata mia madre”.

“Oh, lei è un gran bravo ragazzo”, ha detto. Quando siamo entrati nel taxi, mi ha dato un indirizzo e mi ha chiesto “Le spiacerebbe passare dal centro?”

“Non è la strada più breve”, ho detto in fretta.

“Oh, non importa”, ha detto lei. “Non ho fretta, sto andando in un ospizio”.

L’ho guardata nello specchietto retrovisore. Gli occhi luccicavano. “Non ho più nessuno”, ha continuato con voce tenue. Il dottore dice che non mi resta molto”. Silenziosamente ho allungato un braccio e ho spento il tassametro.

“Che strada vuole che prenda?” le ho chiesto.

Per le successive due ore, siamo andati in giro per la città. Mi ha mostrato l’edificio dove una volta aveva lavorato come addetta all’ascensore.

Siamo passati dal quartiere dove lei e il marito avevano vissuto da appena sposati. Mi ha fatto accostare di fronte ad un deposito di mobili: una volta era una sala da ballo, e lei ci andava a ballare da ragazza.

Talvolta mi chiedeva di rallentare di fronte ad un particolare edificio, o angolo, e restava seduta guardando nell’oscurità, senza dir nulla.

Mentre il primo accenno di sole stava spiegazzando l’orizzonte, improvvisamente ha detto “Sono stanca, andiamo ora”. Ci siamo diretti silenziosamente all’indirizzo che mi aveva dato. Era un edificio basso, come un piccolo convalescenziario, con un vialetto d’accesso che passava sotto un portico.
Due inservienti si sono avvicinati al taxi appena ho accostato. Erano solleciti e decisi, osservavano ogni sua mossa.  Era evidentemente attesa.

Ho aperto il bagagliaio e ho portato la piccola valigia alla porta. La donna era già seduta in una sedia a rotelle.

“Quanto le devo?” mi ha detto, prendendo la borsa.

“Nulla”, le ho detto

“Ma deve pur guadagnare”, ha risposto.

“Ci sono altri passeggeri”, ho risposto a mia volta.

Quasi senza pensare, mi sono chinato e l’ho abbracciata. Lei mi ha stretto forte.

“Lei ha regalato ad una vecchia un piccolo momento di gioia”, ha detto. “Grazie”.

Le ho stretto la mano, e mi sono mosso verso il taxi nella tenue luce mattutina. Dietro di me, si è chiusa una porta. Era il suono della chiusura di una vita.

Non ho caricato altri passeggeri, quella mattina. Ho guidato senza meta perso nei miei pensieri. Per il resto della giornata, ho parlato a stento. Cosa sarebbe successo se alla chiamata di quella donna avesse risposto un tassista arrabbiato, oppure uno che fosse stato impaziente di concludere il turno? Che cosa sarebbe successo se il tassista avesse rifiutato la corsa, o se ne fosse andato dopo aver suonato il clacson la prima volta?

Facendo un rapido esame, non credo di aver fatto niente di più importante di quella corsa, in tutta la mia vita.

Siamo abituati a pensare che le nostre vite ruotino attorno a grandi momenti.

Ma un grande momento spesso arriva nella nostra totale inconsapevolezza, meravigliosamente nascosto dentro quello che altri potrebbero considerare un momento qualunque.

I arrived at the address and honked the horn. After waiting a few minutes I honked again. Since this was going to be my last ride of my shift I thought about just driving away, but instead I put the car in park and walked up to the door and knocked.. ‘Just a minute’, answered a frail, elderly voice. I could hear something being dragged across the floor.

After a long pause, the door opened. A small woman in her 90’s stood before me. She was wearing a print dress and a pillbox hat with a veil pinned on it, like somebody out of a 1940’s movie.

By her side was a small nylon suitcase. The apartment looked as if no one had lived in it for years. All the furniture was covered with sheets.

There were no clocks on the walls, no knickknacks or utensils on the counters. In the corner was a cardboard box filled with photos and glassware.

‘Would you carry my bag out to the car?’ she said. I took the suitcase to the cab, then returned to assist the woman.

She took my arm and we walked slowly toward the curb.

She kept thanking me for my kindness. ‘It’s nothing’, I told her.. ‘I just try to treat my passengers the way I would want my mother to be treated.’

‘Oh, you’re such a good boy, she said. When we got in the cab, she gave me an address and then asked, ‘Could you drive through downtown?’

‘It’s not the shortest way,’ I answered quickly..

‘Oh, I don’t mind,’ she said. ‘I’m in no hurry. I’m on my way to a hospice.

I looked in the rear-view mirror. Her eyes were glistening. ‘I don’t have any family left,’ she continued in a soft voice..’The doctor says I don’t have very long.’ I quietly reached over and shut off the meter.

‘What route would you like me to take?’ I asked.

For the next two hours, we drove through the city. She showed me the building where she had once worked as an elevator operator.

We drove through the neighborhood where she and her husband had lived when they were newlyweds She had me pull up in front of a furniture warehouse that had once been a ballroom where she had gone dancing as a girl.

Sometimes she’d ask me to slow in front of a particular building or corner and would sit staring into the darkness, saying nothing.

As the first hint of sun was creasing the horizon, she suddenly said, ‘I’m tired.Let’s go now’.
We drove in silence to the address she had given me. It was a low building, like a small convalescent home, with a driveway that passed under a portico.

Two orderlies came out to the cab as soon as we pulled up. They were solicitous and intent, watching her every move.
They must have been expecting her.

I opened the trunk and took the small suitcase to the door. The woman was already seated in a wheelchair.

‘How much do I owe you?’ She asked, reaching into her purse.

‘Nothing,’ I said

‘You have to make a living,’ she answered.

‘There are other passengers,’ I responded.

Almost without thinking, I bent and gave her a hug.She held onto me tightly.

‘You gave an old woman a little moment of joy,’ she said. ‘Thank you.’

I squeezed her hand, and then walked into the dim morning light.. Behind me, a door shut.It was the sound of the closing of a life..

I didn’t pick up any more passengers that shift. I drove aimlessly lost in thought. For the rest of that day,I could hardly talk.What if that woman had gotten an angry driver,or one who was impatient to end his shift? What if I had refused to take the run, or had honked once, then driven away?

On a quick review, I don’t think that I have done anything more important in my life.

We’re conditioned to think that our lives revolve around great moments.

But great moments often catch us unaware-beautifully wrapped in what others may consider a small one.

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Fine vita – La suocera – Racconto di Wish

Sempre sul fine vita, tema della quindicina sui discutibili. Un racconto mio.

i discutibili

Quando è stato il mio turno di scegliere il tema, ho scelto “Fine vita”, perché come si evince dal post del duello, è un tema che mi frulla per la testa da un po’. A tal punto, che avevo anche iniziato a scrivere un racconto. L’ho finito in questi giorni, eccolo qui.

Mentre usciva in punta di piedi, Daniela chiuse dietro di sé la porta della stanza di Matteo. Suo figlio aveva quattro anni, ma non rinunciava alla lettura della favola per addormentarsi, neanche per il riposino pomeridiano. Andò in cucina e si preparò un caffè. Da quando avevano la macchinetta espresso il consumo di caffè era leggermente aumentato, ma a Daniela il caffè piaceva, e si concedeva il piacere senza remore, visto il periodo che stava attraversando. Si sedette al tavolo della cucina e guardò fuori dalla finestra. Si vedeva il mare, e il caffè davanti al mare rappresentava…

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Fine vita – Duello Wish/Mododidire

Da questa settimana si inaugurano i “duelli”. Due posizioni opposte nello stesso post. Sui discutibili, where else?

i discutibili

 
Il tema di agorabili di questa settimana è “Fine vita”. Vorremmo affrontare il tema della malattia, della lungodegenza, delle malattie degenerative, della sofferenza del malato e di chi gli sta intorno. Inevitabilmente quando si affronta questo tema si finisce per parlare anche di eutanasia, di dolce morte, di scelte del malato e di scelte del paziente.
Come riportato nella nota che annunciava la ripresa della pubblicazione sul blog, da questa settimana introduciamo il concetto di “duello”, con un post scritto a due mani, che presenta due opposti punti di vista. Gli altri discutibili, poi, sono caldamente invitati a prendere posizione, parteggiando per l’uno o per l’altro. L’idea è quella di stimolare la discussione, alla quale, come è ovvio e come auspichiamo, sono soprattutto invitati quelli che ci leggono.
Il primo duello è tra  Wish e Mododidire, in quest’ordine.
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12882223-aging-and-disease-with-a-tree-and-leaves-with-branches-in-the-shape-of-an-old-human-losing-foliage-a
Il pranzo, la pausa pranzo, per me è sacra. Nel…

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