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Quo usque tandem

manganelloFino a quando dovremo sopportare? Sino a quando si abuserà della nostra pazienza? Questo diceva Cicerone a Catilina. Parlo dei 5 minuti di infami applausi. Ma non voglio scrivere di loro, non voglio scrivere del disgusto, non voglio scrivere dell’enormità di quando accaduto. Non avrei proprio voluto scrivere, di questo episodio, di questa schifezza. Ma poi questa sera, in un tg, ho visto la madre.

Una delle mie paure più grosse è quella di sopravvivere ad una delle mie figlie. Credo che questa sia la iattura più grande che possa accadere a qualcuno. C’è un racconto nel mio libro che parla di questo, l’ultimo, che ho scritto quando ero già iscritto alla scuola di scrittura, e quando l’ho letto alla classe mi si è rotta la voce, più di qualche volta. E’ una situazione che ritengo terribile. Terribile.

Conosco persone che sono passate attraverso questa tragedia. Qualcosa si spegne, nel loro sguardo. Vanno avanti, per carità. Tutti si va avanti. Ci sono altri figli, ci sono responsabilità. Non si può non onorarle. Ma lo sguardo si opacizza. Chi mi conosce sa che sono particolarmente sensibile agli occhi, agli sguardi. Ecco, gli sguardi non sono più gli stessi, sono meno intensi, meno luminosi, meno. Meno qualcosa. Qualcosa di impalpabile, eppure evidente.

Ebbene, quante volte dovrà morire ancora, il povero Federico Aldrovandi? Quante volte quella madre devastata da un dolore incommensurabile, da un vissuto innaturale, inenarrabile, perché non è il genitore che deve accompagnare il figlio l’ultima volta, è il contrario, santa pace… quante volte quella madre dovrà rivivere l’ordalìa? Quante volte dovrà rivedere il corpo martoriato del figlio? Quante volte dovrà risentire il rumore del trapano che avvita le viti del coperchio della bara? Quante volte dovrà ripercorrere il tragitto sino al cimitero? Quante volte dovrà ridare l’estremo saluto? Quanto dovrà ancora sopportare, dopo tutto quel che ha passato?

Ho visto la madre in televisione, che cercava di fare un discorso civile. Un discorso normale. Un discorso che chiedeva solo rispetto. E lo faceva con la voce rotta. Dignitosamente rotta. Ecco, è questa, l’infamia più grande. Non rispettare il dolore di una madre devastata.

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Il tao alle ortiche

Parto da qui. Con una micro clip estratta da “Febbre da cavallo”. Febbre da cavallo è un film che non ha avuto un enorme successo di cassetta, quando uscì al cinema, nel 1976. E però poco dopo cominciavano a nascere le prime TV locali (i romani ricorderanno GBR) che avevano il problema del palinsesto, riempito con film e con le prime vendite di tappeti. Morale, Febbre da cavallo diventò un vero e proprio cult grazie agli innumerevoli passaggi sulle “TV private”, così si chiamavano all’epoca. E da allora, si è trasformato in una vera e propria Bibbia di citazioni.

Questo tipo di battuta è tipica dello spirito romano, che gioca con le parole e con i doppi sensi per spiazzare l’interlocutore. Perché ho citato questa battuta? Perché un po’ di anni fa mi venne detta una cosa che mi ha fatto molto, molto riflettere, e che ha segnato anche una svolta nel mio percorso personale: “Si ricordi che questa è l’unica madre che ha”. Ecco, oggi risponderei, chiosando Febbre da cavallo “E menomale, ché se ce n’avevo due stavo ricoverato al CIM!”

Ieri tutta la mia pazienza tao è stata messa talmente a dura prova da mia madre, che alla fine è stata buttata alle ortiche per lasciare spazio ad una totale perdita di controllo. Ci siamo detti reciprocamente un po’ di tutto, con una parziale ricucitura finale. Non è importante l’oggetto del contendere, né le modalità effettive della lite. Quello che è importante per me rilevare, è che dentro di me ci sono delle corde molto sensibili. E che, nonostante il lavoro fatto, nonostante la buona volontà, nonostante le considerazioni di buon senso, se queste corde sono toccate da chi sa toccarle in un certo modo, fanno venir fuori la parte peggiore di me.

La verità è che uno pensa di aver fatto tanto, di aver lavorato tanto, di essere in qualche modo cresciuto, e poi invece si trova a ripercorrere delle dinamiche arcinote, che lasciano alla fine uno strascico doloroso, non tanto per la lite con mia madre come fatto in sé e per sé, quanto per il non essere stato in grado di evitare la trappola, ma anzi esserci caduto con tutte le scarpe. E di nuovo, non è mia madre che mette le trappole, sono le dinamiche relazionali, quelle vecchie che uno crede superate. Mia madre è fatta come è fatta, e non cambierà certo ora. A volte diventa complicato fare i conti con come è fatta, e pur tenendo presente che è l’unica che ho, ecco, a volte mi viene la voglia di chiosare Febbre da cavallo.

Alla fine la cosa più dolorosa è scoprire che chiamandola per cercare di superare, in realtà non è cambiato nulla. L’impermeabilità al cambiamento. E’ questo che fa male. Il riscontrare che qualunque cosa accada, certi meccanismi rimangono intatti e solidi come una trave di cemento armato appena gettata.

Gli occhi più grossi della pancia

Ieri ero a pranzo con un collega, io ho preso la mia insalata con mozzarella, lui si è lanciato in una fetta di pesce spada arrosto e, dopo lunga indecisione, ha deciso di accostare anche una mezza porzione di orecchiette con i moscardini. Sta di fatto che alla fine delle orecchiette si è pentito di aver preso entrambi, e il mio commento di getto è stato “hai gli occhi più grossi della pancia”, che è una cosa che mi diceva mia madre quando ero bambino.

Mi ricordo distintamente una volta che accadde, avrò avuto undici anni (mi pare di ricordare che andavo alla scuola media, per questo dico 11) ed ero andato a passeggio con mia nonna. La nonna mi chiese se volessi mangiare qualcosa, era più o meno metà mattina, e io le chiesi un pezzo di pizza bianca. Entrati dal fornaio, la nonna non aveva la più pallida idea di quanta chiederne, e io baldanzosamente le dissi che ne volevo 100 lire. Normalmente non ne prendevo mai più di 50 lire, per problemi di budget, e non mi pareva vero di poter esagerare… Sta di fatto che la pizza la mangiai tutta, ma saltai il pranzo, e mia madre mi disse che avevo gli occhi più grossi della pancia.

Ma il mio rapporto con la voracità non si limita a questo. Quella poveretta di mia sorella ha subito per l’intera infanzia le mie angherie. Mi spiego. Sono sempre stato una buona forchetta sin da piccolo, e anche (purtroppo) molto veloce a mangiare e molto, molto vorace. Bocconi da orco, li chiama mia moglie. Mia sorella invece da piccola aveva un rapporto col cibo non proprio idilliaco, mangiava poco e molto, molto, mooooooolto lentamente. In questa situazione è facile immaginare che quando io finivo quanto avevo nel piatto lei era ancora all’inizio dell’incomincio. E a quel punto io iniziavo a darle il tormento. “Ti va tutto?” “Non lo so, poi te lo dico” “No perché se non ti va tutto è meglio che me lo dici ora, ché poi si fredda” “Non ho idea, te lo dico dopo” “Beh non capisco come faccia a non saperlo, poi lasci sempre la roba nel piatto” “Ok tieni”. Finiva così quasi sempre, e quando non finiva così finiva in pianto con annessa sgridata al sottoscritto, con sganassone opzionale; anche se, a ben pensarci, che a casa mia gli sganassoni più che “una tantum” erano “una semprem” :lol:.

Era vero che lasciava quasi sempre parte di ciò che aveva nel piatto, ma io ero veramente un bel tormento. Debbo dire che lasciare nel piatto qualcosa significava far scattare l’anatema “Pensa ai bambini del Biafra”. L’anatema si è rivelato potente al punto che ancora oggi, con oltre mezzo secolo di vita sulle spalle, io NON POSSO lasciare nulla nel piatto. Non posso proprio, è più forte di me, e per una volta non c’entra col piacere innegabile che mi dà il cibo, è proprio un condizionamento, per il quale non si separa il grasso dal prosciutto, non si buttano i nervetti della carne, e le ossa di pollo si spolpano sino a renderle lucide.

E quindi nella mia testa di bambino affamato (e già ingegnere in pectore con processi razionalmente definiti e scolpiti nella pietra) non mi capacitavo a) che non si fosse in grado di stabilire quanta fame si avesse, o meglio non si riuscisse a dire se si riusciva a finire quanto si aveva nel piatto, e b) che mia sorella non mi fosse grata per l’attenzione che le riservavo dandole una possibilità di scampare l’anatema nel quale quasi certamente sarebbe incorsa!

Valle a capire, le femmine…