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Corsa e pista

Stitch Running BikeSi può fare un parallelo tra una corsa, un allenamento di un’oretta, a più o meno 10 km/h, e un turno in pista alla media di circa 150 km/h? Quali sono i punti in comune, e quali le differenze, oltre alla velocità?

Può sembrare strano ma le cose comuni sono molte. Più di quante non si pensi. Innanzitutto corsa e pista hanno bisogno entrambe di concentrazione. Molta concentrazione. Non ci si può distrarre, anche se per motivi diversi. Se ci si distrae in pista, si va ovviamente fuori. Ma se ci si distrae durante la corsa si perde il ritmo e si fatica molto, molto di più. Il ritmo è un’altra cosa comune. In pista ci vuole ritmo, non così cadenzato come quello della corsa, che può andare a tempo di musica, ma all’interno del circuito le sequenze di curve richiedono un vero e proprio ritmo. In una chicane come la esse di Vallelunga, ad esempio, ci sono tre fasi che devono essere armonizzate con ritmo. La curva a sinistra, dove ci si butta dentro e si tiene stretto il cordolo, la parte centrale dove si sposta il peso da sinistra a destra e si “scavalca” la moto in un’unico movimento, e la curva a destra nella quale ci si tuffa puntando la corda, che non è esattamente a metà curva ma più avanti, e aprendo tutto il gas cercando equilibrio tra il tenere la moto e il lasciarla scorrere. Questi movimenti sono fortemente ritmati e devono essere eseguiti con un movimento armonico e continuo, e se il tempo non è quello giusto il risultato è pessimo. Nella corsa il ritmo è costante, e deve rimanere tale. Quando inizia la fatica, cerco di ricomporre i movimenti, che tendono a diventare svogliati, forzando le gambe a muoversi alzando le ginocchia, le braccia ad oscillare aderenti al corpo, la testa a stare eretta. Se sono in crisi profonda metto in cuffia la canzone che ha il mio ritmo giusto. Per lungo tempo è stata Good Golly Miss Molly, poi era diventata Travelin’ Band. Sì, sempre i CCR.

Il tempo. Nel senso il tempo come variabile da tenere in considerazione, il tempo sul giro in pista, il tempo sul chilometro per la corsa. Ovviamente sono un fanatico delle “frocerie”, mi scuso per il termine grossier e non politically correct, ma rende bene per indicare tutto quel set di aggeggi che non sono dei salvavita, né degli oggetti imprescindibili, ma che (per lo meno a me) aiutano molto. Gli smartphone con GPS sono stati una vera svolta per quelli come me, nel senso che si trovano tantissime app per runners che rilevano posizione e velocità, e periodicamente avvisano del tempo o dei km trascorsi, fornendo informazioni accessorie tipo media, e quant’altro. Io uso quella della Nike, anche perché è collegata ad un sito e traccia il percorso con un semplice color code per cui i tratti di percorso in rosso sono quelli più lenti, quelli verdi i più veloci, quelli gialli intermedi. Il tutto rapportato all’attività eseguita quel giorno, quindi con evidenza delle “velocità relative”. Sulla moto ho montato il cronometro a infrarossi più semplice che esista, perché del GPS non mi fido. O meglio, c’è un problema di precisione e indeterminazione che non mi piace. E d’altronde il cronometro lo si riesce a intravvedere appena giusto un momento durante il passaggio sotto il traguardo, dove si piazza la torretta che dà il segnale al cronometro a bordo. Ricevuto il segnale, il tempo sul giro lampeggia per una ventina di secondi, lasciando il tempo di guardare e vedere se è meglio o peggio del precedente. Se è il migliore si accende una piccola “b” a sinistra, e normalmente se capita mi metto a ululare dentro il casco (quando dico che faccio parte di una banda di picchiatelli mica scherzo, eh). Ma in realtà la “b” è relativa a quello specifico set di giri, diciamo che io ho in testa molto chiaramente qual è il mio tempo da battere, sino al centesimo, e quindi basta un’occhiata per capire. Intanto il primo check è sui minuti, se la prima cifra è 2 già andiamo male. Se la prima cifra è 1, allora la seconda neanche la guardo perché è 5, e vado sulla terza. Un 8 mi sta DILUDENDO, un 7 è soddisfacente, se vedo un  5 MUORO e devo andare all’OSPITALE perché vuol dire che è record…

La cosa più bella: il tempo rallentato in pista, lo stato coscienziale superiore in corsa. Le sensazioni sono molto, molto simili, ancorché come detto in situazioni totalmente differenti. In entrambi i casi si è presenti a se stessi in un modo che è molto complicato rendere a parole. Anche un logorroico come me è in difficoltà. Ho tentato di descrivere il tempo rallentato, e nel racconto “Alba quantistica” ho tentato di dare un’idea dello stato coscienziale che raggiungo, ma come detto, le parole non sono sufficienti. E in entrambi i casi, sia per la pista sia per la corsa, queste sensazioni sono arrivate totalmente inattese, e accolte con un piacere immenso. E’ come sentirsi energia pura, ma senza essere privi di corpo. Un paradosso “quantistico” degno di Einstein, con una natura di massa e di energia contemporaneamente presente nella mente in modo totalmente inspiegabile.

E infine, la cosa che maggiormente accomuna le due attività è la sensazione finale. Alla fine di una giornata, o mezza giornata in pista, sono in una specie di trance che dura sino al momento in cui vado a dormire, e per un paio di giorni mi porto dietro le sensazioni positive, incantandomi a tratti mentre ripenso a un passaggio, una curva, una staccata. Alla fine della corsa sono stanco ma carico di energia positiva e di motivazione per affrontare la giornata. E questo aspetto credo sia ciò che fa nascere la voglia di continuare.

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Ci siamo

54E anche quest’anno arriva il fatidico 9 febbraio. Atteso da ragazzo e giovane uomo con aspettativa positiva, da quasi quarantenne con angoscia, da quasi cinquantenne con gioia. E quest’anno una novità. Un blog. Perché lo scorso anno questo blog non esisteva ancora. In quasi un anno ho infilato dentro 72 post, compreso questo. E ho scoperto una vena che ignoravo di avere. C’è una persona che devo ringraziare per tutto questo. Una persona che erano anni che mi diceva di aprire il blog. Questa persona è Iaia. E ricordando le sue pubblicazioni che giocano coi numeri, questo lo programmo per la pubblicazione alle 5:40. Dopo aver aperto il blog, per quasi un anno mi ha blastato (quanto mi piace il linguaggio ccccciovane) dicendomi che dovevo scrivere, che dovevo scrivere, che dovevo scrivere. E ancora mi fa un po’ vergogna declinare scrivere alla prima persona singolare. Perché non so. Non mi pare possibile. Mi pare una cosa talmente fuori della grazia di Dio. Ma è così. Faccio molta fatica, a volte. Ma è nel complesso una cosa che mi piace molto, che mi mette in contatto con una parte molto profonda di me. Ed è un contatto bello.

E’ proprio vero che l’enganglement esiste. E ovviamente l’intensità varia. Dipende dalle circostanze, dalle distrazioni che ciascuno ha. Ma è indubbio che con Iaia un legame c’è. E forte. Una sola cosa mi spiace in questo periodo, di non poter essere più vicini. Avevo scritto “ma vedremo di rimediare”. E mi pareva una cazzata, così l’ho cancellato. Non si può rimediare ad una distanza fisica di 1000 e più km. Non quando si hanno delle vite intense. Ma si può essere in contatto con lo strumento che ha sempre contraddistinto il nostro contatto. La rete.

L’anno appena trascorso è stato un anno di passaggio, sembrerebbe. Vedremo per dove. Di cose ne sono successe tante, molte piacevoli, alcune meno. Sono cambiato in molte cose, sono dimagrito, ho iniziato a scrivere, come dicevo sopra, ho iniziato a correre. Spero di riuscire a continuare, spero domattina (sto scrivendo la sera dell’8) di farmi un bel regalo e ricominciare. Mai avrei immaginato di desiderare un’attività sportiva con tanta intensità. Io che sono pigro come un tapiro sonnolento. Nell’ultimo racconto c’è una piccola descrizione delle sensazioni che provo quando corro. E faccio francamente fatica a spiegare. Molti con cui parlo mi dicono “eh lo capisco ti scarichi”. No. Non è questo. O meglio, non è solo questo. Il punto è che le sensazioni che si provano sono simili, molto simili a quelle descritte parlando della motocicletta e della guida in pista. Quella sensazione di tempo rallentato, di concentrazione estrema, di esserci senza esserci, presenza e assenza nello stesso momento. Un caro amico mi dice spesso che viene un momento in cui, durante la nostra personale ricerca alla scoperta della conoscenza di noi stessi, i libri vanno buttati via e si deve lasciare spazio al sé. Ecco, questo io sento correndo. Dopo un po’, e con livelli di intensità non costanti. Ma questa è la sensazione. Che il mio sé si ingrandisca, e che io gli lasci spazio. E non voglio fare sparate alla “sono in contatto con l’universo” ma veramente sento un livello coscienziale superiore che si avvicina. Speriamo bene. Speriamo di poter continuare.

E allora tanti auguri a me. Per un anno sereno. Perché la serenità è tutto. E poi 5+4 fa 9. Che è 3×3, oltre a tante altre cose.