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Di interiorità, di discussioni, di Web 3.0. E di mostri dentro.

depressioneAvviso ai naviganti. Questo è un post molto lungo. Lo è perché prende le mosse da una discussione iniziata su un post nel mio blog, che si è incrociata con un post su Facebook.
E allora mi sia consentito un incipit. Più volte, nell’ultimo periodo, specialmente con riferimento ad una penosa vicenda che ha generato chiacchiere degne di un gallinaio, ho letto il termine “blogosfera”. Sono oramai tre decenni che mi occupo di informatica, e di rivoluzioni ne ho viste molte. Una cosa ho capito, ed è che questo mondo è in continua evoluzione. C’è chi lo comprende, e si comporta di conseguenza, c’è invece chi, come sempre, è restio al cambiamento. Il problema vero è che negli ultimi anni i cambiamenti sono talmente veloci che star loro dietro è diventato complesso. Ecco, alla soglia del web 3.0, leggere “blogosfera” mi fa sorridere. E mi fa sorridere perché nel momento in cui si verifica un incrocio tra Facebook e un blog, siamo davvero alle soglie del web 3.0. Che è un web dove si comunica in tutti i modi possibili e immaginabili, dove non è importante se parliamo via twitter, via whatsapp, via facebook, o via blog. La cosa veramente importante è che un certo numero di persone trovano interessante un tema e dicono la loro. Usando il mezzo che è più congeniale. Ma senza rifiutare di usarne altri. Per questo sorrido se sento parlare di “blogosfera”. Ma di cosa parliamo? Di wordpress? Di Blogspot? Dal mio punto di vista questa esperienza mi ha insegnato che se si vuole comunicare si comunica. Indipendentemente dal mezzo. E questa è la sostanza di internet. Secondo me. Persone che esprimono pareri. Giusti o sbagliati non ha importanza. Io non ho certezze, ho solo dubbi. E vedere scrivere cose che quoterò nel prosieguo del post, parte su Facebook, parte sul mio blog, vedere persone che si sono aperte, che hanno detto la loro senza schermi, senza problemi, con pacatezza, con il rispetto dovuto alle opinioni altrui, ecco questo mi ha aperto il cuore. Chiudo la polemica sulla blogosfera dicendo che esiste solo una cosa: si chiama Internet. Ed è una infrastruttura straordinaria, che, per il tramite di mezzi differenti (Facebook, Twitter, Tumblr, WordPress, Blogspot, e chi più ne ha più ne metta), riesce a mettere in contatto persone: persone, non nickname; persone, non entità virtuali. E la microscopica esperienza che ho vissuto de visu mi ha insegnato che su temi interessanti le persone si esprimono senza schermi, senza pregiudizi, senza il timore di essere giudicati. Perché portano esperienze dirette, esperienze vissute, esperienze che hanno lasciato un segno.

Ebbene, dopo questo lungo incipit, quello di cui voglio dar conto, perché è qualcosa che mi ha profondamente colpito, è l’incrocio tra blog e facebook. Il “pretesto” è stato il suicidio di Robin Williams. Nel mio post avevo citato una frase che sostanzialmente contestava la considerazione, che molti fanno quando un personaggio ricco e famoso si suicida, che recita più o meno “ma perché mai una persona come quella dovrebbe essere depresso?”. Contemporaneamente l’amico Erre (Roberto Emanuelli) aveva scritto un post su Facebook, dove lanciava una sorta di provocazione analoga, esordendo con “Non amo gli omaggi pubblici ai morti suicidi per depressione et similia”. E per uno strano meccanismo di incroci, grazie a koredititti, amica di entrambi, che ha avvisato Erre su Facebook di quanto avevo scritto, il mio post si è mischiato con quello di Erre, dando luogo ad un fenomeno davvero da Web 3.0

Infatti, partendo da questo incrocio si è sviluppata una discussione sulla depressione. Personalmente detesto questo termine, non ne ho uno alternativo, ma credo che nell’immaginario collettivo depressione finisca per significare tutto ciò che la depressione in realtà non è. La depressione non è insoddisfazione. La depressione non è autocommiserazione. La depressione non è scontentezza. Se vogliamo tentare di dire cosa sia la depressione, e porto la mia esperienza personale, la depressione è una condizione di tristezza assoluta. Una condizione nella quale non c’è nulla che possa rischiarare un panorama che appare plumbeo, anzi, nero, nero come la pece. Una condizione nella quale non si vede futuro. Sì avete letto bene. Non si vede futuro. Non è una questione di vedere un futuro nero. La questione è di non riuscire neanche ad immaginarlo, un futuro. Una condizione nella quale si fa quel che si deve fare per mero condizionamento educazionale, che viene da lontano, da quando siamo piccoli, da quando siamo stati educati.

Ecco. Dopo questo riporto, semplicemente, spezzoni di frasi prese da facebook e dal blog. Il tema è il suicidio di Robin Williams. Ma non solo, grazie a dio. Il tema è cosa ci dice quel suicidio, cosa ci stimola, cosa ci fa pensare. E se vorrete commentare, dare un contributo, io sarò felice. Perché vuol dire che non esiste una “blogosfera”. Vuol dire che esistono delle persone che vogliono comunicare, e che non ha importanza il mezzo col quale comunicano. Una precisazione. Le frasi riportate non sono “le migliori”. Ci sono stati una pluralità di giudizi e di opinioni, molti di questi dicevano cose simili con parole differenti. E per questo motivo non riporto l’autore, ma solo il concetto. E mi corre l’obbligo di ringraziare tutti, per aver contribuito con così tanta passione alla discussione

quei RIP che proprio non mi vanno giù

La depressione fa paura… neanche fosse contagiosa… tutti sono bravi a parlare “dopo”, ma nei momenti critici al massimo danno pacche sulle spalle aggiungendo un “reagisci” di circostanza (cosa molto irritante per chi sta male, tra l’altro)

[parlando di Robin Williams] sono scomparsi ebola,Gaza,i morti ammazzati con inaudita violenza

Tutti sono compassionevoli verso un cancro, o diabete o cardiopatie. Un depresso viene evitato da tutti è noioso pesante antipatico. Allontanato dal giro degli amici.

Leggendo i vostri commenti mi accorgo della totale assenza dell’umanità, nel senso specifico del termine.
Non voglio credere che siamo una moltitudine arida e individualista.
La depressione è terribile e devastante ma non tutti ci voltano le spalle.

ma nessuno di loro sa che io, giornalmente, da ormai più di tre anni prendo antidepressivi, pillole per dormire e ansiolitici. Pensano che io sia felice, che non mi manchi nulla ….. invece!!!!! Ora lo sai anche tu e molte altre persone che però non sanno nemmeno chi io sia. Cerco sempre di sorridere, di farmi vedere contenta, ma dentro non è così. Io non mi suiciderò mai, ho troppa paura della morte, non riuscirei mai a farlo, almeno penso. Ecco ora sai più cose su di me, ma nessuno dei miei cari leggerà mai questo commento e questo è quello che conta per me. Non voglio che quelli ai quali voglio bene soffrano per me.

le varianti che ruotano attorno alle parole “cura” e “attenzione” non sempre approdano tra le persone “giuste”. E per giuste intendo empatiche, capaci, coraggiose nel mostrare il proprio cuore.

E’ sempre più facile immedesimarsi nelle vicissitudini di un personaggio famoso che in quelle di “casa propria”

Ognuno ha la propria tribù di demoni da sfamare, domare,riempire di botte…dir loro state zitti, che volete da me.

Non so, sinceramente non so quanto il nostro non voler svelare all’esterno queste “tribù di demoni” come dice Samantha coincida con l’assenza – di fatto – di un ascolto vivo, caloroso, partecipe.

quel senso di perdizione nel buio, senso di inadeguatezza e apatia che la depressione infligge trova principalmente sempre e solo noi come “primo alleato”. Ho scritto “alleato” con intento paradossale.

Mi viene in mente la frase di Pavese:
“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”

I mostri dentro. Ormai so che solo chi li ha capisce davvero.

la sensibilità è un giano bifronte, come l’allegria.. succede che dopo una lunga estenuante risata si concluda con un pianto dirotto. Succede, esiste. E’ un fatto. Come è un fatto una diagnosi di morbo di Parkinson e di Alzheimer…sono forse migliori di un cancro???

Quando cose del genere succedono, tutti sono pronti a dire “ma come, non se n’erano accorti i suoi familiari, i suoi amici?”. La verità è che è difficile, davvero difficile che qualcuno si renda conto di quello che si agita in un’altra persona.

La depressione è davvero una malattia? O non è forse, almeno in certi casi, una visione del mondo, dovuta proprio a una certa particolare sensibilità? In fondo per poter sorridere di tutto bisogna desacralizzarlo, cioè renderlo meno importante (perdona il linguaggio alla buona), e quando rendi tutto meno importante, cosa ti resta di solido a cui aggrapparti?

come risolvi? Anestetizzi la sensibilità? Cioè salvi una persona da sè stessa ottenendo però come risultato una persona diversa? Ma è poi possibile cambiare una persona o l’unica cosa che si può fare è tenere in qualche modo a bada i suoi fantasmi, perciò non guarendolo bensì tenendolo in una specie di limbo da cui basta comunque spostarsi di un passo per ritornare al punto di partenza (Un po’ come succede con le varie dipendenze)? Comunque le mie sono riflessioni con poche certezze…

Un depresso conclamato pian piano inizia a non aver voglia di curare il corpo e l’aspetto, ha fastidio, fino a detestare il contatto con l’acqua, il sonno è agitato o inizia l’insonnia, la sera è già un casino di angoscia perché arriva la notte, ma l’alba è atroce significa riprendere il contatto con una vita che non ha più alcun interesse..

Cosa succede a queste persone? siamo fatti di chimica e qui c’è qualche intoppo, bisogna ripristinare i collegamenti affinché si producano i fenomeni chimici che essendosi interrotti hanno provocato il danno. Prima si interviene e più certa è la ripresa, nel senso che non si sono danneggiati seriamente i centri nervosi del cervello. La serotonina è fondamentale,ma non è l’unica a mancare

i farmaci guariscono davvero e del tutto la depressione o una volta “rotto il vaso” questo rimarrà sempre incrinato e perciò più sensibile agli urti, e per ovviare a questa sensibilità si dovrà ricorrere continuamente ai farmaci (ed ecco creata una dipendenza)?

O forse, azzardo, bisognerebbe distinguere fra depressione dovuta solo a cause “chimiche”, curabile (o che almeno si può tenere sotto controllo) coi farmaci, e tutte le altre. Ma forse il confine non è così netto…

ecco, certe fragilità, certe debolezze, sono dietro l’angolo, ci colpiscono, ci penetrano, ci attanagliano, e non sono visibili… dietro a certi atteggiamenti e apparenze si nascondo vulnerabilità insospettabili, sensibilità labili, a volte speciali, altre sublimi e geniali,

Solo che la gente non si rende conto che gli psicofarmaci sono dei palliativi e non la cura: forniscono il neurotrasmettitore ma non risistemano le sinapsi sbagliate. Se uno è fortunato magari le sinapsi tornano a posto da sole, ma io ci credo poco e -nonostante io sia una razionalista cerebroide asimbolista- sono fermamente convinta che la psicoterapia sia l’univa vera via verso la guarigione, certo magari supportatata dai farmaci psicotropi ma da soli quelli non bastano; e che la cura della depressione, così come di ogni altra malattia psichichica, sia molto più complicata di quello che sembra ed anzi a volte non esiste. Il nemico non è una cellula matta, non è un vaso occluso: è la tua mente.

La propria mente va accolta, apprezzata e amata valorizzandola anche nei difetti, chi non sa amare se stesso non riesce ad amare gran che fuori. La psicoterapia nella depressione deve essere accompagnata dai farmaci giusti, e si può arrivare anche a fare senza medicine. La vedo come una malattia dell’anima e le ferite dell’anima sono quelle più difficili da vedere e da curare.

E’ ovvio che hanno a che fare con la soggettività, ma dobbiamo renderci conto che anche la soggettività può ammalarsi, per quanto non sia possibile (e neanche augurabile) stabilire uno stato di normalità valido per tutti.
C’è una enorme ignoranza sulle malattie mentali, e anche una buona dose di menefreghismo da parte dello stato. E’ giusto dover pagare così tanto uno psichiatra/psicanalista?

Chi ha attraversato quello stato di abbandono totale e di ripudio verso se stessi ha una cicatrice indelebile dentro che ogni tanto torna come una mandala, una nenia, una passacaglia… si trasforma, gli elementi intorno cambiano…ma quel ricordo resta lì.. cresci e vai avanti nella quotidianità, ti realizzi in tante cose eppure quella ferita resta; a ricordarti che ce l ‘ hai fatta ma che resti vulnerabile. Un essere irripetibile e stupendo nella sua unicità , nelle sue fragilità, nelle sue quotidianità e nella sua intimità.

Ecco, se siete arrivati a leggere sino a qui siete degli eroi. Io non ho conclusioni. Non ho verità svelate. Ho solo dubbi. Ho un po’ di esperienza personale in merito. Quel che credo io, per quel che vale, è che i farmaci siano importanti per non affogare, e che abbiano un ruolo preciso. Ma da soli non sono la soluzione. E’ necessario guardarsi dentro. E’ necessario farsi prendere per mano da qualcuno pratico. E questo qualcuno pratico deve essere quello giusto per noi. Ecco, se posso permettermi un suggerimento, credo sia importante essere estremamente esigenti verso il terapista. Deve essere quello giusto per noi. E un altro suggerimento. Se avete un amico depresso, o semplicemente giù di morale, non ditegli “pensa a chi sta peggio”. Non serve proprio a niente. Perché come dicevo altrove, se servisse, noi tutti, TUTTI, dovremmo essere consapevoli che quando diciamo “ci vediamo stasera” vuol dire che ci vedremo stasera, a meno che non ci caschi un cornicione addosso. Mentre in una parte importante di mondo, “ci vediamo stasera” è una speranza, che potrebbe CONCRETAMENTE non avverarsi. E allora, solo pensando a questo una volta ogni sei ore, dovremmo tutti fare capriole dalla mattina alla sera. E invece no. Per cui “pensa a chi sta peggio” è (scusate il francese) una grandissima cazzata. E se vi andrà di dire la vostra, sarà per me un grandissimo piacere ascoltare tutti voi.

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Attesa

Aspetto la fine delle feste, l’Epifania che tutto porta via. Il Capodanno non l’ho mai amato, insieme con il Carnevale; sono le due occasioni dell’anno nelle quali la cosa che sento forte è l’obbligo al “divertimento”. Cosa significhi questo termine, volutamente virgolettato, francamente non sono mai riuscito a comprenderlo. Sta di fatto che non mi piace, non mi è mai piaciuto, e credo che mai mi piacerà.

Non mi piace più fare bilanci, né indulgere in dichiarazioni roboanti di “new year resolutions”, uno dei pochi vantaggi dell’età che avanza è la maggior consapevolezza di se stessi, in termini di pregi e difetti: consapevolezza che evita la necessità di produrre liste puntate o numerate dove elencare obiettivi raggiunti o falliti.

Oggi un post ricordava di non incazzarsi, perché non si può rimanere incazzati davanti alla bellezza. E’ vero, e allora cerco di sorridere, e di cercare e trovare la bellezza. C’è sempre qualche cosa sfolgorante da contemplare. In fondo, come dice una canzone, “People like us, we don’t need much”. Non abbiamo bisogno di molto, per scaldarci il cuore.

Tanti auguri a tutti, siate sereni, siate tranquilli, non vi incazzate, cercate il bello.

Il mio libro

copertina niente è per caso-2E’ da ieri che provo a scrivere, scrivo e cancello, scrivo e cancello. Perché quelle tre parole che stanno nel titolo del post non avrei mai immaginato di pronunciarle, nella vita. E francamente, ancora adesso mi sembrano un’enormità. Per questo è difficile raccontare. Alla scuola di scrittura mi hanno insegnato che l’essenzialità paga. Che i racconti devono essere semplici, devono descrivere un momento importante della vita del protagonista, che devono iniziare in un certo momento e proseguire con linearità, senza flash back e senza fronzoli. E allora provo a scrivere con semplicità, dall’inizio.

Erano mesi che Iaia me lo diceva, me lo diceva per iscritto, me lo diceva al telefono. Apri un blog, mi diceva. E alla fine l’ho aperto, all’inizio del 2012, e ho iniziato anche a divertirmi. Poi, dopo qualche mese, arriva Halloween. E’ una ricorrenza importante per Iaia, e lei lancia l’idea dei “Racconti intorno al fuoco”. E come per il blog, mi dice scrivi, dai scrivi, scrivi un racconto. Non volevo, pensavo di non essere in grado, ma alla fine mi sono messo lì, e un racconto l’ho scritto. E poi un altro, e poi un altro. E sono arrivato a scriverne una dozzina o poco più. L’estate scorsa una mia amica, Barbara, che ha appena messo su una casa editrice, tra il serio e il faceto mi dice che vorrebbe pubblicarmi, e mi dice di mandarle i racconti. Obbediente, raccolgo tutto in un file e spedisco. Non volevo pensarci, non volevo illudermi.

Perché questa cosa di pubblicare un libro è un sogno adulto, come ho avuto modo di condividere con gli amici con cui ho parlato nei giorni scorsi.  Quando si ha un sogno che nasce da bambini, quel sogno ci accompagna per molto tempo, e si impara a conoscerlo, a conviverci, a tenerlo con sé. Se invece nasce in età matura, allora è diverso, perché vale un po’ il discorso dell’inquietudine che facevo nel post precedente. E’ un sogno che contiene dentro tante cose che di fanciullesco hanno ben poco. E’ un sogno che sconta concetti imparati vivendo mezzo secolo, un po’ di cinismo, un po’ di disillusione, un po’ di pragmatismo, un po’ di concretezza.

Quando invece la forza del sogno infrange tutte queste remore, tutti questi schermi, tutte queste barriere, non si trovano le emozioni giuste. Sì, sì. Non è un errore. Non volevo dire “non si trovano le parole”. Ho detto proprio “non si trovano le emozioni”. Perché sono talmente tumultuose, talmente ingovernabili, talmente enormi, che non si trovano, alla fine. E c’è anche un’altra cosa. La paura, una sottile paura che manifestando le emozioni, dando visibilità della gioia, ci si svegli. E si scopra che beh, era effettivamente un sogno, non era realtà.

Però i segnali sono diventati sempre più forti, sempre più nitidi, sempre più chiari. Prima la richiesta di qualche nota di intro per ciascun racconto, poi della biografia, poi della sinossi. E allora, prima timidamente, poi con un po’ più di forza, ecco poi si arriva ad una sorta di consapevolezza. Che non è completa, ancora.

Mai me lo sarei immaginato. Mai avrei nemmeno osato sperarlo. Essere pubblicato è il sogno di chiunque scriva. Perché, come dico sempre, chi dice che scrive per se stesso dice una grandissima cazzata. Se vuoi scrivere per te stesso, tieni un diario. E lo tieni chiuso in un cassetto. Se apri un blog, scrivi perché speri che qualcuno legga. Speri che a qualcuno piaccia quel che scrivi. Speri che qualcuno ti lasci un commento, ti dia un segno di discussione, ti stimoli, ti critichi, ti apprezzi, ma soprattutto: TI LEGGA. Perché è questo che voglio io, è questo che vuole chiunque scrive qualcosa e l’affida alla rete. Io voglio essere letto. E mi piace tanto, quando mi leggono. Ma arrivare a essere pubblicato, ecco quello proprio era al di là. Al di là di ogni speranza, di ogni immaginazione, di ogni pensiero cosciente e coerente. E invece è capitato. Proprio a me.

Sono sempre alla ricerca del bello, mi piace cercarlo e mi piace trovarlo. E c’è tanto di bello, in questa situazione. Primo fra tutti il fatto che questo sogno è nato grazie a Iaia, un’Amica, ed è stato realizzato da Barbara, un’altra Amica.
E poi, è bello che le tre donne che vivono con me abbiano avuto tanta pazienza, nel vedermi sempre attaccato al Mac. E’ bello che sia stata mia sorella a farmi venire in mente la prima volta che forse tutto quel che scrivevo poteva avere una forma diversa da quella del monitor. E’ bello che in copertina ci sia un disegno di ombrella, perché lei disegna le mie parole, e io scrivo le sue immagini. E’ bello esser stato incoraggiato da tanti blogger: Francesca, che mi ha fatto da editor; solounoscoglio, che mi ha dato idee; masticone, che mi ha illuminato sul mercato dell’editoria; elinepal, che ha sempre avuto una parola gentile, anche de visu, elllisa, lettrice attenta; pani, ispiratore e commentatore assiduo; e tutta la redazione dei Discutibili, belle persone dalla ricca interiorità. Ed è bello essere stato aiutato da tante persone in real life: Vale, la mia vicina di openspeis; Ema e Angelo, due amici più che fraterni; Luci, amica e ispiratrice; Laura, l’informatica per caso, Francesca, coltissima adorabile lurker; Bea, Amica di una vita. Ringrazio di cuore tutte queste persone, e anche tutti quelli che hanno letto e commentato i post sul blog, tutti quelli che mi hanno detto a voce di avermi letto, tutti quelli che hanno avuto una parola di incoraggiamento. Perché quello che esce e finisce sulla carta, alla fine, è l’insieme di tutte le esperienze vissute, di tutte le emozioni provate, di tutto ciò che si è ricevuto e scambiato emotivamente. E quindi grazie anche a te che stai leggendo ora, e se non ti ho citato scusami, non è cattiveria ma distrazione, e se mi conosci un po’ lo sai, quanto io sia distratto. Appena saprò la data di uscita, la distribuzione, la data della presentazione, e le varie altre amenità, lo segnalerò.