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Perché

snoopy-writerLeggevo oggi il blog di Vetrocolato, che seguo sempre con grande piacere, e ho letto questo post, “Il compendio di Pasqua”, dove c’è quello che tecnicamente verrebbe definito un “flusso di coscienza”, vale a dire un flusso di pensieri molto intenso ed emotivamente molto coinvolgente, che parla di tristezza e di felicità, di quel mix di sentimenti contrastanti che capitano a coloro che hanno un’interiorità complessa, quelli di cui ho parlato qui (e realizzo solo ora che sono passati mesi e mesi, guardando la data del post). Ma non è questo l’oggetto del contendere, ma piuttosto la chiusa, del post di Vetrocolato, che riporto qui per mia comodità.

Ed anche questa è una cosa che mi chiedo spesso, perché scrivete nei vostri blog? A qualcuno l’ho già chiesto, qualche risposta è stata simile alle mie, altre cose, invece, credo ancora di non averle comprese, ma ancora mi chiedo, perché avete deciso di lasciare le vostre cose qua dentro. Cosa vi rende, a livello personale, il blog. Se avete voglia o possibilità di dirlo, mi farebbe piacere saperlo. Per quanto mi riguarda, il blog non è fine a se stesso, se non ci sono scambi e opinioni, rimane solo un diario, e quelli li vendono in tutte le cartolerie.

Ecco, cosa mi rende, a livello personale, questo blog? Perché ci scrivo dentro? La voglio prendere alla lontana.

Come dico spesso, ed è scritto anche nella copertina del libro, “Niente è per caso” per me non significa un cieco e onnipotente fato che tutto dispone e tutto decide, lasciando inerte e inefficace il libero arbitrio del singolo. Credo piuttosto che significhi che ognuno di noi ha un suo percorso interiore; credo anche che attorno a noi accadano moltissime cose; credo, infine, che noi ci accorgiamo di una specifica cosa che ci accade attorno solo se siamo al punto giusto del nostro percorso, se siamo “pronti” per vederla. E siccome ce ne accorgiamo con un certo tempismo, pensiamo al caso. E invece io dico che non è per caso. 🙂

Ecco, il mio percorso ad un certo punto mi ha portato a scoprire la scrittura. Ho ringraziato molte volte chi me l’ha fatta scoprire, e la ringrazio ancora oggi. Ho scoperto la scrittura come fonte di espressione, come mezzo per dare corpo alla mia interiorità, alla mia necessità di espressione. E la mia scrittura non è una scrittura completamente “libera”, non fluisce con naturalezza come accade a parecchi che conosco, per lo meno non nell’ambito della narrativa. Ho un sacco di problemi con i plot, con la drammaturgia dei racconti. Faccio una fatica enorme a trovare le trame. Una volta trovata una trama di massima, ecco lì inizio a muovermi bene, a trovarmi a mio agio. Perché l’accento passa dalla drammaturgia all’emozione. E a me piace scrivere di emozioni. E scrivere di emozioni significa inevitabilmente scrivere delle proprie emozioni, oltre che di quelle altrui.

E allora, cosa mi rende il blog? Innanzitutto è un modo per “buttar fuori”, quando il livello di guardia sta per essere raggiunto, o semplicemente è abbastanza alto. Se il livello di guardia si supera, neanche la scrittura serve. Ma questo è un altro tema. Quindi un primo ritorno è nel sollievo che viene dopo aver tirato fuori cose. Ma, come dice bene Vetrocolato, questo non sarebbe nulla senza il confronto. Più di qualche volta ho letto commenti che hanno dato inizio a scambi via email, belli e intensi. Talvolta ci sono commenti che toccano le corde più profonde della mia interiorità. Talvolta ci sono commenti che mi portano fuori dal tempo e fuori dallo spazio. L’interazione con persone dall’interiorità complessa. Questo mi rende, e per questo scrivo, qui e altrove.

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La perfezione

Ho ricevuto un commento al post precedente, quello sulla voragine, nel quale mi si diceva di essere perfetto, o meglio “imperfettamente perfetto”, per il fatto di mostrare, denudare, un aspetto di me non graffiante, non allegro, non mondano. E che questo mi rende completo. La mia opinione è che la perfezione non sia di questo mondo. O meglio, se ci riferiamo al microcosmo, e se penso alla meccanica quantistica, ai fenomeni di entanglement ad esempio, ecco allora posso pensare che la perfezione esista davvero. Ma poi, quando tentiamo di riportare questo microcosmo perfetto nel nostro macrocosmo, ci troviamo di fronte al paradosso del gatto di Schroedinger, che filosoficamente per me rappresenta proprio l’impossibilità di mischiare micro e macro. E quindi, traslando, l’impossibilità di avere la perfezione.

Perfetto è il simbolo del Tao, dove bianco e nero sono ugualmente distribuiti, e dove al centro della massima intensità del nero c’è un puntino bianco e viceversa. Un simbolo statico che si anima dinamicamente non appena attribuiamo un significato a quel puntino, non appena pensiamo al Tao in una forma di evoluzione temporale, non appena ci rendiamo conto che tutto è in eterno divenire, in costante cambiamento, e che quando una situazione qualunque raggiunge il suo punto apicale, in nuce già reca in sé il proprio opposto, che si svilupperà e crescerà sino a raggiungere il suo apice e a quel punto recherà nuovamente in sé il proprio opposto. E’ una modellazione perfetta, questa, e come tale risulta non totalmente e non completamente applicabile, proprio in forza del fatto, a mio parere, che la perfezione non è di questo mondo. E quindi, ancorché abbiamo dei cicli riconoscibili (le stagioni, esempio tra tutti), all’interno di questi cicli si verificano infinite variazioni che li rendono tutti unici e differenti uno dall’altro.

Ed è per questo che non mi sento perfetto, per il solo fatto di mostrare i miei neri insieme con i miei bianchi. E non mi sento neanche completo, per dirla in linea con l’interpretazione data in premessa. Credo che un blog sia uno strumento, che ciascun blogger usa come ritiene opportuno. Nel mio specifico caso il blog rappresenta esattamente quanto indicato nel titolo. Un serbatoio di pensieri occasionali. Non c’è regolarità alcuna nei miei post, non c’è un filo logico, non c’è continuità. Quando ho un pensiero di qualche tipo, lo affido al blog, come un naufrago su un’isola affida al mare i propri scritti chiusi in bottiglia. E non è casuale che mi piaccia tanto contemplare il mare, e che ne parli spesso. Il blog mostra una parte di me.

Spesso, tra il serio e il faceto, dico di me che “sono un ragazzo semplice”. Apparentemente è così, e per certi versi non è neanche tutta apparenza. Ci si interfaccia con me in modo semplice, chiaro. Non è difficile. Ma se si vuole scavare nel profondo, allora bisogna penetrare strati successivi, come quelli di una cipolla. E scava scava, si arriva ad un nucleo inaccessibile, dove solo io posso entrare. E dentro questo nucleo, nascosto, ce n’è un altro, che a volte è inaccessibile financo a me. E’ da lì che arriva l’energia che fa aprire le voragini, è da lì che arriva l’energia che mi costringe nel buco. Ma è da lì che arriva anche l’energia che mi fa contemplare la bellezza, che mi fa apprezzare un concetto espresso tra le righe, che anima la scrittura di cose che mi piacciono e che qualcuno trova interessanti. E come io leggo tra le righe altrui, ci sono persone che riescono a leggere tra le mie. A volte, in post “anonimi”, nel senso non specificamente orientati a descrivere me stesso, chi mi conosce bene ha saputo riconoscere un bisogno inespresso, disagio o gioia che fosse. Questo stesso post rappresenta una chiave di lettura straordinaria, per un numero limitato di persone, che sono quelli che con pazienza sono riusciti a penetrare strato dopo strato per arrivare sino al nucleo. Per gli altri resterà un esercizio di scrittura. O al massimo un tentativo di descrizione interiore.

Come ha detto intesomale, “la perfezione puzza di museo delle cere”.

www.discutibili.com

discutibili

Sta partendo un nuovo progetto, si chiama “I discutibili”. Ci scrive gente forte, che a me è sempre piaciuta. E ho scoperto in questa occasione che oltre che forti sono anche parecchio picchiatelli.

Perché mi hanno chiamato.

Non ho idea del perché, francamente. Ma sarei sciocco e ipocrita se dicessi che non sono contento.

Chiedo quindi ai miei venticinque lettori di venire, commentare, laicare, è davvero una bella cosa.

Ogni volta che pubblicherò qualcosa sui discutibili la ribloggherò anche qui. Venite venite venite! 🙂

Di compleanni, di sorprese e di belle cose

Ed era anche ora, dopo tanto travaglio, dopo tanta sofferenza, che parlassi di qualcosa di bello. Il bello per me è importante, la ricerca della bellezza è qualcosa che va molto oltre l’effimera estetica esteriore. Perché c’è anche e soprattutto un’estetica interiore, una bellezza che è “dentro” le cose, intrinseca. E non solo nelle cose, ma anche nelle situazioni. E come il brutto è foriero di negatività, di depressione e di ansia, il bello all’opposto è foriero di positività, di gioia e di serenità.

E ordunque, si venga alla cronaca. Sto parlando del giorno del compleanno. La prima, bella sorpresa, me l’hanno fatta le ragazze, la dottoressa Cippi e Duli. Alzandosi presto e offrendosi di preparare il pranzo, a cui avevo invitato mia sorella, una cosa molto piccola e informale perché francamente ero ancora in un mood abbastanza negativo. (avviso ai naviganti, il blog di mia sorella è ancora un work in progress; mi fareste cosa gradita, giusto per metterle addosso un po’ d’ansia e farla decidere a scrivere qualcosa, ché sarebbe anche ora, se lasciaste un po’ di commenti sul suo blog, a titolo di stimolo a vitalizzarlo) (sì, lo so, sono una brutta persona) (ma lei lo sa) (e sì, mi vuole bene lo stesso) (e ok, la pianto con le parentesi)

Dicevo dell’offerta di preparare il pranzo. In realtà per una serie di considerazioni eminentemente logistiche il pranzo l’ho preparato io, insieme con Carla detta Virna. Ma è ovviamente il pensiero che conta, e il pensiero consiste nel mettere la sveglia e alzarsi nonostante avessero fatto tardi la notte precedente. E come vedremo, non si esaurisce qui. Ma andiamo oltre.

Quando è arrivata, la sorella si è presentata con un pacchettino che indicava chiaramente una dimensione librica. Ora i libri per me sono sempre una festa, perché anche ora, che mi sono quasi completamente convertito al kindle per motivi logistici, un libro è sempre un oggetto dal fascino intramontabile. Ho dei libri che periodicamente riprendo in mano e sfoglio, consulto, rileggo. Sì uno di questi è il Tao Te Ching in edizione Urra, è la versione italiana più completa che abbia trovato, oltre ad avere tutti gli ideogrammi originali con i significati, una sorta di fatti-la-tua-traduzione, ha anche una sua propria traduzione ma completata con le principali traduzioni alternative. Ne ho altri come questo, intendo che consulto periodicamente, e poi ne ho un tot che magari rileggo per il mero gusto della rilettura. Ho un’edizione paperback in lingua originale de “L’incendiaria” di King, che è consunta per quante volte l’ho letta. Ci sono passaggi che conosco praticamente a memoria. The firestarter per me rimane probabilmente il miglior lavoro di King, anche se è veramente difficile fare una classifica. E poi ogni tanto mi metto davanti alla libreria, semplicemente a guardare. E magari ne tiro fuori uno, sfoglio qualche pagina e lo rimetto al suo posto. Per dire che ecco, i libri per me sono tanto. E quindi, quando ho visto “libro” è già stata una festa. Ma non avrei mai immaginato, not even in my wildest dreams (questa è per lina) (e te la googli :D) (ché l’ho imparata a Houston e mi piace da impazzire), che sarebbe uscito dal pacchettino questo:

I blog therefore I amE’ la stampa di tutti i post del blog dall’inizio sino a un paio di giorni prima del compleanno. Sono rimasto praticamente senza parole. Guardavo questo tomo, perché di tomo si tratta, sono venute fuori oltre 200 pagine, e non mi capacitavo. E’ stata una sensazione veramente strana. Vedere su carta quello che avevo scritto e visto tante volte sullo schermo è stato strano, purtroppo non mi viene una parola migliore. Il mix di emozioni è stato complesso, c’era di tutto. La dottoressa Cippi ha cinicamente commentato “mo’ si commuove, c’ha la lacrima facile in questo periodo”, e in effetti il groppo c’era tutto, e anche il luccicone. La lacrima l’ho ricacciata indietro però.

Il pranzo era finito, dopo un po’ di chiacchiere mia sorella e il marito sono andati via, e il pomeriggio è trascorso pigramente tra televisione e uscitina per commissioni. Ma non erano finite le sorprese, perché, al rientro, ho trovato la dottoressa Cippi in cucina, che lavorava avvolta da una nuvola di farina, preparando fettuccine fatte rigorosamente a mano, pizzette e rustici, perché non poteva pensare di lasciar passare il compleanno senza cucinarmi nulla. E, ecco. Queste sono le cose che aprono il cuore.

E ancora non finisce qui. Perché il giorno dopo, ma a me piace pensare che sia una continuazione del compleanno, il giorno dopo  ho trovato una mano tesa verso di me. E l’ho presa. L’ho ripresa, a dire il vero. L’ho ritrovata. Quella mano ha ritrovato la mia, e la mia l’ha ritrovata. E le abbiamo strette insieme. Ed è stata la cosa più bella che mi sia capitata da un po’ di anni a questa parte. E qui è necessario fermarsi e fare una considerazione.

Dico spesso, e in particolare l’ho detto molte volte proprio a mia sorella, che non si può stare sempre ad aspettare la burrasca. Mi piace la metafora marina, in particolare quella della barca a vela, e immagino questa barca a vela, magari appena uscita da una tempesta che ha messo a dura prova il sartiame, e che si trova magari in un golfo, o semplicemente in una zona dove il mare è calmo, il cielo è sereno, il vento è calato. Ecco, in queste condizioni un buon capitano non sta costantemente a guardare ad occidente, da dove arriverà la prossima burrasca. Un buon capitano butta un occhio ogni tanto ad occidente. Perché un buon capitano non mette la testa sotto la sabbia, e non pensa che la bonaccia durerà per sempre. E per questo, ha un livello di allarme minimo sempre attivo, quel livello di allarme minimo che lo fa guardare ad occidente ogni tanto. Ogni tanto. Questa è la parola chiave. Non abbassare la guardia, ma non farsi prendere dal panico immotivato. Un’altra burrasca arriverà. E’ molto probabile, se non addirittura sicuro. E quando arriverà sarà forse necessario dare una o due mani di terzaroli alla randa, o magari addirittura ammainarla in attesa che cessi la buriana. Sarà necessario agire presto e bene, aggrapparsi alla barra del timone con tutte le forze per governare la barca. Ma ora, in questo momento, c’è bonaccia. E cosa osta a godersela? Cosa osta al farsi un bel bagno in una baia particolare, magari non raggiungibile via terra? Vivere nel presente è anche questo, apprezzare il carpe diem è anche questo. Mi viene da dire che è soprattutto questo.

E quindi io un bel bagno me lo faccio, qui e ora, tenendo stretta quella mano. Hic et nunc. E, ogni tanto, butterò l’occhio a occidente. Ogni tanto.

Ci siamo

54E anche quest’anno arriva il fatidico 9 febbraio. Atteso da ragazzo e giovane uomo con aspettativa positiva, da quasi quarantenne con angoscia, da quasi cinquantenne con gioia. E quest’anno una novità. Un blog. Perché lo scorso anno questo blog non esisteva ancora. In quasi un anno ho infilato dentro 72 post, compreso questo. E ho scoperto una vena che ignoravo di avere. C’è una persona che devo ringraziare per tutto questo. Una persona che erano anni che mi diceva di aprire il blog. Questa persona è Iaia. E ricordando le sue pubblicazioni che giocano coi numeri, questo lo programmo per la pubblicazione alle 5:40. Dopo aver aperto il blog, per quasi un anno mi ha blastato (quanto mi piace il linguaggio ccccciovane) dicendomi che dovevo scrivere, che dovevo scrivere, che dovevo scrivere. E ancora mi fa un po’ vergogna declinare scrivere alla prima persona singolare. Perché non so. Non mi pare possibile. Mi pare una cosa talmente fuori della grazia di Dio. Ma è così. Faccio molta fatica, a volte. Ma è nel complesso una cosa che mi piace molto, che mi mette in contatto con una parte molto profonda di me. Ed è un contatto bello.

E’ proprio vero che l’enganglement esiste. E ovviamente l’intensità varia. Dipende dalle circostanze, dalle distrazioni che ciascuno ha. Ma è indubbio che con Iaia un legame c’è. E forte. Una sola cosa mi spiace in questo periodo, di non poter essere più vicini. Avevo scritto “ma vedremo di rimediare”. E mi pareva una cazzata, così l’ho cancellato. Non si può rimediare ad una distanza fisica di 1000 e più km. Non quando si hanno delle vite intense. Ma si può essere in contatto con lo strumento che ha sempre contraddistinto il nostro contatto. La rete.

L’anno appena trascorso è stato un anno di passaggio, sembrerebbe. Vedremo per dove. Di cose ne sono successe tante, molte piacevoli, alcune meno. Sono cambiato in molte cose, sono dimagrito, ho iniziato a scrivere, come dicevo sopra, ho iniziato a correre. Spero di riuscire a continuare, spero domattina (sto scrivendo la sera dell’8) di farmi un bel regalo e ricominciare. Mai avrei immaginato di desiderare un’attività sportiva con tanta intensità. Io che sono pigro come un tapiro sonnolento. Nell’ultimo racconto c’è una piccola descrizione delle sensazioni che provo quando corro. E faccio francamente fatica a spiegare. Molti con cui parlo mi dicono “eh lo capisco ti scarichi”. No. Non è questo. O meglio, non è solo questo. Il punto è che le sensazioni che si provano sono simili, molto simili a quelle descritte parlando della motocicletta e della guida in pista. Quella sensazione di tempo rallentato, di concentrazione estrema, di esserci senza esserci, presenza e assenza nello stesso momento. Un caro amico mi dice spesso che viene un momento in cui, durante la nostra personale ricerca alla scoperta della conoscenza di noi stessi, i libri vanno buttati via e si deve lasciare spazio al sé. Ecco, questo io sento correndo. Dopo un po’, e con livelli di intensità non costanti. Ma questa è la sensazione. Che il mio sé si ingrandisca, e che io gli lasci spazio. E non voglio fare sparate alla “sono in contatto con l’universo” ma veramente sento un livello coscienziale superiore che si avvicina. Speriamo bene. Speriamo di poter continuare.

E allora tanti auguri a me. Per un anno sereno. Perché la serenità è tutto. E poi 5+4 fa 9. Che è 3×3, oltre a tante altre cose.

Cena da blogger

Per una serie di circostanze delle quali non sto a dire (perché altrimenti violerei un patto di riservatezza)(e chi mi conosce sa quanto io tenga alla riservatezza) per una serie di circostanze, dicevo, questa sera ho ospitato a casa mia, con enorme piacere e soddisfazione, elinepal e masticone.

E’ stata una di quelle serate alla fine delle quali il pensiero dominante, per quanto mi riguarda, è: “sono felice di essere nato in questa epoca; se avessi vissuto in un’altra epoca, non avrei avuto una chance come questa”.

A quale chance mi riferisco?

Chi non ha un blog, chi non frequenta assiduamente la rete, chi disprezza il mondo virtuale, per favore non continui a leggere. Si stanno per fare affermazioni che possono ulteriormente esacerbare il già cattivo rapporto con Internet.

La chance alla quale mi riferisco è quella di trascorrere una serata piacevolissima, essendo sicuri in partenza che lo sarebbe stata, semplicemente perché le persone con cui si è stati a cena, le si “conosceva”. E le virgolette fanno la differenza. Perché io masticone ed elinepal non li avevo mai visti. Ma li “conoscevo”. Li conoscevo perché innumerevoli volte ci siamo confrontati sui rispettivi blog. Li conoscevo perché ci siamo scambiati un numero significativo di email. Li conoscevo perché gli scambi sono avvenuti sotto l’egida di un comune sentire, di affinità che si sono manifestate prima, e perfezionate poi. E che hanno portato ad una cena densa di scambi, di chiacchiere, di discussioni filosofiche, etiche e di vita vissuta.

Grazie alla rete, che permette di ampliare i propri orizzonti e conoscere delle belle persone. Con cui condividere cose straordinarie. Come il fatto che una poesia, da me raccolta dal web nel corso di una delle mie peregrinazioni alla ricerca perenne del bello, costituisce l’incipit di un libro che ha un significato particolare per tutti e tre (e io non lo sapevo prima, eh)

Una delle tante, tantissime dimostrazioni che niente è per caso.

E quindi grazie masticone, per l’arguzia, la simpatia e i complimenti. E grazie elinepal, per la delicatezza, la sensibilità e la gentilezza. E speriamo di rifarla presto.

Urca

Stats

Ieri sera leggevo questo post sul blog di elinepal. E mi è venuto lo sghiribizzo di vedere quante visite ho avuto. E, per la serie “niente è per caso”… eh già. I miei 5 lettori avranno già indovinato. Siamo proprio a 10.000. Con le statistiche di uorpress non ho un buon rapporto. Addirittura avevo creato il blog rendendolo “invisibile” ai motori di ricerca, e peraltro non mi è evidente che si possa eliminare questa pregiudiziale, nonostante io abbia comunicato a google la url del sito. Insomma non ero partito con l’idea di fare “ascolto”. Ma con quella di condividere un po’ di piegoline dell’animo (come le definisce un’amica che, bontà sua, mi ha dato un sacco di incoraggiamento sulla scrittura) con chi avesse avuto voglia di leggermi e fosse arrivato qui indirizzato da qualcuno o qualcosa. E’ successo con Iaia, con masticone, e anche con elinepal. Qualcuno che frequentava quei blog si è affacciato. Qualcuno è rimasto, qualcuno è andato. E’ anche accaduto che io sia stato invitato a partecipare ad un blog cooperativo.

E così ho condiviso le mie piegoline; la mia amica non dà una buona accezione a questo termine, lo usa per qualificare quegli esercizi manieristici tutti orientati allo stile, molto concentrati sulla forma e meno sulla sostanza. Sempre la mia amica, cogliendo in pieno il mio intendimento, mi dice che l’italiano a me piace, e mi piace usare uno stile pulito, con le parole appropriate. Ed è vero, l’italiano mi piace assai. E mi piange il cuore vederlo bistrattato continuamente nel parlato e per iscritto. Tempo fa volevo proporre un funerale per il congiuntivo, che è diventato un modo desueto oramai. E mi emoziona trovare qualcuno che usa l’accento acuto quando scrive “perché”, ché ne siamo rimasti pochi (anche il ché è una roba per pochi ;)). Ma non lo faccio per sfoggio, lo faccio perché mi piace. E mi piace perdermi, aprire parentesi, saltare da un argomento all’altro. Partire con la motocicletta e finire col Tao, o con un video di TED. E la mia amica dice che mi vengono le storie. E questo mi rallegra molto, a dirla tutta non avrei mai immaginato che mi sarebbe piaciuto scrivere, in realtà non avrei mai neanche immaginato che mi sarebbe venuta la voglia, di scrivere. La letterata della famiglia è sempre stata mia sorella, che in gioventù aveva scritto anche dei racconti, uno sulle mie figlie, molto bello peraltro. Con lei condivido lo stile scorrevole e leggero (me lo dicono eh, non è che me lo dico da solo). E questa esperienza blogghereccia che è poi sfociata in una pulsione a scrivere storie è molto, molto appagante. Debbo dire che non mi aspettavo che i miei scritti piacessero, ma la risposta di chi li ha letti è stata molto positiva. E allora mi è venuta voglia di farli leggere a molti, a parte gli amici e i parenti, ho anche cercato persone “pratiche” del mestiere (è in quel frattempo, che mi sono imbattuto in Otello Marcacci, del quale parlavo qui, e che mi ha dato, e continua a darmi, delle preziosissime indicazioni e tantissimi suggerimenti). E la cosa che mi ha stupito ed emozionato di più è che un racconto è come un figlio che esce di casa. Perché percorre una strada sua, che non ti appartiene più. Appartiene a chi lo legge, a chi vede cose che tu non solo non hai inserito scientemente, ma non hai neanche lontanamente immaginato. E però, se qualcuno le vede vuol dire che ci sono. E se ci sono, allora io come autore sono solo un tramite. Un tramite tra una storia che chiede di uscire, di essere raccontata, e qualcuno che vuole leggerla. Come dice il Maestro, Stephen King, “It’s the story, not he who tells it”. E solo ora comprendo appieno il significato profondo di questa frase.

E insomma, dopo un po’ di piegoline dell’animo, dopo un po’ di storie, sono qui a vedere questo 10.000 che francamente, onestamente, non mi sarei mai immaginato. Not even in my wildest dreams.

Per cui grazie mille, a tutti quelli a cui piace quello che scrivo, a tutti quelli che sono passati, a tutti quelli che hanno contribuito con un +1 a quel 10.000.