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D’interiorità, di fisica moderna e di soprannaturale. Completo di premessa sui quaquaraquà

<Premessa_che_non_c’entra_col_post>
Purtroppo questo non è “un blog che affronta tematiche sociali“. Quindi non parlerò di “BDSM tarocco” nè del nesso di causalità tra sostanze chimiche e omosessualità, né di “Upskirt“, né di dimensione (chissà di cosa?) che conta o che non conta, tutti argomenti profondi e che ovviamente hanno un riflesso filosofico e socio-culturale importante, anzi fondamentale, e che DEVONO far parte di “un blog che affronta tematiche sociali“. Mi domando perché nei blog che “affrontano tematiche sociali” non si parli anche di scie chimiche o della piramide trovata su Marte, che mi sembrerebbero argomenti altrettanto profondi e filosoficamente ficcanti.

Per questo blog faccio fatica a trovare una definizione che vada oltre il titolo. Pensieri occasionali. Tutto qui. Potremmo discutere se un’opinione sulle misure del pistolino sia un pensiero. A me pare che la frase “pensare alle misure del bigolo” sia un ossimoro. Ma tant’è. Ognuno ha le sue fisse, e come sempre mi definisco il profeta del libero arbitrio.

A titolo di “excusatio non petita” mi corre l’obbligo di sottolineare anche io, come già fatto da altri, che questa premessa non si riferisce ad una persona singola, ma ad una categoria: quella che Sciascia definiva i “quaquaraquà”, che vengono dopo gli ommeni, i mezz’ommeni, gli ommenicchioli e i pigliainculo. Soprattutto dopo i pigliainculo. Perché per prenderlo in culo serve una certa dignità, della quale il quaquaraquà non dispone. Il che non significa che il quaquaraquà non lo prenda in culo, soltanto che lo faccia con meno dignità dei piglainculo. In rete è pieno di quaquaraquà, alcuni usano termini desueti come “blogosfera” riferendosi all’intero mondo della rete, il che è francamente patetico, considerando che siamo alle soglie di Internet 3.0. Per capirci, è un po’ come se qualcuno ancora pensasse che il Sole giri attorno alla Terra, o che l’intero Universo sia costituito dal solo Sistema Solare.
</Premessa_che_non_c’entra_col_post> (I quaquaraquà capiranno il riferimento ai tag? Mah!)

Questa immagine è nota come "I pilastri della creazione", è stata scattata dal telescopio Hubble. La trovo molto adatta all'argomento.

Questa immagine, nota come “I pilastri della creazione”, è stata scattata dal telescopio Hubble. La trovo molto adatta all’argomento.

La considerazione sull’Universo ci porta dritti al cuore del post, che prende spunto da un haiku di Ivano, che lui argutamente chiama I.Q. giocando con la pronuncia anglofona, e che solo per questo calembour meriterebbe la mia stima. Ma in realtà Ivano è persona profonda, almeno tale appare dai racconti che scrive, anzi da come scrive in generale. Ho parlato spesso in queste pagine di interiorità complesse. Ecco, a me pare che Ivano disponga di un’interiorità di quelle che io definisco complesse, per cui quando ha postato il suo haiku, ho commentato dicendo che mi sembrava che la sua invocazione al Padre, indicativa evidentemente di fede, cozzasse un po’ con l’idea che mi ero fatto di lui.

Ho ricevuto risposte sia da Ivano sia da Primula, entrambe interessanti e acute, e ho detto a entrambi che un commento non riusciva a sintetizzare il mio pensiero in modo appropriato, e che pertanto avrei scritto un post.

Avviso ai naviganti: sarà una roba lunga, e forse neanche semplicissima.

Parto da lontano, cioè dalla mia passione per la fisica moderna. Per intenderci, parlo della fisica post-Newtoniana, quella che nasce all’inizio del ‘900, con la teoria della relatività ristretta prima, e quella generale poi, da parte di Einstein, e successivamente con lo sviluppo della meccanica quantistica, scienza che studia i fenomeni che accadono nel mondo delle particelle sub-atomiche.

Mi appassiona questa materia, pur non potendomene definire un esperto, perché dimostra sperimentalmente come esista una discrasia tra quello che noi percepiamo e quello che succede “realmente“. E’ chiaro ed evidente che noi disponiamo di un apparato sensoriale estremamente sofisticato, che ci fa percepire la realtà fisica in un modo che difficilmente può essere messo in discussione tout-court. Ciò è talmente vero, che la fisica Newtoniana ancora oggi è usata per applicazioni pratiche delle quali usufruiamo tutti i giorni, come ad esempio la costruzione degli edifici nei quali viviamo. Al tempo stesso però, oggi, dopo l’avvento della meccanica quantistica, noi usiamo oggetti che si basano su effetti che noi non abbiamo modo di percepire e riscontrare con il nostro apparato sensoriale. Tutti noi usiamo un computer, o uno smartphone, o semplicemente un’automobile con una centralina che regola il flusso di carburante. Ecco, alla base di tutte queste cose c’è un fenomeno, che si chiama “effetto tunnel“. Questo fenomeno consente ad un elettrone, qualora si verifichino determinate condizioni all’interno di un pezzo di silicio, di “passare attraverso” una barriera di energia che teoricamente non potrebbe mai superare. Riportata nel macromondo, questa cosa corrisponde a qualcuno in grado di attraversare un muro di cemento armato.

Orbene, mentre noi ci troviamo seduti sul divano di casa nostra, abbiamo piena contezza del fatto che il pavimento su cui camminiamo è strutturato per reggere il nostro peso e quello dei mobili, e altresì piena contezza del fatto che se sovraccarichiamo il pavimento probabilmente si aprirebbe un buco (fisica Newtoniana). Se, mentre siamo su quel divano, prendiamo il nostro smartphone per rispondere ad un commento su wordpress, ecco, non abbiamo esattamente contezza del fatto che in quel momento ci sono milioni di miliardi di elettroni che stanno attraversando barriere di energia tanto invalicabili per loro quanto lo sarebbero per noi le mura della nostra casa. E altrettanto non riusciamo ad avere contezza del fatto che il tempo scorre differentemente se si viaggia a velocità comparabili con quella della luce. Sembra irreale e poco pratico? Ebbene non lo è. Nei nostri navigatori GPS è inserita una correzione che tiene conto del fatto che il tempo sui satelliti da cui arrivano i dati scorre differentemente, se quella correzione non fosse presente le nostre mappe “scivolerebbero” di circa dieci chilometri al giorno.

Potrei parlare anche dell’entanglement, che è una delle cose su cui Einstein si dannava l’anima, un effetto per cui due particelle legate restano legate anche se sono allontanate a distanze enormi. E come si verifica il legame? Semplice, stimolando una particella l’altra reagisce istantaneamente indipendentemente dalla distanza a cui si trova dalla prima. E perché Einstein si dannava l’anima? Perché esiste un assioma, rimasto inconfutato dall’evidenza sperimentale, secondo il quale è impossibile viaggiare a velocità superiori a quella della luce, pari a trecentomila chilometri al secondo, circa. Ebbene, se le particelle di cui parlavamo si trovano a un anno-luce di distanza (che è la distanza coperta dalla luce in un anno, quindi trecentomila chilometri moltiplicato il numero di secondi presenti in un anno, cioè circa trentuno milioni e mezzo, per un totale di quasi diecimila miliardi di chilometri), e continuano a reagire su base istantanea, questo potrebbe significare che esiste una trasmissione di informazione con una velocità ben superiore a quella della luce, visto che riesce in un istante a coprire la stessa distanza che la luce copre in un anno. Studi successivi hanno portato a un’altra ipotesi, assai più suggestiva e affascinante: esiste una realtà distribuita, in cui due particelle legate (entangled) costituiscono un unico pezzo di realtà anche se sono allontanate di decine di migliaia di miliardi di chilometri.

E allora? Cosa c’entra tutto questo con la religione? Non moltissimo, se preso così. Vi chiedo ancora un po’ di pazienza.

Esiste un’altra branca della scienza che utilizza un approccio mirato a superare il meccanicismo newtoniano. E’ l’approccio sistemico, che consiste nel considerare i sistemi non lineari come tali, nella loro complessità, senza tentare di semplificarli e linearizzarli. L’approccio meccanicistico non consente di studiare i sistemi non lineari, a causa di limiti intrinseci negli strumenti matematici utilizzati. Le equazioni differenziali, uno degli strumenti più sofisticati della matematica, riescono a modellare “solo” realtà moderatamente complesse. Attenzione, non sto banalizzando. Le equazioni di Maxwell sono ancora oggi usate per la realizzazione di antenne radiomobili, oltre che in mille altre applicazioni infinitamente più sofisticate. Ma se consideriamo la terra come un unico sistema, e consideriamo la frase di Lorenz, padre degli attrattori omonimi, “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?“, ecco che ci troviamo di fronte a complessità non affrontabili con la matematica usata nell’approccio meccanicistico. E qui inizia ad entrare in ballo l’approccio sistemico, che vede un sistema complesso come un insieme di parti ma, al contrario dell’approccio meccanicistico, non sostiene che riducendo il sistema complesso a parti elementari e studiando le singole parti si arriva a capire come funziona il tutto. E anzi, si concentra sul concetto di “proprietà emergenti”, definite come quelle proprietà che nascono, “emergono” per il fatto stesso che degli organismi più semplici si sono uniti per formare un organismo più complesso.

Questo approccio porta a dimostrare che, se noi riavvolgessimo il “film” della vita sulla Terra, non è affatto evidente che torneremmo all’uomo, per lo meno all’uomo che conosciamo. Questo aspetto è quello che trovo più intrigante dell’approccio sistemico, e penso che possa essere la base per rispondere (senza pretendere di avere la risposta) al cosiddetto “Paradosso di Fermi”. Fermi, sulla base di indagini statistiche assolutamente solide, calcolò che, considerando solo l’Universo conosciuto, esistono mille miliardi di miliardi (dieci elevato alla ventesima) di pianeti come la Terra. Vale a dire pianeti con una stella alla giusta distanza per avere il giusto calore, con un’atmosfera fatta di azoto idrogeno e ossigeno, eccetera eccetera eccetera. Insomma parliamo di mille miliardi di miliardi di pianeti dove, teoricamente, si sarebbe potuta sviluppare la vita come sulla terra. Ecco, il paradosso di Fermi, nella sua formulazione più semplice, recita: “Dove sono gli altri?” Se usiamo l’approccio sistemico possiamo immaginare che ci siano altre forme di vita che non siano affatto antropomorfe. Forme di vita sviluppatesi milioni di anni prima della nostra e oramai estinte, ovvero ad un livello di conoscenza tale rispetto a noi pari al nostro rispetto alle formiche. Se noi costruiamo un’autostrada, una colonia di formiche che si trova nelle vicinanze è in grado di comprenderne il significato?

Se siete arrivati sino a qui, complimenti. Qui inizio a parlare del mio rapporto con il sovrannaturale.

Innanzitutto, io credo sinceramente che la nostra spiritualità, così come i nostri sensi, così come la nostra intelligenza e la nostra capacità di astrazione e immaginazione, siano proprietà emergenti del nostro organismo. Per questo motivo, credo che non esista un’anima separata dal corpo, ma sono fermamente convinto che la nostra spiritualità sia per l’appunto legata indissolubilmente al nostro corpo.

Credo altresì che siamo, in fondo, acqua e carbonio. E in quanto acqua e carbonio, ancorché parte di un organismo autopoietico (e la pippa sull’autopoiesi ve la risparmio) rimarremo parte di questo universo. Forse in un’altra forma. Non mi riferisco alla reincarnazione. Mi riferisco al fatto che in altre parti di questo immenso Universo le particelle subatomiche che ci compongono potrebbero essere riaggregate in qualcos’altro. O forse potremmo vivere in un Multiverso, cioè in un sistema di infiniti Universi, e chissà in quale potremmo finire, e chissà attraverso quale incomprensibile canale di comunicazione tra l’uno e l’altro Universo. Ma. Ma cerchiamo di essere pragmatici. L’intera storia dell’uomo (dall’Homo Erectus intendo) rappresenta poco più di un battito di ciglia in questo Universo. La nostra vita è una minuscola, insignificante frazione di quel battito di ciglia.

E veniamo al punto, alle religioni e al soprannaturale. Per quanto attiene alle religioni, parlando delle tre religioni monoteiste sono tutte fondate su una serie di dogmi che prevedono una visione antropomorfa dell’Universo, il che, dal mio punto di vista, è sufficientemente dogmatico da meritare di essere rifiutato ab origine. Un poco diverse sono le religioni orientali, che si avvicinano maggiormente ad una visione filosofica che, curiosamente, ha dei punti di contatto impressionanti proprio con la fisica subatomica. Stati coscienziali superiori nei quali si raggiunge l’illuminazione buddista, altro non sono che la capacità di abbandonare la nostra percezione basata sui nostri sensi della realtà e avere una visione dell’Universo a tutto tondo, comprensiva quindi dei fenomeni quantistici e relativistici di cui si diceva.

In tutto questo, io non ho certezze, tranne quella della caducità della nostra esistenza, naturale visto che siamo organismi autopoietici imperfetti, e quindi nel tempo tendiamo a “degradare” sino a morire. Per quanto ho detto sopra, la morte del nostro corpo corrisponde alla fine della nostra spiritualità, legata indissolubilmente ai nostri neuroni che interagiscono col resto del nostro corpo. Ma l’acqua e il carbonio che ci compongono restano. E chissà dove andranno a finire. Io me lo domando tutti i giorni.

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Di contraddizioni, di Tao e di meccanica quantistica

Katia, una persona profonda, ha scritto questo post, che invito quelli dei miei 5 lettori che non lo avessero già fatto, a leggerlo. Katia scrive bene, una prosa fluida e chiara, cucina anche bene, e scatta foto belle, ma belle davvero. Il risultato è un cocktail sempre piacevole. Se pubblicasse qualche vignetta in più saremmo tutti molto contenti, perché ha anche un senso dell’umorismo non comune, ma questa è una storia che io e pani le ricordiamo con cadenza più che ebdomadaria, quindi la finirò qui.

1977-05-13_GiorgianaMasi_8Il post di Katia ha un incipit molto interessante, e lì per lì avevo pensato di scriverle un commento direttamente al post, ma poi, siccome più ci pensavo e più mi venivano in mente delle cose, alla fine ho deciso di risponderle con un altro post. L’incipit interessante riguarda il “senso di colpa” derivante dal sentimento di “tradimento” di ideali giovanili. Uso tutte queste virgolette perché ovviamente il tutto va collocato all’interno di un discorso adulto, e non adolescenziale. Però traspare una vena malinconica che parla di compromessi da accettare, di cose che si fanno mentre si è strillato sino a una manciata di anni prima l’esatto contrario. E dico una manciata perché non importa quanti ne siano passati realmente, la percezione che abbiamo è che sia sempre l’altro ieri, il giorno dei nostri vent’anni. E allora su questo la prima cosa che mi è venuta in mente è che un detto della mia generazione, che è quella che vent’anni li aveva a cavallo del rapimento Moro, e che quindi ha vissuto momenti di intensa politicizzazione alle superiori e parzialmente all’università, per chi ha avuto la fortuna di andarci. Il detto è molto semplice: “chi non è comunista a vent’anni non ha cuore, chi è comunista a quarant’anni non ha cervello”.

Questa considerazione è una considerazione che potrebbe costituire un eccellente incipit per il mio amico masticone, che subito ci metterebbe sopra un tot di polemica riuscendo a dimostrare, con sillogismi apparentemente inattaccabili, che, nell’ordine:

  1. Essere comunisti è pienamente legittimo, ora come allora
  2. Essere anticomunisti è il massimo della vita anche da giovani
  3. Un suo amico, anticomunista a vent’anni, è diventato comunista a quaranta e ora vive una vita felice
  4. Lui (masticone) durante i collettivi limonava con la bella di turno con la scusa della politica

A valle di queste dichiarazioni si scatenerebbe una bagarre feroce tra comunisti e anticomunisti tutta orientata a dimostrare chi abbia ragione e chi torto.

TaoE mentre mi baloccavo con queste fantasie, e pensavo che quel detto ha un sapore molto paternalistico, e alla fine inevitabilmente va nella direzione della melanconia tratteggiata così mirabilmente da Katia, mi è venuto in mente che, tanto per cambiare, qui si parla di contrapposizione. E parlando di contrapposizione non si può non pensare al Tao. Il simbolo è noto a tutti, e mi piace ogni volta trovare delle correlazioni, dei significati, mi piace metterlo in relazione con dei fatti concreti. Il bianco e il nero, non c’è contrapposizione maggiore di questa. Ciò che è nero è “non bianco”, e viceversa. Informaticamente parlando, in notazione esadecimale, il bianco è FFFFFF e il nero è 000000, il che significa che in una scala che va da 0 a 16.777.215, il bianco e il nero si trovano esattamente ai capi opposti. Di più, considerando i fondamenti di elettromagnetismo, il bianco è l’insieme di tutti i colori ed il nero la loro totale assenza. Insomma, gli opposti per antonomasia. Un trionfo di opposizione. E cosa ci insegna il Tao, rispetto a questo tema degli opposti? Ci dice chiaramente che laddove ci sia la massima espressione e preponderanza di un elemento, proprio lì, proprio nel culmine, proprio al centro, c’è il suo opposto in nuce. Dove il bianco brilla alla massima potenza, proprio lì c’è un puntino nero, e dove il nero impera, e oscura tutto, proprio lì un puntino bianco fa capolino. E questa cosa è già un pelino più interessante del mero paternalismo che ci spinge a dire che crescendo si diventa differenti. Il germe del cambiamento è già in noi mentre (parlo per me) andiamo ad una manifestazione ad urlare che Giorgiana è viva e lotta insieme a noi, o (parlo per Katia) andiamo in giro con anfibi e spille da balia a sbattere in faccia ai conformisti la nostra voglia di diversità. Come dentro di noi rimane, oggi che siamo “adulti”, il germe di quella voglia di diversità, di quella fanciullezza che tutti si sforzano di farci dimenticare.

Ma ci sono delle ulteriori considerazioni che sono collegate alla meccanica quantistica, ai paradossi, a “ho visto cose che voi umani”. E se vi va, vi porto a fare un viaggetto nell’infinitamente piccolo.

particelle_subatomiche_8513Se scendiamo ad una dimensione atomica e subatomica, il che significa andare realmente nell’infinitamente piccolo, scopriamo che le cose sono estremamente, profondamente diverse rispetto al mondo che conosciamo. Nell’infinitamente piccolo le leggi classiche si modificano e cambiano in modi che non riusciremmo neanche ad immaginare. Innanzitutto vige un principio, che è il principio di indeterminazione di Heisenberg, che sostanzialmente afferma che tempo e spazio sono intimamente legati, ma non nel modo che ci aspetteremmo, ahimè. Sono intimamente legati nel senso che se io, da osservatore esterno, riesco a determinare con grande precisione la posizione di una particella, perderò in precisione nella determinazione del tempo in cui quella particella si trova in quella posizione. E se viceversa determino il tempo in cui potrò osservare una certa particella, la sua posizione sarà molto poco determinata. Per poter fare i conti con questo tipo di comportamento, la meccanica quantistica introduce il concetto di probabilità. Per cui non parleremo più di particelle che si trovano in un punto x al tempo t, bensì della probabilità che una certa particella si trovi nel punto x al tempo t. L’aspetto interessante di questa modalità di esprimere le cose è che si arriva ad un certo punto in cui la particella ha il 50% di probabilità di trovarsi in un certo punto ad un certo tempo, e il 50% di probabilità di trovarsi in un altro punto nello stesso tempo. E sì. Vedo qualcuno che sta arrivando al punto. Il punto è che questo significa, chiaramente e semplicemente, che una particella si trova nello stesso momento in due punti differenti. Ci sono esperimenti che lasciano realmente a bocca aperta da questo punto di vista, il più famoso è quello delle fenditure, per il quale vi rimando con fiducia a wikipedia, dove c’è una spiegazione molto ficcante. Quel che mi interessa sottolineare qui è che questo introduce un interessante complemento al ragionamento che stavamo facendo poc’anzi. Perché qui non è un problema di germe dell’opposto presente all’interno del massimo fulgore di un elemento. Qui il problema è che una particella è se stessa e il suo opposto nello stesso momento. Non è qui o là. E’ qui e là. Per cui nell’infinitamente piccolo abbiamo la perfetta liceità di un qualcosa che nel nostro mondo macroscopico è totalmente e completamente un’idiozia. Il che ci porterebbe a dire che prima di fare affermazioni paternalistiche, o prima di essere melanconici per “non essere più così o colì” bisognerebbe riflettere sul fatto che se fossimo particelle subatomiche ci faremmo molte meno seghe mentali e conviveremmo tranquillamente con il fatto di poter esistere in due posti differenti nello stesso istante.

Ma non finisce qui, e se avete ancora un pizzico di pazienza vi faccio completare il giro del luna park. Cosa succede quando mettiamo insieme il macro e il micro? Quando tentiamo di mettere insieme la meccanica classica e quella quantistica? Il risultato anche in questo caso è sorprendente. Supponiamo di costruire una macchina così costituita. Esiste della sostanza radioattiva in un contenitore, agganciato ad un contatore geiger in grado di rilevare quando un singolo atomo decade (emettendo quindi radiazioni) e a fronte di questo evento sia in grado di liberare del cianuro di potassio all’interno di un contenitore. In questo contenitore metteremo un gatto. Quindi, se un singolo atomo decadrà, sarà liberato cianuro nel contenitore dove alloggia il gatto, e il gatto morirà. Se l’atomo non decadrà, il gatto vivrà. Capisco che sembra crudele, ma non finirà come sembra.

Date queste premesse, cominciamo a ragionare nell’infinitamente piccolo, visto che stiamo parlando di atomi. E quindi, utilizzando i principii della meccanica quantistica, è perfettamente lecito che l’atomo che stiamo esaminando sia contemporaneamente nello stato decaduto e nello stato non decaduto, che equivale completamente al fatto di trovarsi in due posti nello stesso istante. Per cui, momento per momento, in modo congruente, l’atomo sarà contemporaneamente decaduto e non decaduto.

Se ora però torniamo nel macromondo, dobbiamo ricordarci che la vita del gatto dipende dal decadimento o meno dell’atomo. Se infatti il contatore geiger rileva il decadimento libera il cianuro, altrimenti no. E siccome l’atomo è sia decaduto, che non decaduto, il gatto è sia vivo che morto. Ma nel macromondo questo non e’ possibile, e allora chi decide la sorte del gatto? Non può  essere la sorte o il fato, evidentemente, visto che parliamo di fisica. Ed ecco che compare il terzo incomodo, perché chi decide è, udite udite, l’osservatore che apre la scatola! Costui diventa quindi il protagonista indiscusso dell’esperimento, alterandolo nella sua essenza, qualunque sia il risultato finale. Perché fintanto che l’osservatore non apre, il gatto è in un limbo, e solo dopo che l’osservatore ha aperto la scatola questo limbo viene spazzato via dall’evidenza scientifica. Questo paradosso è noto come il paradosso di Schroedinger, dal nome del fisico che lo ha enunciato la prima volta.

paradosso di schrodinger (1)

E allora cosa impariamo da tutto questo? Che il macromondo e il micromondo sono due universi paralleli e separati, e non possono coesistere, quanto meno non pacificamente, altrimenti si incorre in paradossi molto, molto pericolosi. Ma. Ma questi universi, come nel miglior Murakami, coesistono e convivono. E quindi non c’è contraddizione, e si può essere in due posti nello stesso momento. Il nostro cuore può essere in due posti contemporaneamente. Può essere in mezzo ad una manifestazione a urlare che Giorgiana è viva e lotta insieme a noi, e nello stesso istante dietro una scrivania a fare conti per portare a casa un budget su cui si è impegnato. Può essere bianco E nero. Nello stesso momento. Senza togliere nulla a nessuno. Con la perfetta coerenza della meccanica quantistica.