mariano (mario) lupo, piastrellista

Wish aka Max:

Un salto indietro nel tempo. Tante persone conoscevo, che militavano in Lotta Continua. Un bel libro e un post bellissimo.

Originally posted on i discutibili:

Quando iniziai a militare in Lotta Continua, Mariano Lupo era già morto da qualche anno, ucciso con un’unica pugnalata al cuore da Edgardo Bonazzi, fascista vicino a Ordine Nuovo, il 25 Agosto 1972.

Lo confesso, in tutti questi anni non ho ripensato a lui neanche una volta. Eppure, quando l’ho trovato a pagina ottantotto del libro di Di Girolamo non ho avuto un secondo di latenza nel riconoscere il suo nome. Non sapevo di ricordarlo, non sapevo di ricordare il suo volto sullo striscione che veniva portato in manifestazione, non sapevo di ricordare me che chiedo al mio vicino chi fosse Mario Lupo né di ricordare la sua risposta «un compagno ucciso dai fascisti». Leggere Dormono sulla Collina è così, un riconoscimento continuo, un’emozione che si accende ad ogni nome, ad ogni data, uno scandaglio che cozza di continuo contro un diverso angolo del cuore perché ci sono…

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8 punti

Wish aka Max:

Diamo una mano, ci vogliono solo 5 minuti. Compilate e ribloggate!!

Originally posted on (Il pesce di Erwin):

Lo so, il lunedì è più faticoso degli altri giorni e la sua sera è una terra promessa. Ma vi chiedo ugualmente un pezzettino del vostro tempo per rispondere a questo sondaggio. Di che si tratta? Per cercare di essere breve (sonora risata): sto partecipando a un laboratorio imprenditoriale per giovani e questa è una modestissima indagine di mercato. Nulla di quantitativo: mi è utile per avere una minima statistica da utilizzare nel corso di una presentazione che sto strutturando intorno a un’idea. Si tratta dunque di tastare molto qualitativamente il terreno intorno a un possibile prodotto per avere un feedback su alcuni punti. Quelli a cui vi chiedo di rispondere, di punti, sono solo 8. Completamente anonimi. Roba che ve la cavate in 5 minuti. Anche meno. E in più, al fondo, c’è un box per inviarmi qualsiasi cosa: domande, commenti, proposte o curiosità.
Grazie per il…

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Andrew Solomon – uno speech come se ne trovano pochi

Ieri ho pubblicato un post, e sguardiepercorsi mi ha segnalato un nome, un libro, e un video di TED. Da quando frequento TED credo che questo sia il più bello speech che abbia mai ascoltato. E per questo, voglio fare una cosa che non ho mai fatto prima. Qui sotto c’è il video, con i sottotitoli in italiano. Ma sotto c’è anche la trascrizione. Perché voglio rileggermela ogni tanto. E perché forse ascoltare questo video, ascoltare l’emozione di Solomon mentre racconta la propria e le altrui esperienze, forse può aiutare chi non sa a capire qualcosa. Ringrazio Chiara (uso il tuo nome solo perché lo hai usato tu :) ) dal profondo del cuore. Niente è per caso, come dico sempre. Ricevere un dono come questo è stato meraviglioso.

Sentivo un funerale nel cervello, e i dolenti avanti e indietro andavano, andavano finché sembrò che il senso fosse frantumato. E quando tutti furono seduti, una funzione, come un tamburo batteva, batteva, finché pensai che la mente si fosse intorpidita. E poi li udii sollevare una cassa e cigolare di traverso all’anima con quegli stessi stivali di piombo, ancora, Poi lo spazio iniziò a rintoccare, come se tutti i cieli fossero una campana e l’esistenza, solo un orecchio, ed io, e il silenzio, una razza estraneanaufragata, solitaria, qui. E poi un’asse nella ragione si spezzò, e caddi giù, e giù, e urtai contro un mondo a ogni tuffo e finii di sapere allora.”

Conosciamo la depressione attraverso delle metafore. Emily Dickinson riusciva ad esprimerla con il linguaggio, Goya con un’immagine. Metà dello scopo dell’arte è descrivere questi stati d’animo emblematici.

Quanto a me, mi sono sempre ritenuto un tipo tosto, uno di quelli in grado di sopravvivere se fossi stato mandato in un campo di concentramento.

Nel 1991 subii diverse perdite. Mia madre morì, la relazione che avevo finì, tornai negli Stati Uniti dopo diversi anni trascorsi all’estero, e ho superato indenne tutte queste esperienze.

Ma nel 1994, tre anni più tardi, mi ritrovai ad aver perso interesse per quasi tutto. Non volevo fare nessuna delle cose che volevo fare prima, e non sapevo perché. Il contrario di depressione non è felicità, ma vitalità, ed era la vitalità che sembrava sfuggirmi in quel momento. Qualsiasi cosa dovessi fare mi sembrava troppo impegnativa. Tornavo a casa e vedevo la luce rossa lampeggiare sulla segreteria telefonica, e invece di non vedere l’ora di sentire i miei amici, pensavo “Quanta gente che devo richiamare.” Quando avrei dovuto decidere di pranzare pensavo: “Dovrei tirar fuori il cibo,metterlo su un piatto, tagliarlo, masticarlo ed ingoiarlo”, e mi sembrava la Via Crucis.

Una delle cose che spesso si dimentica parlando di depressione è che sai che è una cosa ridicola. Sai che è ridicola mentre ci sei dentro. Sai che molte persone riescono ad ascoltare i propri messaggi, pranzare, organizzarsi per fare una doccia ed uscire dalla porta principale e che non è un grande sforzo, eppure ti trovi in questa morsa e non riesci a capire come uscirne. Così mi accorsi che facevo di meno, pensavo di meno e provavo meno sentimenti. Era una sorta di nulla assoluto.

Poi arrivò l’ansia. Se mi avessero detto che avrei dovuto essere depresso per tutto il mese successivo,avrei risposto “Dato che so che a novembre sarà tutto finito, posso farcela.” Ma se mi avessero detto,”Devi soffrire di ansia acuta per tutto il prossimo mese”, piuttosto mi sarei tagliato una mano. Quella sensazione era onnipresente come la sensazione che provi quando camminando scivoli, o inciampi e il terreno si avvicina all’improvviso, ma invece di durare mezzo secondo, come dovrebbe, è durata sei mesi. È come provare paura sempre, senza sapere di cosa hai paura. È stato a quel punto che ho iniziato a pensare che essere vivi faceva troppo male, e che l’unica ragione per non suicidarsi era non ferire altre persone.

Finalmente, un giorno mi svegliai e pensai che forse avevo avuto un ictus, perché ero disteso sul letto, completamente immobile, guardavo il telefono, e pensavo, “Qualcosa non va, dovrei chiedere aiuto” e non riuscivo ad alzare il braccio per prendere il telefono e comporre il numero. Finalmente, dopo aver passato quattro lunghe ore disteso a guardarlo, il telefono suonò e in qualche modo riuscii a rispondere, era mio padre, gli dissi, “Ho problemi seri. Dobbiamo fare qualcosa.”

Il giorno successivo iniziai a prendere farmaci e cominciai la terapia. Iniziai anche a pormi questa terribile domanda: se non sono la persona tosta che sarebbe sopravvissuta ad un campo di concentramento, allora chi sono? E se devo prendere dei farmaci, sono questi farmaci che mi rendono pienamente me stesso, o mi stanno trasformando in qualcun altro? E come mi sento se mi stanno trasformando in qualcun altro?

Mentre mi preparavo allo scontro, avevo due vantaggi. Il primo è che, obiettivamente, sapevo di avere una bella vita, che se solo fossi guarito c’era qualcosa dall’altra parte per cui valeva la pena vivere.L’altro era che stavo seguendo una terapia valida.

Ciononostante, ne uscivo e ci ricadevo, ne uscivo e ci ricadevo, ne uscivo e ci ricadevo, e alla fine capii che avrei dovuto continuare a prendere farmaci e a restare in terapia per sempre. Mi pensai, “È un problema chimico o psicologico? Serve una cura chimica o filosofica?” Non riuscivo a capire quale fosse la risposta. Quindi capii che, in realtà, non abbiamo fatto abbastanza progressi in nessuno dei due campi per trovare una spiegazione esauriente. Sia la cura chimica che quella psicologica hanno un ruolo e capii anche che la depressione era qualcosa che si era radicata in noi così in profondità che non c’era modo di separarla dal nostro carattere e dalla nostra personalità.

Voglio dire che le terapie per la depressione sono pessime. Non sono molto efficaci. Sono estremamente costose. Presentano innumerevoli effetti collaterali. Sono un vero disastro. Tuttavia sono molto grato di vivere in quest’epoca e non 50 anni fa, quando non ci sarebbe stato quasi nulla da fare. Spero che fra 50 anni si senta parlare delle mie terapie e che sconvolga il fatto che qualcuno sia sopravvissuto ad una scienza tanto arretrata.

La depressione è il punto debole dell’amore. Se una persona sposata pensasse, “Se mia moglie muore, ne troverò un’altra” non sarebbe amore così come lo conosciamo. L’amore non esiste senza la previsione della perdita, e lo spettro della disperazione può essere il motore dell’intimità.

Ci sono tre cose che le persone tendono a confondere: depressione, dolore e tristezza. Il dolore è esplicitamente reattivo. Se subisci una perdita e ti senti incredibilmente infelice, e poi, sei mesi più tardi, sei ancora profondamente triste, ma ti senti un po’ meglio, probabilmente è dolore, e probabilmente alla fine se ne andrà da solo in qualche modo. Se subisci una perdita catastrofica, e ti senti a pezzi, e sei mesi più tardi sei a malapena in grado di cavartela, allora è probabile che sia una depressione scatenata dalle circostanze catastrofiche. Il decorso ci dà tante informazioni. Le persone credono che la depressione sia solo tristezza. È tanta, decisamente troppa tristezza, tanto, troppo dolore decisamente non una causa.

Quando ho iniziato a comprendere la depressione, e ad intervistare coloro che ne erano affetti, ho scoperto che alcune persone, che sembravano avere ciò che pareva una depressione relativamente lieve, che ne erano totalmente interdette. C’erano altre persone che sembravano avere, a loro dire, una depressione terribilmente grave, le quali ciononostante vivevano una vita soddisfacente negli intervallifra un episodio depressivo e l’altro. Mi accingevo a scoprire ciò che fa sì che alcuni resistano meglio rispetto ad altri. Quali sono i meccanismi che consentono alle persone di sopravvivere? Così sono uscito ed ho intervistato una ad una persone che soffrivano di depressione.

Una delle prime persone che ho intervistato ha descritto la depressione come un modo più lento di morire e mi ha fatto bene sentirlo dire poiché mi ricordava che quel modo più lento di morire può davvero causare la morte, che questa è una faccenda seria. È la disabilità più diffusa al mondo, e miete vittime ogni giorno.

Una delle persone con cui ho parlato mentre cercavo di capire tutto questo era una cara amica che conoscevo da tanti anni, e che aveva avuto un episodio psicotico durante il primo anno di università,ed era poi precipitata in una terribile depressione. Era affetta da disturbo bipolare o mania depressiva, com’era nota all’epoca. Poi fece notevoli progressi grazie ad anni di terapia a base di litio, alla fine la terapia al litio fu interrotta per vedere come si comportava senza. Ebbe un’altra psicosi e piombò nella peggiore depressione che avessi mai visto durante la quale restava seduta nell’appartamento dei genitori, pressoché catatonica, praticamente immobile, giorno dopo giorno. Diversi anni dopo, quando l’ho intervistata a proposito di quell’esperienza – si chiama Maggie Robbins, è una poetessa ed una psicoterapeuta – quando l’ho intervistata, disse, “Cantavo ‘Where Have All The Flowers Gone’ripetutamente per tenere la mente occupata. Cantavo per rimuovere ciò che la mia mente diceva, e cioè, ‘Non sei niente. Non sei nessuno. Non meriti nemmeno di vivere.’ È stato allora che ho iniziato davvero a pensare di suicidarmi.”

Quando sei depresso, non pensi di essere coperto da un velo grigio e che stai vedendo il mondo attraverso la foschia del cattivo umore. Pensi che il velo sia stato portato via, il velo della felicità, e che ora stai guardando la realtà. È più semplice aiutare gli schizofrenici i quali percepiscono che c’è qualcosa di estraneo dentro di loro che deve essere esorcizzato, ma è difficile con i depressi, perché pensiamo di stare guardando la realtà.

Ma la realtà mente. Questa frase è diventata la mia ossessione: “La realtà mente.” Mentre parlavo con persone depresse, ho scoperto che hanno molte percezioni deliranti. Le persone diranno “nessuno mi vuole bene”. E tu dici “io ti voglio bene, tua moglie ti vuole bene, tua madre ti vuole bene.” Rispondere a questa frase viene abbastanza spontaneo, almeno a molte persone. Ma le persone depresse diranno anche “non importa cosa facciamo, tanto alla fine moriremo tutti.” Oppure diranno “non può esistere una vera unione fra due esseri umani. Ognuno di noi è intrappolato nel proprio corpo.” In questo caso bisogna rispondere “È vero, ma credo che ora dovremmo pensare a cosa mangiare per colazione.”(Risate) La maggior parte del tempo, ciò che esprimono non è un disturbo, ma una visione, si arriva a pensare che la cosa veramente straordinaria sia che molti di noi conoscono queste domande esistenziali ma non ci distraggono più di tanto. C’è stato uno studio che ho particolarmente apprezzato in cui ad un gruppo di persone depresse e ad un gruppo di persone non depresse è stato chiesto di giocare ad un videogioco per un’ora, alla fine dell’ora è stato chiesto loro quanti mostriciattoli pensavano di avere ucciso. Il gruppo di persone depresse è stato preciso rispondendo circa il 10 percento, mentre le persone non depresse credevano di avere ucciso 15 o 20 volte più mostriciattoli – (Risate) – di quelli che avevano eliminato realmente.

Quando ho scelto di scrivere della mia depressione, molti hanno detto che dev’essere davvero difficileuscire allo scoperto, e parlare agli altri della propria condizione. Chiedevano, “Le altre persone ti parlano in modo diverso?” Risposi, “Sì, le altre persone mi parlano in modo diverso. Mi parlano in modo diverso poiché iniziano a parlarmi della loro esperienza, dell’esperienza della loro sorella,dell’esperienza del loro amico. È diverso perché ora so che la depressione è il segreto di famiglia di ognuno di noi.

Qualche anno fa andai ad una conferenza, ed il venerdì della tre giorni di conferenza una delle partecipanti mi prese da parte, e mi disse, “Soffro di depressione e mi imbarazza un po’, ma sto prendendo questo farmaco e volevo chiederle cosa ne pensa” Così feci del mio meglio per darle i consigli di cui aveva bisogno. Lei disse “Sa, mio marito non capirebbe mai. Lui è il tipo di persona per cui tutto questo non ha senso, perciò è una cosa fra me e lei.” Ed io risposi “Va bene.” La domenica della stessa conferenza, suo marito mi prese da parte e disse, “Mia moglie non penserebbe che io sia un brav’uomo se lo sapesse, ma ho avuto a che fare con questa depressione e sto prendendo qualche farmaco, e mi chiedevo lei cosa ne pensa” Nascondevano lo stesso farmaco in due posti diversi nella stessa camera da letto. Io dissi che pensavo che la comunicazione all’interno del matrimonio potrebbe essere la causa di alcuni dei loro problemi. (Risate) Ma sono anche rimasto colpito dalla natura opprimente di quella segretezza reciproca. La depressione è davvero estenuante. Assorbe una gran quantità di tempo ed energia, e non parlarne la rende solamente peggiore.

Poi ho iniziato a pensare a tutto ciò che fanno le persone per sentirsi meglio. All’inizio ero un conservatore riguardo alla medicina. Pensavo esistessero poche terapie efficaci, era chiaro quali fossero, c’erano i farmaci, c’erano certe psicoterapie, c’era la terapia elettroconvulsivante, e tutto il resto non aveva senso. Poi ho fatto una scoperta. Se soffri di cancro al cervello e dici che restare in equilibrio sulla testa ogni mattina per 20 minuti ti fa stare meglio, può anche farti stare meglio, ma hai ancora un cancro al cervello che forse ti porterà alla morte. Ma se dici di soffrire di depressione, e restare in equilibrio sulla testa per 20 minuti al giorno ti fa stare meglio, allora funziona, perché la depressione è un disturbo del modo in cui ti senti, e se ti senti meglio, allora davvero non sei più depresso. Così sono diventato molto più tollerante nei confronti del vasto mondo delle terapie alternative.

Ricevo lettere, centinaia di lettere da persone che mi scrivono per raccontarmi cosa si è rivelato efficace per loro. Oggi qualcuno dietro le quinte mi chiedeva informazioni sulla meditazione. Fra le lettere che ho ricevuto, la mia preferita è stata quella che ho ricevuto da una donna che mi ha scritto dicendo di aver tentato con la terapia, di aver tentato con i farmaci, di aver tentato con tutto, e di aver trovato una soluzione che sperava io rivelassi al mondo, che consisteva nel creare piccole cose a maglia. (Risate) Me ne ha mandate alcune. (Risate) Ma non le sto indossando in questo momento. Le ho anche suggerito di cercare la definizione di disturbo ossessivo-compulsivo nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.

Quando ho preso in considerazione le terapie alternative, ho anche acquisito una prospettiva su altre terapie. Mi sono sottoposto ad un esorcismo tribale in Senegal con tantissimo sangue di montone che ora non descriverò nel dettaglio, ma qualche anno più tardi ero in Ruanda a lavorare ad un altro progetto, e mi è capitato di descrivere la mia esperienza a qualcun altro, il quale disse, “Beh, sai,quella è l’Africa occidentale, e questa è l’Africa orientale, i nostri rituali sono molto diversi, ma alcuni dei nostri rituali hanno alcune cose in comune con ciò che stai descrivendo.” Io dissi, “Oh”, lui disse “Sì, ma abbiamo avuto grossi problemi con gli psichiatri occidentali, in particolare quelli che arrivarono subito dopo il genocidio.” Io chiesi, “Che tipo di problemi avete avuto?” Lui rispose “Beh, fecero una cosa bizzarra. Non portarono la gente fuori all’aperto dove cominci a sentirti meglio. Non usarono percussioni o musica per creare emozioni nelle persone. Non coinvolsero l’intera comunità. Non esternavano la depressione come fosse uno spirito invadente. Invece, ciò che fecero fu portare una persona alla volta in stanze piccole e squallide e farle parlare per un’ora delle cose brutte che erano capitate loro.” (Risate) (Applausi) Lui disse “Abbiamo dovuto chiedere loro di lasciare il paese.” (Risate)

Ora, per quanto riguarda le terapie alternative, lasciate che vi parli di Frank Russakoff. Frank Russakoff era affetto forse dalla depressione più grave che abbia mai visto in una persona. Era costantemente depresso. Quando lo incontrai, era arrivato ad un punto in cui si sottoponeva ad elettroshock ogni mese, dopo il quale si sentiva disorientato per una settimana. Poi stava bene per una settimana, e la settimana successiva tutto precipitava. Quindi si sottoponeva ad un’altra seduta di elettroshock.Quando lo incontrai, mi disse, “È insopportabile trascorrere le settimane in questo modo. Non posso continuare così, e mi è venuto in mente come porvi fine se non mi sentirò meglio. “Ma” mi disse, “ho saputo di un protocollo al Mass General riguardante una procedura chiamata cingulotomia, che sarebbe neurochirurgia, e penso che farò un tentativo con quella.” Ricordo che fui davvero sospresodi vedere che qualcuno che chiaramente aveva vissuto tante brutte esperienze con tante terapie diverse avesse ancora sepolto da qualche parte dentro di sè abbastanza ottimismo per fare un altro tentativo. Si sottopose a cingulotomia, e l’intervento ebbe un successo incredibile. Ora è mio amico.Ha una moglie adorabile e due bellissimi bambini. Il Natale dopo l’intervento mi scrisse una lettera, in cui diceva, “Mio padre mi ha fatto due regali quest’anno, il primo è un porta-CD a motore da The Sharper Image, di cui non è che avessi bisogno, ma sapevo che me lo regalava per festeggiare il fatto che vivo per conto mio e che ho un lavoro che adoro. L’altro regalo era una foto di mia nonna morta suicida. Mentre la scartavo, ho iniziato a piangere, mia madre venne da me e mi disse, “Stai piangendo per i parenti che non hai mai conosciuto?” Io risposi, “Lei aveva la mia stessa malattia.” Sto piangendo anche adesso mentre ti scrivo. Non è che mi sento triste, ma l’emozione è troppo forte,forse perché avrei potuto suicidarmi, ma sono andato avanti grazie ai miei genitori e ai medici, e ho fatto l’intervento. Sono vivo, e sono riconoscente. Viviamo nel periodo giusto, anche se non sempre ci sembra che sia così.”

Mi ha colpito il fatto che la depressione viene generalmente percepita come una malattia moderna dell’Occidente, che colpisce il ceto medio, così mi sono informato su come agisce in contesti diversi,ed una delle cose a cui mi sono interessato di più è stata la depressione fra gli indigenti. Così ho provato a raccogliere informazioni su ciò che veniva fatto per i poveri affetti da depressione. Ho scoperto che la maggior parte dei poveri non vengono sottoposti a terapie antidepressive. La depressione è il risultato di una vulnerabilità genetica, che presumibilmente è equamente distribuita fra la popolazione, e di circostanze scatenanti che probabilmente sono molto più gravi per gli indigenti.Eppure, se ti senti sempre una nullità anche se hai una moglie adorabile, arrivi a pensare, “Ma perché mi sento così? Devo essere depresso.” Ti metti in testa di cercare una terapia. Ma se vivi una vita tremenda, e ti senti sempre una nullità, ciò che senti è commisurato alla tua vita, e non ti viene da pensare, “Forse si può curare.” Perciò in questo paese esiste un’epidemia di depressione fra gli indigenti che non viene diagnosticata, né curata, né tantomeno affrontata, ed è una tragedia enorme.Così ho trovato una ricercatrice che stava conducendo un progetto di ricerca nei quartieri poveri fuori Washington D.C., in cui selezionava donne affette da altri problemi di salute e diagnosticava loro una forma di depressione, quindi procedeva con un protocollo di sperimentazione di sei mesi. Una di loro, Lolly, arrivò e quello stesso giorno disse queste parole. Fra l’altro, era una donna con sette figli. Disse,”Avevo un lavoro ma ho dovuto lasciarlo perché non riuscivo a uscire di casa. Non ho nulla da dire ai miei figli. Al mattino, non vedo l’ora che escano, poi mi sdraio sul letto, mi copro fin sopra la testa e le tre, ora in cui tornano a casa, arrivano troppo in fretta”. Disse, “Ho preso tanto Tylenol e qualunque cosa potessi prendere per dormire di più. Mio marito mi ha detto che sono stupida, e che sono brutta.Vorrei poter porre fine a questa sofferenza.”

Venne iscritta nel protocollo sperimentale, e quando la intervistai sei mesi più tardi aveva ottenuto un lavoro da educatrice per la marina militare americana, aveva lasciato il marito che la insultava e mi disse, “I miei figli sono molto più felici adesso.” Disse, “La mia nuova casa ha una stanza per i maschi e una per le femmine, ma di notte vengono tutti nel mio letto, facciamo i compiti e tutto il resto tutti insieme. Uno di loro vuole diventare pastore, un altro vuole fare il pompiere, e una delle femmine dice che diventerà avvocato. Non piangono più come prima, e non litigano più. Tutto ciò di cui ho bisogno adesso sono i miei figli. Le cose cambiano di continuo, come mi vesto, come mi sento, come mi comporto. Posso uscire senza avere più paura, e non credo che quelle brutte sensazioni torneranno,se non fosse stato per la Dr.ssa Miranda sarei ancora a casa con le coperte sopra la testa, ammesso di essere ancora viva. Ho chiesto al Signore di mandarmi un angelo, ed ha ascoltato le mie preghiere.”

Queste esperienze mi hanno davvero scosso, e ho deciso di raccontarle non solo scrivendo un libro su cui stavo lavorando, ma anche in un articolo, così il The New York Times Magazine mi ha incaricato di scrivere riguardo la depressione fra gli indigenti.

Ho raccontato la mia storia, e la mia editrice mi chiamò e mi disse, “Non possiamo pubblicarlo”

Io chiesi “Perché no?”

Lei rispose, “È troppo inverosimile. Queste persone vivono ai margini della società, poi si sottopongono a qualche mese di terapia e sono virtualmente pronte a gestire aziende tipo Morgan Stanley? È troppo inverosimile.” Lei disse, “Non ho mai sentito niente di simile.”

Io risposi, “Il fatto che non ne ha mai sentito parlare significa che sono notizie nuove.” (Risate) (Applausi) “E lei rappresenta una rivista d’informazione.”

Così, dopo vari negoziati, il pezzo è stato accettato. Ma credo che molte cose che mi dissero siano in qualche modo collegate al disgusto che molti provano ancora per l’idea di terapia, l’idea che se andassimo a curare tante persone delle comunità indigenti questa sarebbe una cosa da sfruttatori,poiché cambieremmo queste persone. Esiste un falso imperativo morale che sembra essere tutto intorno a noi, secondo cui la cura della depressione, le medicine e tutto il resto, sono un artificio, una cosa innaturale. Io penso che sia molto fuorviante. Sarebbe naturale che i denti delle persone cadessero, ma nessuno fa campagne contro il dentifricio, almeno non fra i miei conoscenti.

E poi la gente dice, “Ma la depressione non fa parte dell’esperienza delle persone? Non ci evolviamo per essere depressi? Non è parte della nostra personalità?” A loro vorrei rispondere che lo stato d’animo si adatta. La capacità di provare tristezza e paura, gioia e piacere, e tutti gli altri stati d’animo,hanno un grandissimo valore. La depressione grave è qualcosa che si verifica quando questo sistema si rompe. È maladattivo.

Le persone vengono da me e mi dicono, “Io penso che, se resisto anche solo per un altro anno, credo di riuscire a venirne fuori.”

E io rispondo sempre loro, “Potrai anche venirne fuori, ma non avrai più 37 anni. La vita è breve, e stai parlando di rinunciare ad un intero anno. Pensaci bene.”

È una strana carenza della lingua inglese, ed anche di molte altre lingue, il fatto che usiamo questa stessa parola – depressione – per descrivere lo stato d’animo di un bambino se il giorno del suo compleanno piove, e per descrivere come si sente una persona un minuto prima di suicidarsi.

La gente mi dice, “C’è continuità con la normale tristezza?” Io dico, “In un certo senso c’è continuità con la normale tristezza. C’è una certa dose di continuità, ma allo stesso modo in cui c’è continuità fra avere una recinzione metallica fuori casa su cui si forma un po’ di ruggine, che poi devi raschiare via e ridipingere, e ciò che accade se abbandoni la casa per 100 anni e questa si arrugginisce fino a diventare un mucchio di polvere arancione. È quel punto di ruggine arancione, quella polvere arancione, è proprio quello che ci prepariamo ad affrontare.

Ora la gente dice, “Prendi queste pillole della felicità, e ti senti felice?” No. Ma non sono triste di dover pranzare, e non sono triste a causa della mia segreteria telefonica, e non sono triste se faccio una doccia. Invece provo più emozioni, rifletto, perché posso provare tristezza senza nullità. Sono triste per via di delusioni professionali, per via di rapporti logorati, per via del riscaldamento globale. Sono queste le cose che ora mi rendono triste. E mi sono chiesto quale fosse la conclusione. Come fanno queste persone che hanno vite migliori e soffrono di depressione anche più grave, a venirne fuori?Come funziona il meccanismo di ripresa? E la risposta che mi sono dato col tempo è che le persone che negano la propria esperienza, quelle che dicono, “Molto tempo fa ero depresso e non voglio pensarci più, non mi ci soffermerò, mi limiterò ad andare avanti con la mia vita”, ironicamente, sono le persone che sono più sottomesse dalla propria patologia. Chiudere fuori la depressione non fa che rinforzarla. Mentre ti nascondi da lei, quella cresce. E le persone che migliorano sono quelle in grado di sopportare il fatto di esserne affetti. Le persone che riescono a tollerare la depressione sono quelle che riescono a riprendersi.

Così Frank Russakoff mi disse, “Se dovessi rifare tutto, non credo che lo rifarei in questo modo, ma stranamente sono grato per l’esperienza che ho vissuto. Sono felice di essere andato 40 volte in ospedale. Mi ha insegnato così tanto sull’amore, ed il mio rapporto con i miei genitori ed i miei mediciè stato davvero prezioso per me, e lo sarà sempre.”

Maggie Robbins disse, “Ho fatto la volontaria in una clinica di malati di AIDS, non facevo altro che parlare e parlare, e le persone con cui avevo a che fare non erano molto reattive, così pensavo, “Non sono molto amichevoli, non mi aiutano.” Allora ho capito, ho capito che non avrebbero fatto altro che chiacchierare per qualche minuto. Era semplicemente un’occasione in cui non ero affetta da AIDS e non stavo morendo, ma riuscivo a tollerare il fatto che loro ne erano affetti e stavano morendo. I nostri bisogni sono le nostre risorse più importanti. Alla fine ho imparato a dare tutto ciò di cui ho bisogno.”

Valorizzare la depressione di una persona non impedisce una ricaduta, ma può rendere la prospettiva di una ricaduta, e perfino la ricaduta stessa, più semplice da tollerare. Il problema non è tanto trovare un grande significato e decidere che la depressione è stata molto importante. È cercare quel significato e pensare, quando ritorna, “Sarà un inferno, ma imparerò qualcosa.” Durante la mia depressione ho imparato quanto può essere forte un’emozione, quanto può essere reale e ho capito che quell’esperienza mi ha consentito di provare emozioni positive in modo più intenso e concentrato.Il contrario di depressione non è felicità, ma vitalità, ed ora la mia vita è vitale, anche nei giorni in cui sono triste. Ho sentito quel funerale nella mia testa, e mi sono seduto accanto al colosso ai confini del mondo ed ho scoperto qualcosa dentro di me che chiamerei anima e che non avevo mai concepito fino a quel giorno di 20 anni fa, quando l’inferno mi fece visita a sorpresa. Credo che, anche se odiavo essere depresso e odierei essere depresso di nuovo, di aver trovato un modo di amare la mia depressione. La amo perché mi ha costretto a trovare la gioia e ad aggrapparmi ad essa. La amo perché ogni giorno decido, a volte con coraggio, a volte contro il buon senso del momento, di attaccarmi alle ragioni per cui vivere. Questo, secondo me, è un grande privilegio.

Grazie.

Stavolta

voragineStavolta il buco è più profondo. Molto di più. L’ho detto molte volte, l’incapacità di relativizzare è parte della vita di tutti. “Pensa a chi sta peggio” è la frase peggiore che si possa pronunciare. Come ha detto il mio amico redpoz in questo post, anche “andrà tutto bene” è una grandissima boiata, da dire e da sentire. Perché che ne sai? Che ne sai che andrà tutto bene? E che ne sai di come mi sento, e come fai a dire come si sente chi sta peggio? Qual è il metro? Qual è la misura? Il cibo quotidiano? Il tetto sulla testa? Ok, mi è andata di culo. Sono nato qui. Ma un po’ del mio, puttanaccia eva, ce l’ho messo anche io. Sono lustri che mi rompo il fondoschiena. Avrò diritto, considerate le condizioni al contorno, ad un tetto sulla testa e al cibo?

Non voglio farne un problema di meritocrazia. Voglio però sgombrare il campo da facili illusioni. Se uno si sveglia pensando “oddio un altro giorno” non è proprio un bel sentire, ecco.

E allora si prova a resistere, e si prova e si riprova. E poi viene il momento che si dice, ok. Anche se sono tre anni che ne faccio a meno, ok. Prendo i farmaci. Ma i farmaci non funzionano. E allora si prova a cambiare farmaco. E qualcosa fa, ma non troppo. La notte è una sequenza di risvegli con cadenza oraria più o meno.

E intanto i giorni passano. Cerco di dimenticare. Di andare oltre. E’ una fatica immensa.

P.S.: Ringrazio tantissimo sguardiepercorsi che mi ha indirizzato a questo video di Andrew Solomon, che inizia con una meravigliosa poesia di Emily Dickinson, riportata qui di seguito.

I felt a Funeral, in my Brain,
And Mourners to and fro
Kept treading—treading—till it seemed
That Sense was breaking through—

And when they all were seated,
A Service, like a Drum—
Kept beating—beating—till I thought
My Mind was going numb—

And then I heard them lift a Box
And creak across my Soul
With those same Boots of Lead, again,
Then Space—began to toll,

As all the Heavens were a Bell,
And Being, but an Ear,
And I, and Silence, some strange Race
Wrecked, solitary, here—

And then a Plank in Reason, broke,
And I dropped down, and down—
And hit a World, at every plunge,
And Finished knowing—then.

Succede che

Wish aka Max:

Un tema a me molto caro, rilancio da qui il post dei discutibili.

Originally posted on i discutibili:

Succede che in questo periodo siamo tutti un po’ presi.

Succede che uno di noi legga una cosa e proponga un reblog.

Succede che un altro di noi dica mettiamoci due righe.

Succede che tra poco sarà il 25 novembre, giornata ONU per l’eliminazione della violenza.

Succede che le violenze sono all’ordine del giorno, lasciamo stare per favore i termini abusati, e parliamo degli abusi. Parliamo di Sonia, la cui storia si trova qui.

Succede che, come si dice nel post, il giorno 25 novembre “qualcuno continuerà a fare qualcosa mentre Sonia non dovrà più preoccuparsi di fare niente”. Perché Sonia non c’è più.

Succede che per fortuna ci sono tante persone che agiscono, ma le violenze sono ripetute e continue.

E succede anche che sia stato pubblicato un meraviglioso video di TED, che parla delle ragioni per cui le donne abusate ci mettono tanto ad andar via…

View original 36 altre parole

Non è difficile, basta volerlo

mazzetta_corruzione-300x233Qualche sera fa ho visto un “Otto e mezzo” in cui era ospite Piercamillo Davigo. Chi è sensibilmente più giovane di me, non ricorderà il ’92, e che le (cito da Wikipedia) “inchieste furono inizialmente condotte da un pool della Procura della Repubblica di Milano (formato dai magistrati Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Gherardo Colombo, Tiziana Parenti, Ilda Boccassini e guidato dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli e dal suo vice Gerardo D’Ambrosio)”. In quel periodo si parlò molto di corruzione. E si diede l’illusione al Paese che la corruzione sarebbe magicamente scomparsa, grazie alle inchieste, grazie alla “pulizia” effettuata a livello politico, grazie alla “nuova” classe dirigente che si apprestava a guidare quella che di lì a poco sarebbe stata infelicemente battezzata come “Seconda Repubblica”.

Consentitemi una parentesi, non capisco mai perché abbiamo sempre bisogno di ricorrere a metafore provenienti da culture differenti. La numerazione delle Repubbliche è di marca francese, e ha un suo perché che affonda le radici in eventi storici molto precisi e traumatici che hanno segnato il passaggio dall’una all’altra. Se il fatto di arrestare una banda di malfattori rappresenta un evento significativo, allora immagino di essere un inguaribile romantico. E tutto sommato son contento così.

Chiusa la parentesi, torniamo a casa nostra. La Seconda Repubblica non solo non ha visto attenuarsi il fenomeno della corruzione, ma anzi ne ha testimoniato una recrudescenza. Perché “si rischia di più” e quindi le “tariffe” diventano più alte. Le percentuali aumentano. E non cambia nulla. Ma non sto parlando di massimi sistemi. Sto parlando della micro-corruzione che riguarda impiegati che hanno la ventura di trovarsi in uffici pubblici che si relazionano con imprese private.

Ebbene, oggi, dopo più di vent’anni, ci accorgiamo che la corruzione non solo non è stata debellata (“Ooooooooooooooooooh”, diranno i miei 15 lettori, con uno sguardo pieno di sorpresa e meraviglia), ma è “più bella e più superba  che pria” (Bravo, Grazie!). Ebbene, tutto questo non è casuale, ma è semplicemente dovuto al fatto che “Dottò oggi è più pericoloso, me deve dà deppiù”.

E cosa ha detto il buon Davigo, a Otto e Mezzo? Ha detto che quando è stato in USA e si è confrontato con i suoi colleghi e con persone dell’FBI (vale appena la pena di ricordare che l’FBI è un’organizzazione FEDERALE, che ha competenze che vanno oltre quelle dei singoli stati), gli è stato detto “Ma voi cercate di combattere la corruzione con le inchieste?” E al timido sì di Davigo, dopo una risata, la risposta è stata “Beh qui da noi facciamo diversamente. Usiamo gli agenti sotto copertura”. In buona sostanza, siccome molti amministratori e gestori (giudici compresi) sono nominati tramite elezione, qualche tempo dopo l’elezione un agente sotto copertura va lì e offre dei soldi all’eletto. Ovviamente il tutto avviene in modo accorto, credibile, e non da sprovveduti.

Allora, a proposito di domande su come risolvere qualche problema. Ma perché non facciamo così? Non è difficile, no? Mandiamo un poliziotto in borghese da un politico / amministratore / funzionario pubblico e gli facciamo offrire dei soldi. E poi, se li accetta, lo mettiamo in gabbia e buttiamo la chiave. Sarei pronto a scommettere che dopo averne carcerati una dozzina la corruzione diminuirebbe.

Certo è che questo andrebbe fatto a tutti i livelli. Non bastano Camera e Senato, servono consigli Regionali, consigli Provinciali, Comunali, Circoscrizionali, funzionari di Uffici Tecnici, eccetera eccetera eccetera.

Sono ingenuo, lo so. Non succederà mai. Ma è bello pensare che si potrebbe fare.

Di comunicazioni fuorvianti e di flame inutili

incolparePiù di sei mesi fa la mia cara amica verba scrisse un post intitolato “Tutti dottori”, che per una di quelle strane cose che a volte succedono nel web, è diventato virale e ha generato decine di migliaia di hit sul suo blog. Il succo del post era che se qualcuno che ha studiato, o ha competenze in un certo campo, fa una certa affermazione, di norma questa affermazione ha un grado di affidabilità maggiore rispetto ad affermazioni contrarie fatte da persone che conoscono la materia solo superficialmente.

Cito questo post perché di recente è girata una petizione su Internet con la quale si chiedeva di non concedere il patteggiamento all’uomo che, ubriaco, e alla guida di un’auto rubata, aveva ucciso una bimba in un incidente stradale. La petizione continuava dicendo che dopo soli 4 mesi di carcere all’omicida erano stati concessi gli arresti domiciliari.

Ora ci sono un paio di considerazioni che vorrei fare. La prima è che formulare una comunicazione in questo modo è completamente fuorviante. I 4 mesi di detenzione infatti non fanno parte della pena, ancora da stabilire, ma della carcerazione preventiva cui è stato sottoposto l’uomo. Carcerazione preventiva che continua, mediante gli arresti domiciliari, su decisione del giudice. Un altro mio caro amico, redpoz, ha spiegato con dovizia di particolari in questo post tutte le ragioni giuridiche per cui questo omicidio si configura come colposo, come la legge preveda la possibilità di patteggiare, e come solo chi ha titolo a decidere, cioè il giudice, è in grado di prendere una decisione.

Su questa vicenda ci sono stati più post, uno molto toccante di un altro caro amico, intesomale, che ha dichiarato in sintesi che pur solidarizzando con la madre della vittima sul piano personale, e pur dichiarandosi incapace di frenare il proprio singolo istinto omicida nel caso fosse stato lui il diretto interessato, si dichiarava contrario alla logica del branco, e della “vendetta collettiva”, quale si configurava tra le righe quella richiesta di petizione.

Curiosamente le argomentazioni di intesomale e quelle di redpoz, partendo le une da un piano meramente emotivo e sociologico, le altre da un piano tecnico giuridico, coincidono nelle conclusioni, vale a dire: quella petizione è sbagliata. E’ sbagliato chiedere vendetta collettiva sul piano sociologico, è sbagliato tentare di influenzare un giudice sul piano giuridico.

E’ stato invece interessante seguire un filone parallelo che si è aperto, sul sistema giustizia, che è culminato in un post di TADS, sulla pena di morte e in generale sul sistema giustizia.

Ma torniamo alle modalità di comunicare, e all’incipit che riguarda verba. Noto, con orrore, che sempre più spesso la stragrande maggioranza delle persone non approfondisce le notizie, non si cura di capire il perché e il percome, non si interessa di andare oltre l’apparenza. Quel che succede è che questa stragrande maggioranza si fa trascinare dall’emotività e dal messaggio (come detto fuorviante). Perché insisto sul concetto di fuorviante? Perché mentre da una parte si chiede di non concedere il patteggiamento, dall’altra surrettiziamente si introduce il tema della carcerazione preventiva, senza parlare esplicitamente del fatto che non è una pena detentiva, e si lascia quasi intendere che il reo se la caverebbe con 4 mesi di carcere. Ovvio che l’emotività salga, ovvio che si puntino migliaia di dita contro il ladro ubriaco che uccide una bimba.

Ora un dibattito serio potrebbe esser impostato andando a studiare la giurisprudenza che classifica gli omicidi per incidente stradale come colposi, e affidandosi a tecnici o a studi personali esprimere un’opinione che abbia un senso. Che il sistema giustizia sia migliorabile è opinione condivisibile, abbiamo molti esempi di malfunzionamenti a tutti i livelli, primo tra tutti l’eccessiva lunghezza dei processi, specialmente per le cause civili.

Ma come dicevo in un mio commento, non ricordo più in quale blog, io non credo nella democrazia diretta. Non credo nell’interpellare la rete per sapere se sia giusto utilizzare o meno l’energia nucleare. Non credo neanche che questo debba essere deciso usando lo strumento referendario. Io credo fermamente nella democrazia rappresentativa. Credo nell’elezione di persone che si avvalgano di tecnici competenti ed esperti che sappiano dare gli indirizzi strategici di politica del paese.

Io non sono cieco, vedo quale scempio sia stato fatto di questo povero paese. E continuo a chiedermi come poter uscire da questa situazione. Sono fermamente convinto che la strada non sia quella della democrazia diretta. Credo che dovremmo rifondare la classe politica. E rifondare questo paese. Ricostruendo la fiducia nelle istituzioni e il senso della comunità, il rispetto basico per i diritti degli altri, il concetto che la propria libertà finisce dove inizia quella altrui. Il senso dello Stato, in altre parole. Distrutto da troppi anni di malgoverno, e di troppi inviti a considerare solo ed esclusivamente il proprio orticello.

In buona sostanza, un buon primo passo per tutti potrebbe essere quello di informarsi bene. Di andare alla radice dei problemi. Di verificare le fonti. Di non accontentarsi di puntare il dito sull’onda dell’emotività, ma di fermarsi un attimo e pensare: “ma siamo sicuri che sia tutto qui?”

Einstein diceva una cosa meravigliosa: “everything should be made as simple as possibile, but not simpler”. Letteralmente vuol dire che tutto dovrebbe essere descritto nel modo più semplice possibile, ma non più semplicemente di così. Il significato è che determinate complessità non possono essere semplificate più di tanto. Se non è tutto bianco o tutto nero, ma è parte bianco e parte nero, non si può semplificare dando risalto solo alla parte bianca o alla parte nera, trascurando il resto.

E così forse si risparmierebbe anche qualche flame inutile.

PS: ringrazio di cuore tutte le persone che mi hanno scritto chiedendomi se va tutto bene. E’ un periodo in cui non ho molto tempo a disposizione, e in cui il morale non è proprio al massimo. Ma sono qui, alive and kicking.