La presentazione del libro senza libro

iaiaguardo2Continuo a pensare che niente sia per caso, e che l’alternanza tra bianco e nero governi la nostra esistenza. E in un momento abbastanza difficile per me, capita “a fagiolo” un evento che mi carica di energia positiva (E peraltro le notizie che arrivano sul fronte di mia madre sono per ora migliori del previsto, abbiamo avuto novità positive oggi, quindi aspetto i prossimi passi incrociando le dita).

Sto parlando della presentazione del libro senza libro al Salone del Libro di Torino, avvenuta ieri. Il libro è quello di Iaia, ovviamente. Solo lei  avrebbe potuto fare una presentazione di un oggetto senza l’oggetto. E questo la Mondadori lo ha capito perfettamente. E quindi ieri me ne sono volato a Torino in un blitz mattina-sera perché volevo esserci. Ma sopra ogni altra cosa, sapendo che era l’unica data concordata con Mondadori, avevo la certezza che ci sarebbe stata.

E’ stata una giornata memorabile, e mi viene complicato sia fare la cronaca minuto per minuto, sia metter giù una lista di momenti “importanti”, per cui vado un po’ in ordine sparso, senza alcun ordine, perché le emozioni sono state intensissime dall’inizio alla fine.

Ho conosciuto Turi e Nanda. E’ stata una cosa straordinaria, come tutto quel che riguarda la mia amicizia con Iaia. Tramite i racconti bloggherecci e le descrizioni telefoniche, io praticamente già li conoscevo. E la sensazione è stata proprio quella di ritrovarsi con vecchi amici. Nanda è una forza della natura, ha uno sguardo intensissimo e hai la netta sensazione che non le sfugga nulla, neanche il più piccolo particolare; oltre ad avere un’allegria e un senso dell’humor straordinati. Turi è fantastico, e ieri aveva quello sguardo trasognato che conosco bene, lo sguardo di quanto ti scoppia il cuore di orgoglio paterno.

Ho conosciuto Adnachiel, Cenere e Franciulla. Le chiamo con i nick che usavamo su pigrecoemme, perché nonostante siano passati più di 10 anni, sono questi i “nomi” che ricordo, e anche qui, è stata un’emozione grande, finalmente dare un volto e poter abbracciare persone con le quali hai avuto l’opportunità di condividere tantissime cose, per molti anni.

Ho conosciuto Sel, pani, francy, yliharma, Flo. Ci siamo ritrovati e anche qui, è stato come conoscersi e ritrovarsi, lo dicevo a pani, ho intravisto un volto che mi sembrava familiare, ed era lui. Io non lo so spiegare meglio di così, è una sensazione di familiarità per cui tu già hai un’idea molto precisa di chi hai di fronte, vedersi è solo un completamento, un assegnare una forma, dei colori, a un’essenza già nota. Ma il piacere dell’abbraccio quello c’è tutto. Perché altro è un abbraccio virtuale, altro è un abbraccio in carne e ossa.

Ho conosciuto Daniela, Enrica, e Marina, tre persone che hanno avuto una parte importante nella presentazione (e che l’hanno gestita alla grandissima). Enrica è la talent-scout che ha trovato Iaia, Marina è la giornalista di Repubblica che le ha dedicato un paginone nella Cultura, e Daniela è la signora Pastiglie Leone. E mentre loro raccontavano, ho percepito le stesse esitazioni che ho io quando racconto di Iaia, in particolare mentre parlava Daniela. Perché raccontare di Iaia è come raccontare una favola. E le cose che succedono sembra che siano una combine mirata a fare pubblicità, e le storie collaterali che accadono sembrano dei feuilleton scritti ad arte o peggio inventati. E invece no, perché è tutto vero, e tutto incredibile esattamente come appare raccontandolo. E’ la storia della realizzazione di sogni. Sogni, non sogno. Perché sicuramente pubblicare un libro con Mondadori è un sogno. Ma lo è anche Hollo. Lo è anche la collaborazione con Pan di Stelle, o quella con Pastiglie Leone. E parlo volutamente solo di storie professionali.

Poi c’era bestiabionda, ammirevole nella sua serafica calma mentre rispondeva al telefono con una mano, con un’altra mi dava le magliette, e con un’altra distribuiva paste di mandorle agli astanti… Onnipresente, iperefficiente e iperefficace, una problem solver nata.

E poi c’era lei. La cuoca matta. Come ho detto a molti, se semo divertiti parecchio, àmo pianto ‘na cifra. Iaia praticamente non ha mai smesso. Debbo dire con un certo disappunto che sono stato praticamente l’unico al quale non è stato dedicato un pianto singolo e accorato. A mia discolpa debbo dire che era però avvenuto in Trinacria, due anni fa. E quindi va bene così :D Mentre la presentazione procedeva, e Iaia si commuoveva, io sorridevo come un deficiente. Ma non per altro, perché mi dicevo “Ecco, è proprio così che è, e non potrebbe essere diversa, perché se fosse diversa non sarebbe lei”, e pensavo quello che scrivevo nel precedente paragrafo, che a raccontarlo sembra finto, ma non è finto, perché è vero, vero tutto.

In gran segreto erano state preparate delle magliette, su iniziativa di bestia e di elli. Con la scritta “groupie di maghetta streghetta” e dietro un grosso “PERDINCIBACCO!” oltre a due disegni maghettosi. Lo sguardo di Iaia quando le ha viste (ché ovviamente le abbiamo indossate tutti, insomma tutti quelli che le avevano prenotate) è stato memorabile. Non sapeva se incazzarsi o commuoversi (lascio al lettore per esercizio decidere cosa ha fatto). E insomma, bello. Una bella situazione, con tante belle persone.

Che altro dire? Sono state distribuite paste di mandorla come se non ci fosse un domani, le lattine di Pastiglie Leone personalizzate sono andate via in 4, massimo 5 picosecondi, il nippotorinese era anche lui molto, molto emozionato. Marina gli ha chiesto “Ecco ma per te che sei di Torino, com’è Torino vista dalla Sicilia”. Il nippo ha preso fiato, si è guardato intorno, e ha pronunziato un lungo discorso, chiaramente mirato a trasmettere la sua eredità spirituale a quel consesso di persone assetate di saggezza. Ha detto: “Lontana”. E poi ha fatto una lunga pausa. E poi ha detto “Molto lontana”.

E’ stato bello rivederlo, Pier. Ed è stato bello rivedere l’equilibrio della coppia Pier-Iaia. Che come tutti gli equilibri di coppia è peculiare e basato su codici segreti in possesso dei soli componenti la coppia. Ma si vede l’intesa, si vede la sintonia, si vede il comprendersi con un mezzo sguardo, un mezzo cenno.

Ah, quasi dimenticavo. Iaia ha distribuito un kit di sopravvivenza a tutti gli intervenuti. Contenente generi di conforto di primissima necessità. Anche questo in perfetto stile Iaioso. E insomma. Una giornata memorabile, di quelle da segnare e da ricordare.

UPDATE e io lo sapevo che mi scordavo qualcosa e qualcuno! Kurokoooooooooooooo cacchio!!!! Che è in forma SMA-GLIAN-TE. E che carinamente come sempre mi ha chiesto delle mie cose.

Un film intitolato “Ordalia”

Gray_ribbonTe li ricordi tutti, quegli undici mesi. La lastra con la macchia, poi la TAC, poi la TAC col contrasto, poi la total body, poi la broncoscopia, poi la biopsia, poi le ricerche su Internet, poi l’interrogatorio dei medici per sapere le statistiche, poi la chemio, poi l’estate, poi l’autunno, poi il miglioramento, poi le speranze, poi le analisi, poi le visite, poi il ricovero, poi il peggioramento, poi le metastasi, poi il Natale, poi il compleanno, poi la radioterapia, poi il peggioramento, poi la fine.

E ora di nuovo. E di nuovo ai polmoni. E dai. Sembra un film già visto. Sembra un film già visto ma non ci vuoi credere, e allora esci dal cinema, per verificare. E no, non ti eri sbagliato. Guardi e riguardi l’insegna sopra l’ingresso. Il titolo è quello. E’ proprio lo stesso, identico film. E lì ti prende, un attimo di mancamento.

C’è una cosa strana che succede. Tu parti in una situazione con una riserva di energia potenziale. Nel senso che ci sono tante possibilità aperte, tanta potenzialità che si possono esprimere. Nello specifico fai una lastra ed esce una macchia. E il radiologo ha chiesto una TAC di urgenza e allora impapocchi una storia per non farla insospettire, perché la lastra era stata fatta per capire se l’osteopata poteva fare qualcosa per la schiena, chi cazzo ci pensava a una macchia nei polmoni. Le potenzialità sono tante, potrebbe essere una cicatrice, potrebbe essere una vecchia infiammazione, questo ti dicono gli amici medici. E gliela fai, ‘sta TAC. E tutto il potenziale si brucia. Perché non è una cicatrice, e la macchia è talmente tipica che il responso è certo oltre ogni dubbio. E oltretutto è più grande, molto più grande di quanto non sembrasse. La potenzialità ha lasciato posto alla realtà, e dove c’era un bel castello in aria rimangono solo ceneri, e il castello è distrutto. E tu però ti metti lì, e con pazienza ricominci a ricostruirlo il castello. E ti racconti che ok, è cancro, è cancro ai polmoni, ma la posizione nel polmone è periferica. E ricominci ad accumulare riserve di energia potenziale, ed eccolo di nuovo, è pronto un altro castello, un po’ meno bello di quello di prima, e pensi che magari può essere operato, magari non cresce con velocità tremenda, magari non va girando generando metastasi. E aspetti il prossimo evento, che lascerà nuovamente spazio alla realtà. E così via, in una incessante quanto inutile ricerca di una positività che non può esistere, perché se per un momento, per un solo momento, smetti di fare il muratore e lasci stare la costruzione del castello, se ti fermi un attimo, ti guardi allo specchio, e dici nello specchio “Cancro ai polmoni”, tu lo sai bene di cosa si parla. Lo sai perché lo hai già vissuto. Lo sai perché tutte queste seghe mentali te le sei già fatte, rifatte e strafatte. E hai giocato coi numeri, con le statistiche. Quando ti hanno detto 24 mesi hai iniziato a pensare alla curva di Gauss, alla varianza, agli scostamenti. Hai pensato che il biglietto vincente della lotteria magari per una volta ce lo poteva avere lui, o che semplicemente magari si trovava a destra della gaussiana e i 24 mesi potevano diventare 36. Hai pensato che dai, 24 mesi sono 2 anni, e 36 sono tre. In due, tre anni c’è tempo per dirsi un sacco di cose. Poi hai sbattuto il grugno sul fatto che i mesi sono stati 11. E che in 11 mesi, come in 24 o in 36, non si riesce a dire un cazzo in più di quanto non ci si sia già detti in tanti anni. E ci ripensi e dici che tutto sommato è giusto così, perché una modalità di comunicazione nata e cresciuta in decenni non si può rivoluzionare. Anzi. Non si può cambiare neanche di una virgola.

E poi ripensi e rimugini e dici che cazzo, se toccasse a te, faresti diversamente. E poi ti ritorna in mente con violenza quello che avevi già pensato cinque anni fa. Cinque anni fa avevi giurato che non avresti mai più detto “se toccasse a me farei”, perché cinque anni fa avevi capito una sola cosa, che quando qualcuno si ammala in questo modo tutti gli equilibri saltano, e reazioni che avresti classificato nella cartella “Ma figurati, ma neanche a parlarne” diventano possibili, e al contrario reazioni classificate nella cartella “Sì certo, è ovvio” non si verificano.

E poi pensi che la sua vita l’ha fatta, che non si tratta di un giovane virgulto spezzato nel fiore degli anni, e subito dopo però ti dici che è proprio un modo di merda di andarsene.

E continui così, rifacendo le stesse cose e ripensando gli stessi pensieri, perché è lo stesso film. E tu non volevi proprio rivederlo, cazzo.

Il tao alle ortiche

Parto da qui. Con una micro clip estratta da “Febbre da cavallo”. Febbre da cavallo è un film che non ha avuto un enorme successo di cassetta, quando uscì al cinema, nel 1976. E però poco dopo cominciavano a nascere le prime TV locali (i romani ricorderanno GBR) che avevano il problema del palinsesto, riempito con film e con le prime vendite di tappeti. Morale, Febbre da cavallo diventò un vero e proprio cult grazie agli innumerevoli passaggi sulle “TV private”, così si chiamavano all’epoca. E da allora, si è trasformato in una vera e propria Bibbia di citazioni.

Questo tipo di battuta è tipica dello spirito romano, che gioca con le parole e con i doppi sensi per spiazzare l’interlocutore. Perché ho citato questa battuta? Perché un po’ di anni fa mi venne detta una cosa che mi ha fatto molto, molto riflettere, e che ha segnato anche una svolta nel mio percorso personale: “Si ricordi che questa è l’unica madre che ha”. Ecco, oggi risponderei, chiosando Febbre da cavallo “E menomale, ché se ce n’avevo due stavo ricoverato al CIM!”

Ieri tutta la mia pazienza tao è stata messa talmente a dura prova da mia madre, che alla fine è stata buttata alle ortiche per lasciare spazio ad una totale perdita di controllo. Ci siamo detti reciprocamente un po’ di tutto, con una parziale ricucitura finale. Non è importante l’oggetto del contendere, né le modalità effettive della lite. Quello che è importante per me rilevare, è che dentro di me ci sono delle corde molto sensibili. E che, nonostante il lavoro fatto, nonostante la buona volontà, nonostante le considerazioni di buon senso, se queste corde sono toccate da chi sa toccarle in un certo modo, fanno venir fuori la parte peggiore di me.

La verità è che uno pensa di aver fatto tanto, di aver lavorato tanto, di essere in qualche modo cresciuto, e poi invece si trova a ripercorrere delle dinamiche arcinote, che lasciano alla fine uno strascico doloroso, non tanto per la lite con mia madre come fatto in sé e per sé, quanto per il non essere stato in grado di evitare la trappola, ma anzi esserci caduto con tutte le scarpe. E di nuovo, non è mia madre che mette le trappole, sono le dinamiche relazionali, quelle vecchie che uno crede superate. Mia madre è fatta come è fatta, e non cambierà certo ora. A volte diventa complicato fare i conti con come è fatta, e pur tenendo presente che è l’unica che ho, ecco, a volte mi viene la voglia di chiosare Febbre da cavallo.

Alla fine la cosa più dolorosa è scoprire che chiamandola per cercare di superare, in realtà non è cambiato nulla. L’impermeabilità al cambiamento. E’ questo che fa male. Il riscontrare che qualunque cosa accada, certi meccanismi rimangono intatti e solidi come una trave di cemento armato appena gettata.

Il pensiero positivo (secondo me)

Think PositiveLa parentesi del titolo è importante. E’ da un po’ di tempo che dico che dopo molti anni trascorsi vivendo di certezze, le ho abbandonate quasi tutte per lasciare spazio alla cultura del dubbio. Questo non significa che io non sia deciso, anzi, sostengo con pari determinazione l’importanza del libero arbitrio, in forza del quale rivendico il diritto di avere delle opinioni forti. Però, per l’appunto, sono opinioni, non dogmi inviolabili. Sono (quasi ;) ) sempre disponibile a discutere, e soprattutto ad ascoltare, opinioni differenti dalle mie. Difendo le mie, ovviamente, ma non sono impermeabile al cambiamento. Il quasi sempre, riferito alla disponibilità al confronto, si riferisce a quei casi in cui mi trovo di fronte a quelli che io chiamo i profeti. Quelli che hanno la verità svelata, e sono così magnanimi da dispensarla a noi poveri ciechi, che ancora non abbiamo visto la luce. La loro luce, beninteso. Ecco, io non credo di avere verità svelate. Credo di avere delle opinioni, a volte forti, come in questo caso, ma tutte le affermazioni che seguono sono implicitamente prefissate da un “secondo me” a caratteri cubitali.

Questo post nasce da un paio di commenti al precedente. Masticone, che se non fosse un irsuto maschiaccio verrebbe nominato de iure mia musa ispiratrice, mi faceva osservare come a pensar sempre bene si rischia di toppare. Per la precisione, mi ha detto “Il pensiero positivo a oltranza però non mi convince molto. So che funziona ma a volte si rischia di diventar ridicoli senza accorgersene.”

Effettivamente non è facile dare una definizione di cosa sia, il pensiero positivo. Forse è meglio tentare di dire cosa non è. Sicuramente non è ottimismo. E mi spiego con un esempio. Ero in macchina con mia madre, e parlavamo di mio padre, che era mancato da poco, e io le dicevo di usare il pensiero positivo. Lei disse che lo aveva sempre fatto, e aveva sempre creduto che sarebbe guarito. Ecco, pensare che un cancro ai polmoni della peggiore specie, dichiarato inoperabile sin da subito, possa guarire, e crederci, non è pensiero positivo. E’ ottimismo incosciente. E’ seppellire la testa nella sabbia. Quello che volevo dire a mia madre era di cercare di allargare la prospettiva. Di non focalizzarsi sulla perdita. Di cercare di vedere il buono, il positivo. Che nello specifico significava averlo conosciuto, averci vissuto quasi cinquant’anni insieme, aver avuto dei figli con lui, che a loro volta avevano avuto dei figli, suoi nipoti. Tutto questo, senza mio padre non sarebbe mai avvenuto. E questo pensiero può aiutare a trasformare la disperazione prima in dolore sordo, e poi in malinconia.

Il pensiero positivo non significa non soffrire. Significa cercare di limitare la disperazione, per l’appunto. Cercare il buono. Perché se si cerca per bene, il buono c’è sempre. E allora un po’ di sofferenza se ne va, si placa un poco. E’ difficilissimo, a volte. Perché abbandonarsi alla disperazione è la cosa più semplice, e la sua apparente inevitabilità è molto tentatrice. Ma è proprio questa forse, l’essenza del pensiero positivo. Di non considerare la disperazione inevitabile, di non arrendersi, di continuare a cercare.

Che poi questa cerca è tanto simile al viaggio, viaggio inteso come apprezzamento di quanto si vede durante, non il mero andare da qualche parte. E’ il viaggio, non la meta. E’ la storia, non l’autore. E la cerca non finisce mai.

Non mi voglio lamentare

Ed è per questo che non ho scritto. Perché mi sarei lamentato, e non è giusto. Non è giusto perché mi ritengo una persona fortunata. In questo periodo così buio, nel quale si sentono storie di tutti i generi, mi guardo intorno e mi dico che va tutto bene, nel mio piccolo microcosmo.

Ci sono delle piccole cose. Ma per l’appunto sono piccole. Voglio concentrarmi sulla sostanza, sul “bersaglio grosso”. Ne parlavo per l’appunto con il mio amico più caro, quello di cui ho parlato qui, e l’ho anche raffigurato come Paolo in “Quando è troppo è troppo“. Ecco, lo sono andato a trovare recentemente, ha deciso di lasciare Roma e tornare nella sua terra natale, e neanche a farlo apposta, dopo pochi giorni che si era finalmente “sistemato”, a momenti ci resta secco per una peritonite quasi degenerata in setticemia. Il problema è stato che non ha sentito dolore. Evidentemente ha una soglia molto, troppo elevata, per cui quando il dolore si è manifestato l’infezione era avanzata molto, quasi troppo.

E quindi sono andato a trovarlo dopo questo episodio così grave, cosa che avrei fatto comunque, ovviamente; ma con queste condizioni di contorno, la visita ha assunto una valenza diversa. Con lui non c’è bisogno di tante parole, ci diciamo tanto di più con un abbraccio, con uno sguardo, con un sorriso. E nel suo abbraccio, negli sguardi e nei sorrisi, c’era tutta la felicità per lo scampato pericolo, e soprattutto c’era la consapevolezza del rischio corso. E questa consapevolezza aiuta a ridimensionare le piccole cose che non vanno, a catalogarle come piccolo fastidio e a non farne un dramma. Perché, diceva il suo sguardo, quando cominci a realizzare compiutamente che oggi potresti non esserci, qui, allora ti rendi conto di quanto ti piace starci, qui. Di quanto tu ci voglia rimanere fin quando non sarà il momento di andare, e comunque sia, quando sarà il momento sarà forse sempre troppo presto. Perché ci sarà ancora qualcosa che si sarebbe voluto fare, qualcosa che si sarebbe voluto dire, qualcosa che si sarebbe voluto pensare.

E quindi non mi voglio lamentare. Voglio concentrarmi sulle cose buone. Voglio usare il pensiero positivo sino in fondo. Voglio trascurare i fastidi, ignorarli. E andare avanti col sorriso. Guardando in alto, verso il sole.

sole

Di schiene doloranti, di corsi e di paure

Ernia del discoE’ una vita che combatto con ‘sta roba che si vede a sinistra. Nel 2001 c’era un’offerta speciale, un 3×2, e così ne avevo prese 3 e via. Una addirittura espulsa. E però dopo delle terapie, alcune delle quali oltre il limite dello sciamanesimo e della stregoneria, ero rimasto sereno e relativamente tranquillo sino a qualche settimana fa, quando dei dolori lancinanti al nervo sciatico mi hanno fatto sospendere la corsa. Sereno e relativamente tranquillo significa comunque un contatto costante con il mio osteopata di fiducia, dal quale mi reco periodicamente per quelli che io chiamo “tagliandi”. Peraltro da quando avevo iniziato a camminare prima, e a correre poi, lo stato generale era migliorato decisamente, e addirittura la spina carcaneale e la rizoartrosi al pollice sinistro erano regredite significativamente, merito credo ascrivibile alla migliore tonicità muscolare. E insomma dopo un po’ di tentativi ho fatto l’ennesima risonanza magnetica della mia vita e olllllléééééééé, ecco lì la quarta ernia del disco, sioresiori!! Il mio morale era sotto i tacchi, ma il fido osteopata mi ha rincuorato, e mi ha promesso che mi avrebbe consentito di ricominciare a correre. La magia si chiama ozonoterapia. Sono alla quarta applicazione e i dolori sono scomparsi, ho ricominciato a fare la camminata veloce per ora, e incrocio le dita. Lui (l’osteopata, che poi è anche medico e omeopata) sostiene, e non ho motivo di dubitare di lui, che non esiste nesso di causalità tra corsa ed ernia del disco. In altre parole, l’ernia viene per problemi posturali, la corsa non incide sulla formazione, ma ovviamente non è consentita mentre l’ernia duole. Pare che l’ozono abbia la “magica” capacità di farla rientrare, e quindi taaaac. Speriamo.

Saltando di palo in frasca, ho scoperto Coursera. E’ un sito che eroga corsi in modalità online. Sono filmati corredati di materiale aggiuntivo, con test e quiz in corso d’opera, e si rilascia un attestato di partecipazione. Le materie sono le più varie, mi ha colpito il fatto che è totalmente gratuito, e che le persone che insegnano sono per la maggior parte professori emeriti delle principali università mondiali. Unico neo, la stragrande maggioranza dei corsi sono tenuti in inglese, ed è necessario avere una buona padronanza nella comprensione, anche se sono disponibili sottotitoli (sempre in inglese). Mi sono iscritto e sto seguendo un corso su Einstein e la relatività ristretta, che è svolto ad un livello qualitativo per cui non richiede competenze matematiche eccelse. Mi pare un buon modo per cominciare. L’impegno richiesto è di qualche ora a settimana, assolutamente fattibile. Trovo che sia un’iniziativa stupenda, ed è un modo per tenere la materia grigia in movimento, che aiuta sempre.

Chiudo con un video di TED, che parla di paura. E come la paura può stimolare la nostra immaginazione, e cosa possiamo imparare dalla nostra paura. Ci sono i sottotitoli in italiano.

Corsa e pista

Stitch Running BikeSi può fare un parallelo tra una corsa, un allenamento di un’oretta, a più o meno 10 km/h, e un turno in pista alla media di circa 150 km/h? Quali sono i punti in comune, e quali le differenze, oltre alla velocità?

Può sembrare strano ma le cose comuni sono molte. Più di quante non si pensi. Innanzitutto corsa e pista hanno bisogno entrambe di concentrazione. Molta concentrazione. Non ci si può distrarre, anche se per motivi diversi. Se ci si distrae in pista, si va ovviamente fuori. Ma se ci si distrae durante la corsa si perde il ritmo e si fatica molto, molto di più. Il ritmo è un’altra cosa comune. In pista ci vuole ritmo, non così cadenzato come quello della corsa, che può andare a tempo di musica, ma all’interno del circuito le sequenze di curve richiedono un vero e proprio ritmo. In una chicane come la esse di Vallelunga, ad esempio, ci sono tre fasi che devono essere armonizzate con ritmo. La curva a sinistra, dove ci si butta dentro e si tiene stretto il cordolo, la parte centrale dove si sposta il peso da sinistra a destra e si “scavalca” la moto in un’unico movimento, e la curva a destra nella quale ci si tuffa puntando la corda, che non è esattamente a metà curva ma più avanti, e aprendo tutto il gas cercando equilibrio tra il tenere la moto e il lasciarla scorrere. Questi movimenti sono fortemente ritmati e devono essere eseguiti con un movimento armonico e continuo, e se il tempo non è quello giusto il risultato è pessimo. Nella corsa il ritmo è costante, e deve rimanere tale. Quando inizia la fatica, cerco di ricomporre i movimenti, che tendono a diventare svogliati, forzando le gambe a muoversi alzando le ginocchia, le braccia ad oscillare aderenti al corpo, la testa a stare eretta. Se sono in crisi profonda metto in cuffia la canzone che ha il mio ritmo giusto. Per lungo tempo è stata Good Golly Miss Molly, poi era diventata Travelin’ Band. Sì, sempre i CCR.

Il tempo. Nel senso il tempo come variabile da tenere in considerazione, il tempo sul giro in pista, il tempo sul chilometro per la corsa. Ovviamente sono un fanatico delle “frocerie”, mi scuso per il termine grossier e non politically correct, ma rende bene per indicare tutto quel set di aggeggi che non sono dei salvavita, né degli oggetti imprescindibili, ma che (per lo meno a me) aiutano molto. Gli smartphone con GPS sono stati una vera svolta per quelli come me, nel senso che si trovano tantissime app per runners che rilevano posizione e velocità, e periodicamente avvisano del tempo o dei km trascorsi, fornendo informazioni accessorie tipo media, e quant’altro. Io uso quella della Nike, anche perché è collegata ad un sito e traccia il percorso con un semplice color code per cui i tratti di percorso in rosso sono quelli più lenti, quelli verdi i più veloci, quelli gialli intermedi. Il tutto rapportato all’attività eseguita quel giorno, quindi con evidenza delle “velocità relative”. Sulla moto ho montato il cronometro a infrarossi più semplice che esista, perché del GPS non mi fido. O meglio, c’è un problema di precisione e indeterminazione che non mi piace. E d’altronde il cronometro lo si riesce a intravvedere appena giusto un momento durante il passaggio sotto il traguardo, dove si piazza la torretta che dà il segnale al cronometro a bordo. Ricevuto il segnale, il tempo sul giro lampeggia per una ventina di secondi, lasciando il tempo di guardare e vedere se è meglio o peggio del precedente. Se è il migliore si accende una piccola “b” a sinistra, e normalmente se capita mi metto a ululare dentro il casco (quando dico che faccio parte di una banda di picchiatelli mica scherzo, eh). Ma in realtà la “b” è relativa a quello specifico set di giri, diciamo che io ho in testa molto chiaramente qual è il mio tempo da battere, sino al centesimo, e quindi basta un’occhiata per capire. Intanto il primo check è sui minuti, se la prima cifra è 2 già andiamo male. Se la prima cifra è 1, allora la seconda neanche la guardo perché è 5, e vado sulla terza. Un 8 mi sta DILUDENDO, un 7 è soddisfacente, se vedo un  5 MUORO e devo andare all’OSPITALE perché vuol dire che è record…

La cosa più bella: il tempo rallentato in pista, lo stato coscienziale superiore in corsa. Le sensazioni sono molto, molto simili, ancorché come detto in situazioni totalmente differenti. In entrambi i casi si è presenti a se stessi in un modo che è molto complicato rendere a parole. Anche un logorroico come me è in difficoltà. Ho tentato di descrivere il tempo rallentato, e nel racconto “Alba quantistica” ho tentato di dare un’idea dello stato coscienziale che raggiungo, ma come detto, le parole non sono sufficienti. E in entrambi i casi, sia per la pista sia per la corsa, queste sensazioni sono arrivate totalmente inattese, e accolte con un piacere immenso. E’ come sentirsi energia pura, ma senza essere privi di corpo. Un paradosso “quantistico” degno di Einstein, con una natura di massa e di energia contemporaneamente presente nella mente in modo totalmente inspiegabile.

E infine, la cosa che maggiormente accomuna le due attività è la sensazione finale. Alla fine di una giornata, o mezza giornata in pista, sono in una specie di trance che dura sino al momento in cui vado a dormire, e per un paio di giorni mi porto dietro le sensazioni positive, incantandomi a tratti mentre ripenso a un passaggio, una curva, una staccata. Alla fine della corsa sono stanco ma carico di energia positiva e di motivazione per affrontare la giornata. E questo aspetto credo sia ciò che fa nascere la voglia di continuare.