Vi chiedo un favore

Wish aka Max:

Il nostro amico intesomale è coinvolto in un reading di proprie poesie e chiede aiuto per sceglierle, tra una decina che ha postato. Vi avviso, è dura fare la selezione. Financo uno che di poesia ci capisce la metà di uno che non ne capisce niente, come me, è rimasto affascinato.

Originally posted on Essere Interi:

A fine settembre sono stato invitato a leggere alcune mie poesie a un evento qui a Milano. Ne devo scegliere 5 o 6; dopo una prima selezione ne ho trovate una decina e non so decidere. Quindi faccio un poll, insomma, un esperimento. Vi chiederei di votare tra questi testi, si può votare anche più di una volta, visto che me ne servono più di una (e visto che, se mi va bene, col successo che hanno i poll su WordPress, voteranno in uno o due :D).

https://essereinteri.wordpress.com/2014/08/25/a-giorni-amare-o-riparare-il-cesso/

https://essereinteri.wordpress.com/2014/08/02/altra-denarrazione/

https://essereinteri.wordpress.com/2014/05/30/sonetto-di-legno-4/

https://essereinteri.wordpress.com/2014/04/30/voi-non-sapete-della-grandezza-il-ricciolo/

http://discutibili.com/2014/03/20/voglio-bene-agli-stupidi/

http://discutibili.com/2013/10/24/corpo/

http://merrysbacon.wordpress.com/2013/08/09/mescolavano-macchie/

http://merrysbacon.wordpress.com/2013/12/23/tre-studi-di-traduzione-metrica-un-po-jazz/ (SOLO LA 3.C)

http://merrysbacon.wordpress.com/2014/04/17/sonetto-di-legno-2/

http://merrysbacon.wordpress.com/2013/10/10/sonetto-di-legno/

http://merrysbacon.wordpress.com/2013/03/09/sestina/

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Di interiorità, di discussioni, di Web 3.0. E di mostri dentro.

depressioneAvviso ai naviganti. Questo è un post molto lungo. Lo è perché prende le mosse da una discussione iniziata su un post nel mio blog, che si è incrociata con un post su Facebook.
E allora mi sia consentito un incipit. Più volte, nell’ultimo periodo, specialmente con riferimento ad una penosa vicenda che ha generato chiacchiere degne di un gallinaio, ho letto il termine “blogosfera”. Sono oramai tre decenni che mi occupo di informatica, e di rivoluzioni ne ho viste molte. Una cosa ho capito, ed è che questo mondo è in continua evoluzione. C’è chi lo comprende, e si comporta di conseguenza, c’è invece chi, come sempre, è restio al cambiamento. Il problema vero è che negli ultimi anni i cambiamenti sono talmente veloci che star loro dietro è diventato complesso. Ecco, alla soglia del web 3.0, leggere “blogosfera” mi fa sorridere. E mi fa sorridere perché nel momento in cui si verifica un incrocio tra Facebook e un blog, siamo davvero alle soglie del web 3.0. Che è un web dove si comunica in tutti i modi possibili e immaginabili, dove non è importante se parliamo via twitter, via whatsapp, via facebook, o via blog. La cosa veramente importante è che un certo numero di persone trovano interessante un tema e dicono la loro. Usando il mezzo che è più congeniale. Ma senza rifiutare di usarne altri. Per questo sorrido se sento parlare di “blogosfera”. Ma di cosa parliamo? Di wordpress? Di Blogspot? Dal mio punto di vista questa esperienza mi ha insegnato che se si vuole comunicare si comunica. Indipendentemente dal mezzo. E questa è la sostanza di internet. Secondo me. Persone che esprimono pareri. Giusti o sbagliati non ha importanza. Io non ho certezze, ho solo dubbi. E vedere scrivere cose che quoterò nel prosieguo del post, parte su Facebook, parte sul mio blog, vedere persone che si sono aperte, che hanno detto la loro senza schermi, senza problemi, con pacatezza, con il rispetto dovuto alle opinioni altrui, ecco questo mi ha aperto il cuore. Chiudo la polemica sulla blogosfera dicendo che esiste solo una cosa: si chiama Internet. Ed è una infrastruttura straordinaria, che, per il tramite di mezzi differenti (Facebook, Twitter, Tumblr, WordPress, Blogspot, e chi più ne ha più ne metta), riesce a mettere in contatto persone: persone, non nickname; persone, non entità virtuali. E la microscopica esperienza che ho vissuto de visu mi ha insegnato che su temi interessanti le persone si esprimono senza schermi, senza pregiudizi, senza il timore di essere giudicati. Perché portano esperienze dirette, esperienze vissute, esperienze che hanno lasciato un segno.

Ebbene, dopo questo lungo incipit, quello di cui voglio dar conto, perché è qualcosa che mi ha profondamente colpito, è l’incrocio tra blog e facebook. Il “pretesto” è stato il suicidio di Robin Williams. Nel mio post avevo citato una frase che sostanzialmente contestava la considerazione, che molti fanno quando un personaggio ricco e famoso si suicida, che recita più o meno “ma perché mai una persona come quella dovrebbe essere depresso?”. Contemporaneamente l’amico Erre (Roberto Emanuelli) aveva scritto un post su Facebook, dove lanciava una sorta di provocazione analoga, esordendo con “Non amo gli omaggi pubblici ai morti suicidi per depressione et similia”. E per uno strano meccanismo di incroci, grazie a koredititti, amica di entrambi, che ha avvisato Erre su Facebook di quanto avevo scritto, il mio post si è mischiato con quello di Erre, dando luogo ad un fenomeno davvero da Web 3.0

Infatti, partendo da questo incrocio si è sviluppata una discussione sulla depressione. Personalmente detesto questo termine, non ne ho uno alternativo, ma credo che nell’immaginario collettivo depressione finisca per significare tutto ciò che la depressione in realtà non è. La depressione non è insoddisfazione. La depressione non è autocommiserazione. La depressione non è scontentezza. Se vogliamo tentare di dire cosa sia la depressione, e porto la mia esperienza personale, la depressione è una condizione di tristezza assoluta. Una condizione nella quale non c’è nulla che possa rischiarare un panorama che appare plumbeo, anzi, nero, nero come la pece. Una condizione nella quale non si vede futuro. Sì avete letto bene. Non si vede futuro. Non è una questione di vedere un futuro nero. La questione è di non riuscire neanche ad immaginarlo, un futuro. Una condizione nella quale si fa quel che si deve fare per mero condizionamento educazionale, che viene da lontano, da quando siamo piccoli, da quando siamo stati educati.

Ecco. Dopo questo riporto, semplicemente, spezzoni di frasi prese da facebook e dal blog. Il tema è il suicidio di Robin Williams. Ma non solo, grazie a dio. Il tema è cosa ci dice quel suicidio, cosa ci stimola, cosa ci fa pensare. E se vorrete commentare, dare un contributo, io sarò felice. Perché vuol dire che non esiste una “blogosfera”. Vuol dire che esistono delle persone che vogliono comunicare, e che non ha importanza il mezzo col quale comunicano. Una precisazione. Le frasi riportate non sono “le migliori”. Ci sono stati una pluralità di giudizi e di opinioni, molti di questi dicevano cose simili con parole differenti. E per questo motivo non riporto l’autore, ma solo il concetto. E mi corre l’obbligo di ringraziare tutti, per aver contribuito con così tanta passione alla discussione

quei RIP che proprio non mi vanno giù

La depressione fa paura… neanche fosse contagiosa… tutti sono bravi a parlare “dopo”, ma nei momenti critici al massimo danno pacche sulle spalle aggiungendo un “reagisci” di circostanza (cosa molto irritante per chi sta male, tra l’altro)

[parlando di Robin Williams] sono scomparsi ebola,Gaza,i morti ammazzati con inaudita violenza

Tutti sono compassionevoli verso un cancro, o diabete o cardiopatie. Un depresso viene evitato da tutti è noioso pesante antipatico. Allontanato dal giro degli amici.

Leggendo i vostri commenti mi accorgo della totale assenza dell’umanità, nel senso specifico del termine.
Non voglio credere che siamo una moltitudine arida e individualista.
La depressione è terribile e devastante ma non tutti ci voltano le spalle.

ma nessuno di loro sa che io, giornalmente, da ormai più di tre anni prendo antidepressivi, pillole per dormire e ansiolitici. Pensano che io sia felice, che non mi manchi nulla ….. invece!!!!! Ora lo sai anche tu e molte altre persone che però non sanno nemmeno chi io sia. Cerco sempre di sorridere, di farmi vedere contenta, ma dentro non è così. Io non mi suiciderò mai, ho troppa paura della morte, non riuscirei mai a farlo, almeno penso. Ecco ora sai più cose su di me, ma nessuno dei miei cari leggerà mai questo commento e questo è quello che conta per me. Non voglio che quelli ai quali voglio bene soffrano per me.

le varianti che ruotano attorno alle parole “cura” e “attenzione” non sempre approdano tra le persone “giuste”. E per giuste intendo empatiche, capaci, coraggiose nel mostrare il proprio cuore.

E’ sempre più facile immedesimarsi nelle vicissitudini di un personaggio famoso che in quelle di “casa propria”

Ognuno ha la propria tribù di demoni da sfamare, domare,riempire di botte…dir loro state zitti, che volete da me.

Non so, sinceramente non so quanto il nostro non voler svelare all’esterno queste “tribù di demoni” come dice Samantha coincida con l’assenza – di fatto – di un ascolto vivo, caloroso, partecipe.

quel senso di perdizione nel buio, senso di inadeguatezza e apatia che la depressione infligge trova principalmente sempre e solo noi come “primo alleato”. Ho scritto “alleato” con intento paradossale.

Mi viene in mente la frase di Pavese:
“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi”

I mostri dentro. Ormai so che solo chi li ha capisce davvero.

la sensibilità è un giano bifronte, come l’allegria.. succede che dopo una lunga estenuante risata si concluda con un pianto dirotto. Succede, esiste. E’ un fatto. Come è un fatto una diagnosi di morbo di Parkinson e di Alzheimer…sono forse migliori di un cancro???

Quando cose del genere succedono, tutti sono pronti a dire “ma come, non se n’erano accorti i suoi familiari, i suoi amici?”. La verità è che è difficile, davvero difficile che qualcuno si renda conto di quello che si agita in un’altra persona.

La depressione è davvero una malattia? O non è forse, almeno in certi casi, una visione del mondo, dovuta proprio a una certa particolare sensibilità? In fondo per poter sorridere di tutto bisogna desacralizzarlo, cioè renderlo meno importante (perdona il linguaggio alla buona), e quando rendi tutto meno importante, cosa ti resta di solido a cui aggrapparti?

come risolvi? Anestetizzi la sensibilità? Cioè salvi una persona da sè stessa ottenendo però come risultato una persona diversa? Ma è poi possibile cambiare una persona o l’unica cosa che si può fare è tenere in qualche modo a bada i suoi fantasmi, perciò non guarendolo bensì tenendolo in una specie di limbo da cui basta comunque spostarsi di un passo per ritornare al punto di partenza (Un po’ come succede con le varie dipendenze)? Comunque le mie sono riflessioni con poche certezze…

Un depresso conclamato pian piano inizia a non aver voglia di curare il corpo e l’aspetto, ha fastidio, fino a detestare il contatto con l’acqua, il sonno è agitato o inizia l’insonnia, la sera è già un casino di angoscia perché arriva la notte, ma l’alba è atroce significa riprendere il contatto con una vita che non ha più alcun interesse..

Cosa succede a queste persone? siamo fatti di chimica e qui c’è qualche intoppo, bisogna ripristinare i collegamenti affinché si producano i fenomeni chimici che essendosi interrotti hanno provocato il danno. Prima si interviene e più certa è la ripresa, nel senso che non si sono danneggiati seriamente i centri nervosi del cervello. La serotonina è fondamentale,ma non è l’unica a mancare

i farmaci guariscono davvero e del tutto la depressione o una volta “rotto il vaso” questo rimarrà sempre incrinato e perciò più sensibile agli urti, e per ovviare a questa sensibilità si dovrà ricorrere continuamente ai farmaci (ed ecco creata una dipendenza)?

O forse, azzardo, bisognerebbe distinguere fra depressione dovuta solo a cause “chimiche”, curabile (o che almeno si può tenere sotto controllo) coi farmaci, e tutte le altre. Ma forse il confine non è così netto…

ecco, certe fragilità, certe debolezze, sono dietro l’angolo, ci colpiscono, ci penetrano, ci attanagliano, e non sono visibili… dietro a certi atteggiamenti e apparenze si nascondo vulnerabilità insospettabili, sensibilità labili, a volte speciali, altre sublimi e geniali,

Solo che la gente non si rende conto che gli psicofarmaci sono dei palliativi e non la cura: forniscono il neurotrasmettitore ma non risistemano le sinapsi sbagliate. Se uno è fortunato magari le sinapsi tornano a posto da sole, ma io ci credo poco e -nonostante io sia una razionalista cerebroide asimbolista- sono fermamente convinta che la psicoterapia sia l’univa vera via verso la guarigione, certo magari supportatata dai farmaci psicotropi ma da soli quelli non bastano; e che la cura della depressione, così come di ogni altra malattia psichichica, sia molto più complicata di quello che sembra ed anzi a volte non esiste. Il nemico non è una cellula matta, non è un vaso occluso: è la tua mente.

La propria mente va accolta, apprezzata e amata valorizzandola anche nei difetti, chi non sa amare se stesso non riesce ad amare gran che fuori. La psicoterapia nella depressione deve essere accompagnata dai farmaci giusti, e si può arrivare anche a fare senza medicine. La vedo come una malattia dell’anima e le ferite dell’anima sono quelle più difficili da vedere e da curare.

E’ ovvio che hanno a che fare con la soggettività, ma dobbiamo renderci conto che anche la soggettività può ammalarsi, per quanto non sia possibile (e neanche augurabile) stabilire uno stato di normalità valido per tutti.
C’è una enorme ignoranza sulle malattie mentali, e anche una buona dose di menefreghismo da parte dello stato. E’ giusto dover pagare così tanto uno psichiatra/psicanalista?

Chi ha attraversato quello stato di abbandono totale e di ripudio verso se stessi ha una cicatrice indelebile dentro che ogni tanto torna come una mandala, una nenia, una passacaglia… si trasforma, gli elementi intorno cambiano…ma quel ricordo resta lì.. cresci e vai avanti nella quotidianità, ti realizzi in tante cose eppure quella ferita resta; a ricordarti che ce l ‘ hai fatta ma che resti vulnerabile. Un essere irripetibile e stupendo nella sua unicità , nelle sue fragilità, nelle sue quotidianità e nella sua intimità.

Ecco, se siete arrivati a leggere sino a qui siete degli eroi. Io non ho conclusioni. Non ho verità svelate. Ho solo dubbi. Ho un po’ di esperienza personale in merito. Quel che credo io, per quel che vale, è che i farmaci siano importanti per non affogare, e che abbiano un ruolo preciso. Ma da soli non sono la soluzione. E’ necessario guardarsi dentro. E’ necessario farsi prendere per mano da qualcuno pratico. E questo qualcuno pratico deve essere quello giusto per noi. Ecco, se posso permettermi un suggerimento, credo sia importante essere estremamente esigenti verso il terapista. Deve essere quello giusto per noi. E un altro suggerimento. Se avete un amico depresso, o semplicemente giù di morale, non ditegli “pensa a chi sta peggio”. Non serve proprio a niente. Perché come dicevo altrove, se servisse, noi tutti, TUTTI, dovremmo essere consapevoli che quando diciamo “ci vediamo stasera” vuol dire che ci vedremo stasera, a meno che non ci caschi un cornicione addosso. Mentre in una parte importante di mondo, “ci vediamo stasera” è una speranza, che potrebbe CONCRETAMENTE non avverarsi. E allora, solo pensando a questo una volta ogni sei ore, dovremmo tutti fare capriole dalla mattina alla sera. E invece no. Per cui “pensa a chi sta peggio” è (scusate il francese) una grandissima cazzata. E se vi andrà di dire la vostra, sarà per me un grandissimo piacere ascoltare tutti voi.

Interiorità complesse

RobinWilliams

Ne parlo spesso, di interiorità, di complessità interiori, di sentimenti che magari non appaiono all’esterno, di apparenze che ingannano. E pensando al suicidio di Robin Williams non si può non pensare proprio alle apparenze che ingannano. In un articolo di Alastair Campbell di oggi c’era una frase splendida.

The most retweeted tweet I have ever done was one I posted when Stephen Fry had talked of another suicide attempt. ‘To those asking what Stephen has to be depressed about,’ I asked ‘would they ask what he has to be cancerous, asthmatic or diabetic about?’

La forza espressiva dell’inglese in questa costruzione è straordinaria, con quell’about alla fine della frase che in una parola riassume un concetto amplissimo. La traduzione potrebbe essere, più o meno: “Il mio tweet più ritwittato è stato quando Stephen Fry aveva parlato di un ennesimo tentativo di suicidio, che diceva: A quelli che si chiedono cosa avesse da essere depresso Stephen, dico semplicemente se si chiederebbero cosa avesse da essere canceroso, diabetico, o asmatico”.

Voglio fare una digressione. Spesso parlo con persone che mi conoscono di un paradosso che mi colpisce per la sua semplicità, ma drammatica irresolubilità. Viviamo in un posto del mondo nel quale quando usciamo e diciamo “Ci vediamo stasera” possiamo tranquillamente affermare che il livello di attendibilità di quest’affermazione, che si riferisce alle successive 8-10 ore, ha una probabilità di essere vera del 99,9999%. Uso quattro nove dopo la virgola perché l’imprevisto è sempre in agguato, un incidente può capitare. Ma il punto è che esiste una parte importante di mondo, e una percentuale significativa di persone, per le quali la stessa affermazione ha una probabilità di esser vera molto, molto inferiore. E non penso a Gaza di questi giorni, ma penso a territori da sempre martoriati e tormentati. Ebbene, pensando a questo, alzandosi la mattina ciascuno di noi dovrebbe semplicemente fare quattro capriole e andare incontro alla propria giornata con allegria sbarazzina. E invece no.

E invece si scopre che anche Robin Williams, una persona che nell’immaginario collettivo non ha motivo di essere men che felicissimo, anche lui finisce per non trovare più un senso nell’andare avanti, e si impicca con una cintura. Non si imbottisce di alcool, non si fa di coca, non prende funghetti allucinogeni. No. Prende una cintura, se la mette intorno al collo, e se ne va. Forse perché non ha più voglia, forse perché non trova un senso, forse perché i mostri che ha dentro hanno preso il sopravvento.

Mi piace parlare di interiorità complesse per indicare persone che hanno particolari sensibilità. Persone che sono in grado di apprezzare delle sfumature. Persone che sono capaci di vedere cose che altri non vedono, che altri osservano di sfuggita. Ma queste sensibilità hanno un prezzo, di norma. Questo prezzo spesso e volentieri è costituito da zone tenebrose sepolte nelle profondità più nascoste. Veri e propri vasi di Pandora che se per qualche strana alchimia si socchiudono lasciano uscire mostri oscuri. Ma se non ci fossero quei vasi di Pandora forse non ci sarebbero neanche le sensibilità che rendono grandi le persone come Robin Williams.

Non ho una conclusione, non ho una ricetta, non ho una risposta, né voglio, come Alistair, dire che la depressione va considerata come una malattia. Però mi piacerebbe una cosa. Che la si piantasse di dire “Ma cosa mai avrà avuto da esser depresso, Robin Williams”. Questo mi piacerebbe davvero.

Delitti esemplari – Il pendolare

Inizio oggi una rubrichetta, ispirata al libro capolavoro di Max Aub, “Delitti esempliari”, che invito a leggere tutti coloro che non lo hanno fatto. Si tratta di miniracconti di delitti. Era da un po’ che avevo in mente di farlo, ma l’ispirazione definitiva mi è venuta da un post dell’amica Pendolante. Ed ecco qui.

fileAbito fuori Roma. E tutti i giorni mi toccano cinquanta minuti di treno. Cinquanta ad andare e cinquanta a tornare. Cento minuti al giorno. Cinquecento minuti a settimana, circa duemiladuecento al mese, quasi ventiquattromila l’anno. Che diviso per sessanta fanno quattrocento ore. Cinquanta giornate di otto ore. Una vita. Si può usarlo in tanti modi il tempo. Un aforisma che amo particolarmente recita “A che serve affannarsi tanto per risparmiare tempo, quando poi non si è capaci di far altro che ammazzarlo?”. E quel tempo al quale non posso sottrarmi per me è diventata una risorsa. Lo programmo con cura, lo uso per sistemare delle piccole rogne personali, tipo controllo conti di casa, oppure scrivo email arretrate, oppure leggo. Adoro leggere, leggo qualunque cosa. Romanzi, raccolte di racconti, saggi. Qualunque cosa, qualunque autore. Classici, autori emergenti, tutto.

Ebbene era uno dei giorni dedicati alla lettura, e pregustavo sin dalla mattina l’inizio di un libro di Alice Munro, “Uscirne vivi”. Adoro la Munro, e la struttura dei suoi racconti è particolarmente interessante. Mi siedo e apro il libro, mi immergo nella lettura, ma dopo pochi istanti sento una musica cacofonica proveniente dalla mia sinistra. Mi volto e vedo il mio vicino con un telefonino in mano, che sta ascoltando agitando la testa a tempo. Faccio un colpettino di tosse, Il vicino neanche se ne accorge. Lo guardo intensamente, niente. Ad un certo punto lo apostrofo, gli dico: “Guardi che qui nessuno ha chiesto di ascoltare musica, e io sto leggendo, e vorrei leggere”. Mi risponde che questo è un paese libero e che lui ascolta quel che vuole. Gli dico che forse potrebbe usare gli auricolari, mi dice che se non voglio ascoltare musica posso anche cambiare scompartimento. Una ragazza di fronte a me si schiera dalla mia parte, Dice che è un’assurdità, che la musica è fastidiosa. Il tizio dice che con tutti i problemi che ci sono al mondo proprio con lui ce la dobbiamo prendere. Si rivolge a me e mi dice che quella musica è bella, che è un sottofondo ideale per la mia lettura.

Con movimento fulmineo sollevo il gomito e gli assesto una gomitata sulla bocca. Mentre porta le mani al viso che si è riempito di sangue mi alzo e gli tiroun pugno nello stomaco. Si china in avanti, e gli mollo una ginocchiata in piena faccia. E’ tramortito. Prendo il telefono che ancora suona. Lo poggio sotto il suo naso. Lo tengo in linea con l’asse del setto nasale con la mano sinistra, fermo in posizione. Con la mano destra assesto un colpo alla base del telefonino. Sento distintamente l’osso del setto nasale che penetra nel cervello. Lo guardo: “E adesso ascolta tutta la cazzo di musica che vuoi”.

Non

elemosina

 

Questa non è una poesia. Io non so niente di poesia. Non so niente di metrica, e, salvo poche eccezioni, la cosiddetta poesia senza metrica, a verso libero, che si legge tanto di questi tempi, mi appassiona poco. Scrivo prosa, e questa è prosa. Comincia tutto con “non”. Questa è l’unica cosa “strana” in un pezzo di prosa.

 

Non dirmi grazie.
Non guardarmi con quegli occhi riconoscenti quando mi chino verso di te.
Non dirmi nulla.
Non usare la riconoscenza nello sguardo, per favore.
Non batterti il petto, a significare qualunque gesto di gratitudine.
Non dirmi nulla.
Non incrociare il mio sguardo, ché mi imbarazzo.
Non ci riesco, a lavarmi la coscienza.
Non dirmi nulla!
Non ci riesco, a non pensare a cosa c’è dietro.
Non posso dematerializzarti.
Non posso non vederti, bambina coi bongos, donna magra, giovane madre con neonato.
Non risolvo un cazzo, con la mia moneta.
Non faccio statistiche.
Non so quanto fai a fine giornata.
Non credo di volerlo sapere.
Non so nulla.
Non so nulla, davvero.
Non ho risposte, solo domande.
Non mi piace, non mi piace affatto.

Chi sono io?

Chi sono io?” chiese un giovane ad un Maestro di spiritualità.
“Sei quello che pensi” rispose il saggio. “Te lo spiego con una piccola storia”.
Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto si videro sulla linea dell’orizzonte due persone che si abbracciavano.
“Sono un papà e una mamma”, pensò una bambina innocente.
“Sono due amici che s’incontrano dopo molti anni”, pensò un uomo solo.
“Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare”, pensò un uomo avido di denaro.
“È un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra”, pensò una donna dall’anima tenera.
“È una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio”, pensò un uomo addolorato della morte di una figlia.
“Sono due innamorati”, pensò una ragazza che sognava l’amore.
“Sono due uomini che lottano all’ultimo sangue”, pensò un assassino.
“Chissà perché si abbracciano”, pensò un uomo dal cuore arido.
“Che bello vedere due persone che si abbracciano”, pensò un uomo di Dio.
“Ogni pensiero, concluse il Maestro, rivela a te stesso quello che sei”.

Per la serie niente è per caso, mi sono imbattuto in questa storia proprio nel giorno in cui qualcuno mi ha detto che il motivo per cui ho un blog è vendere mercanzia. Libri, nello specifico. Lì per lì mi ero fatto una risata, poi quell’affermazione mi è tornata in mente quando ho letto questo pezzo.

E con questo spunto, ho iniziato a riflettere su me stesso, su quello che penso. La cosa difficile, come sempre, è non fermarsi alla superficie. Sono i pensieri profondi, che vanno analizzati. Quelli che magari non riusciamo neanche a visualizzare con chiarezza, concetti e sensazioni che sono stimolati dalla vibrazione di corde profonde.

E’ come quando vibra una corda grossa. La frequenza è talmente bassa, e lo spessore della corda è talmente grosso, che non si sente alcun suono, ma si avverte la vibrazione dentro il petto. Ecco, se si riesce ad avvertire, il pensiero profondo, va preso e guardato bene, anche e soprattutto se ci rivela cose che non ci piacciono del nostro modo di essere. E’ il primo passo per generare un cambiamento. E d’altra parte, come dico sempre, un viaggio di mille li comincia con un singolo passo.

oscillazioni

Cosa fa di noi quel che siamo?

alzheimer

 

Riporto qui di seguito la traduzione di un articolo di Jonathan Carroll la cui versione originale può essere trovata qui.

Alla fine del film “Una lunga domenica di passioni”, dopo molti contrattempi e difficoltà l’eroina si riunisce col suo adorato fidanzato. L’unico problema è che l’amante è stato ferito molto seriamente alla testa, e ha totalmente perso la memoria. Quando si riuniscono, lui non sa chi sia lei. Nel recente film “Lontano da lei”, Julie Christie interpreta una donna malata di Alzheimer che gradualmente perde la memoria, e con essa la capacità di riconoscere suo marito, sposato molti anni prima. Alla fine di entrambe le storie i “dimenticati” guardano ai loro partner con un sentimento di desiderio misto confusione, perché ancorché essi siano proprio lì davanti a loro, loro non sono più “lì”, non sono affatto lì. In entrambi i casi questo porta alla domanda fondamentale: che cosa fa di noi quel che siamo? La nostra fisicità? I nostri ricordi? I nostri legami con altre persone? Le nostre conquiste (compresi i figli)? Altre cose, forse più ineffabili o indefinibili? Queste sono cose buone per una seria discussione ontologica, in un’aula dove si insegna filosofia, ma anche una domanda intrigante che può essere mandata da una parte all’altra del tavolo da ping pong che puoi visualizzare nella tua mente mentre ti lavi i denti stasera: che cosa fa di me quel che sono? Se togli questo o quello (la memoria, il senso dell’umorismo, o la vista, ad esempio), si tratterebbe sempre di me? O la perdita di cose di questo tipo farebbe scomparire il me che conosco?

Ho scritto un racconto, recentemente, su questo. E credo che se perdiamo la memoria, se siamo vittime di una malattia degenerativa, ebbene non siamo più noi. Non lo siamo. Siamo altri. Il racconto lo riporto qui di seguito.

Il sogno

Ero seduto sul divano, a leggere. Sentii l’acqua del lavandino scorrere in bagno. Si aprì la porta, e la vidi uscire lentamente dalla stanza.
– Buongiorno, Clara. Dormito bene?
– Sì, grazie – rispose asciutta.
– Vuoi un caffè?
– Magari dopo, ora no, grazie.
Si diresse verso la finestra, vacillò un attimo, come se le avesse ceduto una gamba, si aggrappò allo stipite. Mise una mano sugli occhi. Mi alzai, dirigendomi verso di lei.
– Va tutto bene?
– Mi gira la testa, ora mi passa.
Manteneva la mano sugli occhi, pollice e indice allargati, quasi a proteggere il viso, era poggiata contro il muro, la testa leggermente china in avanti.
– Cosa c’è che non va, Clara? Ti conosco da trent’anni, non è un giramento di testa.
– Ho fatto un sogno orribile, ma non ne voglio parlare.
Una lacrima spuntò da sotto la sua mano, e cadde a terra. Rimasi a guardare la goccia sul pavimento, affascinato dalla sua forma perfetta. Pensai che dietro la bellezza data dalla perfezione di una forma si può nascondere qualunque bruttura.
– Sei sicura di non volerne parlare? Forse ti farebbe bene – insistetti dolcemente. Clara fu scossa da un singhiozzo. E di nuovo fui colpito dall’armonia. Un movimento sinuoso che partiva dal bacino, un’onda che percorreva lo sterno e la schiena, simultaneamente, per arrivare alle spalle, e propagarsi lungo le braccia, le mani, le dita. E arrivare finalmente al collo, alla testa, alle labbra. Un suono soffocato, ma inequivocabile. Clara lasciò ricadere la mano lungo il fianco e mi guardò, con il viso rigato di lacrime.
– Mi rinchiudevi!! Mi rinchiudevate!!! – gridò Clara, forte. Il viso era tirato in un’espressione di strazio infinito. La circondai in un abbraccio, un braccio dietro la schiena, una mano a carezzarle la testa, che mi poggiava sul petto, come quando eravamo giovani. Cominciò a piangere accorata, con lunghi e profondi singhiozzi che la squassavano e le facevano quasi rimbalzare la guancia contro di me. Le braccia erano abbandonate lungo i fianchi, non sembrava avere la forza, o la voglia, di abbracciarmi. Continuai a carezzarle la testa, dolcemente e delicatamente, poggiando di quando in quando qualche bacio a fior di labbra sui suoi capelli, lievemente. Clara piangeva e singhiozzava, io l’abbracciavo e la carezzavo. Aveva spesso degli incubi, ma era la prima volta che la vedevo così stravolta.
– Vuoi dirmi di che si tratta? – le sussurrai dolcemente.
– Mi rinchiudevate. Tu, mi rinchiudevi. Io ero un po’ svanita, ma non così tanto. E tentavo di dirvelo, tentavo in tutti i modi. Ma voi niente. Tu, niente.
– Voi chi?
– C’erano anche i figli. Eravate tutti contro di me, è stato un tradimento di tutti. Di tutti, Ema, di tutti…
Ricominciò a singhiozzare forte,ma questa volta mi abbracciò. Non era proprio un abbraccio, era aggrappata alle mie spalle da dietro e da sotto, le aveva come uncinate con le mani, sembrava cercare un appiglio per restare salda, per non cedere allo sconforto. Un appiglio per uscire dal sogno e rientrare nella realtà. Mi aveva chiamato con quel nomignolo che amavo tanto e così raro, oramai, un troncamento del nome che usavano in pochi, la maggioranza delle persone mi chiamava Manu, solo lei mi chiamava Ema, insieme con pochi, pochissimi amici intimi. Così come io la chiamavo Clà. Tanto tempo prima.
– Ero scappata, avevo capito che qualcosa non andava, ed ero scappata. Non so dove mi trovassi, sembrava un bosco. È a un certo punto arrivava Fabio, e mi diceva “Mamma ma che stai facendo qui, vieni, torniamo a casa”.
Le parole uscivano a ondate, quasi buttate fuori di forza, come se pronunciarle richiedesse un’energia inusuale. La voce non era piagnucolosa, ma rivelava una tristezza profondissima. Ero turbato, per la vividezza delle immagini che mi trasmetteva, e anche per il coinvolgimento dei figli, da lei sempre anteposti a tutto e a tutti.
– Era distaccato, Fabio – continuò – Cioè, lo sai com’è Fabio, lui è sempre distaccato, non è mai stato affettuoso come Lucia, che sta sempre lì ad abbracciare e baciare. Ma era freddo. Freddo come un assassino. Come un assassino, Ema, come un assassino… – Clara ricominciò a singhiozzare forte. L’abbracciai stretta e restammo così, cristallizzati, fino a che non recuperò un po’ di calma. Allora le proposi di sederci sul divano, presi un bicchiere d’acqua, glielo portai e mi sedetti accanto a lei. Guardava nel vuoto e raccontava. Non singhiozzava più, ma le lacrime continuavano a scendere. Ogni tanto si passava la mano sul viso, infastidita, come se non volesse asciugarle, ma scacciarle via.
– Mi sono avviata con Fabio, abbiamo camminato affiancati lungo il sentiero, a un certo punto è squillato il suo telefono, ha risposto, ho sentito che diceva “Sì, è con me, arriviamo”. Gli ho chiesto chi era, mi ha detto che era Lucia, gli ho chiesto perché, mi ha detto che mi stavate cercando tutti. Poi siamo usciti dal bosco, siamo arrivati in una casa, e c’era anche Lucia che mi aspettava. Siamo entrati tutti insieme, e ho salito una rampa di scale. In cima alla rampa c’era un ballatoio sul quale si affacciavano due porte. Attraverso la porta di sinistra vedevo delle persone vestite di bianco, che mi stavano chiaramente aspettando. Nella stanza di fronte invece c’era una scrivania, e c’eri tu, Ema. Mi sono guardata indietro, ho cercato di incrociare lo sguardo di Fabio, e mi sono sentita morire, Ema. Mi ha guardato come se stesse guardando una cosa, allora mi sono girata verso Lucia, ma lei ha voltato la testa e non si è neanche avvicinata. Niente, Ema. Neanche una parola, neanche una carezza, niente. È lì che ho capito. E ti ho guardato allora, Ema. Ti ho detto che non c’era bisogno che mi rinchiudessi, che potevi fare quel che volevi, che se volevi anche avere una storia io non avrei detto nulla, ma non c’era bisogno di rinchiudermi, Ema, non c’era bisogno di rinchiudermi…
Clara si prese il viso tra le mani, e ricominciò a piangere silenziosamente. Le misi il braccio attorno alle spalle e la attirai verso di me, la coccolai pian piano, di nuovo le baciai la testa, leggermente.
– Non mi rinchiuderai, Ema, vero?
– Ma cosa ti salta in testa, non dirlo neanche per scherzo! Era un sogno, ricordi?
– Giuramelo, Ema. Giurami che non mi rinchiuderai!
– Te lo giuro, Clara. Lo sai che non potrei mai. Preparai un caffè, la macchinetta era accesa, presi una cialda e la inserii, lo feci lungo, come piace a lei, glielo portai; ne feci uno anche per me, mi sedetti sul divano. Bevemmo lentamente, tenendoci per mano.
– Clara, oggi è domenica, ed è ancora presto. Perché non torni a letto, dormi un po’ e ti riprendi da questo brutto sogno, e poi magari quando ti svegli ce ne andiamo al mare. Che ne pensi? – Clara annuì distrattamente. Si alzò, la seguii e mi sedetti sul letto accanto a lei. Le carezzai il viso, delicatamente. Rimasi a coccolarla finché non si addormentò. Mi alzai, spensi la luce del comodino, chiusi silenziosamente la porta dietro di me. Uscii.
Percorsi lentamente il centinaio di metri che mi separavano dalla persona che volevo incontrare. Bussai, mi aprì.
– Ha avuto un incubo. Me lo ha raccontato con una lucidità che non aveva da anni. Mi ha chiamato per nome, ha ricordato anche i nomi dei figli.
– Venga, Emanuele, si metta seduto. Cerchi di tranquillizzarsi, la vedo agitato. – Fu il mio turno di prendere il viso tra le mani, e di iniziare a piangere silenziosamente.
– Mi ha fatto giurare di non rinchiuderla, dottoressa. Gliel’ho dovuto giurare. Non so se gliel’ho mai raccontato, ma noi avevamo un patto. Se uno dei due si fosse ammalato di una malattia
degenerativa, l’altro lo avrebbe ucciso. Ma quando hanno diagnosticato l’Alzheimer di Clara io non ce l’ho fatta, a rispettare il patto. E ogni notte mi disprezzo per questo. Perché sono egoista, e preferisco che lei ci sia. E l’avrei tenuta in casa, se avessi potuto, se fosse rimasta tranquilla; ma poi ha iniziato a essere autolesionista, e in casa è diventato troppo pericoloso.
– Emanuele, sa bene che non c’erano alternative al ricovero. Ne abbiamo parlato molte volte, ricorda? Piuttosto mi dica, era agitata?
– No, l’ho messa a letto, e ho aspettato che si addormentasse. Dorme, vero?
La dottoressa voltó gli occhi verso una batteria di monitor che aveva accanto. Il viso di Clara era sereno. Dormiva tranquilla, respirando lentamente, con il viso pacifico e rilassato. Avevo pensato di passare la mattina in clinica, ma ero davvero provato. Clara mi aveva riconosciuto dopo un anno e più che non succedeva. Sapevo che avrei passato il resto della giornata a torturarmi pensando se preferivo essere riconosciuto e parlare di un incubo così straziante, o essere trattato come un illustre sconosciuto. Mi asciugai gli occhi, salutai la dottoressa e me ne andai.